2003/2004: Il box office accelera, il digitale rallenta

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in APPROFONDIMENTI

Love for All SeasonsDopo due stagioni di transizione, in lieve risalita, l'annata 2003 è quella dell'impennata. Non tanto a livello quantitativo, con appena 71 pellicole prodotte approdate al cinema (in pianta stabile, si contano altrettanti film rimasti in programmazione solo pochi giorni o pensati direttamente come straight to video); piuttosto è la qualità media che sale nettamente e permette un primo sospiro di sollievo in confronto con il glorioso passato. Si comincia ovviamente con l'ennesima sfida agguerrita per la conquista del capodanno cinese, con Love for All Seasons di Johnnie To e Wai Kai-fai e My Lucky Star di Vincent Kok a darsi battaglia. Anche stavolta la spunta, di misura, il secondo: Kok, accortosi di avere per la mani una potenziale stella di talento, Ronald Cheng, subito gli cuce addosso un piccolo outsider di successo, il discontinuo Dragon Loaded, confermandosi astuto talent scout e regista sempre più affidabile. L'idea, tutta da verificare, è che Cheng diventerà il nuovo Stephen Chiau: in un anno in cui i grandi mattatori rimangono dietro le quinte (compreso Jackie Chan, che con The Medallion punta espressamente al mercato internazionale, collezionando stroncature ovunque) la scommessa porta facilmente buoni frutti. Il 2003 è soprattutto un'annata divisa in due, tra blockbuster costosissimi e piccoli progetti indipendenti. Nel primo caso il box office estivo incorona The Twins Effect, epopea digitale a base di vampiri e adolescenti, anche se il risultato è scadente; poi incensa, con maggior merito, il secondo e il terzo Infernal Affairs, sempre co-diretti da Andrew Lau e Alan Mak.
La trilogia ridà linfa al poliziesco, che torna con convinzione ad ambire a risultati di rilievo: non è tanto il caso di un noir sottotono come PTU, vero e proprio capolavoro, quanto dei più facili Heroic Duo di Benny Chan e di Colour of the Truth di Wong Jing e Marco Mak. Più curiosa la vicenda Running on Karma, sempre di To e Wai, che conferma la buona vena del duo e una maggior predisposizione al rischio, alla sperimentazione applicata alla commercialità dei generi: la pioggia di nomination e premi all'Hong Kong Film Award conferma la sintonia dei due registi con il grande pubblico e con la critica che conta (lo stesso discorso varrà qualche mese dopo per l'ambizioso ma mediocre Turn Colour of the TruthLeft, Turn Right, finanziato anche dalla Warner Bros). Il tentativo di lanciare nuove star, provando ogni strada possibile - la fiction coreana, la scena pop taiwanese -, non premia i produttori: è il caso del deludente Star Runner del redivivo Daniel Lee, con Vanness Wu e Kim Hyun-Joo. Tutto sommato va meglio a Barbara Wong, che con Truth or Dare: Sixth Floor Rear Flat azzecca una commedia giovanile, infarcita di cantanti emergenti, dal look di tendenza ma dai toni pacati, a metà tra il serial Friends e Wong Jing. Ma, con pochissime eccezioni (le Twins, Louis Koo, Eason Chan, Cecilia Cheung, che vince il suo primo premio importante per lo splendido dramma Lost in Time, diretto da Derek Yee), sono ancora le vecchie stelle a brillare maggiormente. Lau Ching-wan, Anthony Wong, Eric Tsang, Andy Lau, i due Tony Leung, Simon Yam si confermano economicamente e artisticamente affidabili, sempre amati dal pubblico.
Continua a muoversi con intelligenza Joe Ma, salito definitivamente sull'ultimo gradino della scala gerarchica grazie al successo di The Lion Roars e Love Undercover 2: Love Mission. Non basta il mezzo passo falso di Diva - Ah Hey a metterne in discussione il talento, visto che alla prova successiva, con il sottovalutato ma intenso Sound of Colors, previo benestare della Jet Tone di Wong Kar-wai e Jeff Lau, conferma la sua maestria nell'affrontare il mélo garbato con star da valorizzare. Al suo fianco registi che hanno trovato la propria nicchia dorata, come Gordon Chan (il grande sconfitto del capodanno con l'altalenante Cat and Mouse), come il vulcanico Chan Hing-kar (di volta in volta accoppiato ad un nome diverso: Dante Lam nel divertente Cat. III Naked Ambition, Patrick Leung nel simpatico ma tutto sommato vacuo Good Times, Bed Times), come Jingle Ma (Why Me, Sweetie!? lancia definitivamente il carisma dei protagonisti Louis Koo e Cherrie Ying, divi del futuro prossimo), come Ringo Lam (tornato ai vecchi tempi con la commedia d'azione Looking for Mr. Perfect), come l'ex sceneggiatore Raymond To (Miss Du Shi Niang), come il veterano Samson Chiu (che in Golden Chicken 2 mette insieme un cast di grandissimi attori in un film dolcissimo, pur meno equilibrato del precedente). Registi, sceneggiatori, produttori e attori, indistintamente, continuano a puntare sulla commedia per famiglie, sull'universalità delle gag, su un sorridere generalista. I grandi artigiani devono però guardarsi le spalle da una serie di autori emergenti, come Aubrey Lam, Carol Lai (coccolata dai festival europei) o Edmond Pang, tutti al secondo film, o come il versatile Cheang Pou-soi, che con The Death Curse incassa più del solito ma normalizza il suo stile. E, ancora più The Death Cursein basso, dalla selva degli indipendenti emergono nomi da tenere d'occhio: i Cat. III Fu Bo e Night Corridor fanno intuire grandi cose, tanto che Wong Ching Po, regista del primo, passa subito alla serie A dirigendo un hit annunciato, Jiang Hu. Meno eclatanti Source of Love di un grande vecchio finora disperso, Stephen Shin, il cheap I Want to Get Married e Let's Love Hong Kong.
Nell'anno della leggerezza (meritano la menzione anche: Herman Yau per il coraggioso musical Give Them a Chance, il mélo dai toni soffusi Feel 100% 2003 e lo sfrenato Wong Jing dei riuscitissimi Honesty e The Spy Dad), delle coproduzioni con la Cina (come Memory of Youth o Sky of Love, remake del sudcoreano Ditto), degli effetti speciali digitali appiccicati alla realtà (non solo e non tanto The Twins Effect, ma soprattutto The Park, in 3D, e Black Mask II, entrambi dimenticabili), solo il cinema del brivido continua a non trovare neanche in minima parte il giusto percorso. Uno sbandamento confermato dal modesto Shiver, dall'orribile The Park, dai poverissimi nuovi episodi, il diciottesimo e il diciannovesimo, della serie moribonda Troublesome Night, dallo sciatto Holy Terror in the Village. Segno che il cinema hongkonghese riscopre il suo passato di allegria cantonese nella commedia, riprende l'elengaza del grande cinema mandarino nel dramma e nel noir e abbandona gradualmente quei generi nati più di recente, come l'horror e il thriller, che subiscono più di altri la concorrenza e la superiorità delle cinematografie limitrofie.

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