"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Far East Film Festival 2002

Indice articoli

Introduzione
di Matteo Di Giulio

Non è ancora svanito il ricordo del quarto Far East Film Festival, da poco conclusosi, che già ci ritroviamo a pensare a quello successivo, immaginando possibili protagonisti e pellicole che secondo il personale parere di ciascuno non dovrebbero assolutamente mancare. Con un Love Undercoverpragmatismo che è più orientale che occidentale, il passato passa in fretta e il futuro si fa sempre più prossimo. Ciò non toglie che la più bella realtà festivaliera italiana - insieme a Torino, Bergamo e Pesaro: non siamo i primi e non saremo gli ultimi a ribadirlo - costituisca un ricordo sempre piacevole. Sia per l'eccellente ospitalità, per la cortesia, per la disponibilità, che per un programma ricco, coraggioso, che sotto molti aspetti ha rimediato alle lacune del deludente cartellone dell'anno precedente. Il Far East è e rimane un appuntamento imperdibile per gli appassionati di cinema orientale, l'unico evento nazionale con un programma variegato e aperto ad ogni possibilità. Aumenta il numero di film: resta sempre grande la attenzione ad Hong Kong e Giappone, ma con la consapevolezza che la Corea del Sud e la Tailandia stanno vivendo un ottimo momento, cinematografie prolifiche che era doveroso onorare. Certo, qualche scelta lascia l'amaro in bocca, soprattutto per quanto riguarda l'ostica selezione cinese (continentale) e l'unico film di Singapore, ma non sono errori irrimediabili. Anche perché alcune anteprime - alcune delle quali mondiali - erano davvero succulente, dal nuovissimo lavoro di Joe Ma, Love Undercover, 1all'attesissimo Bad Guy di Kim Ki-duk. Per i giudizi sulle singole pellicole rimandiamo al paragrafo successivo, dove alcuni degli inviati di Hong Kong Express hanno preso in esame la stragrande maggioranza delle opere presentate. Qui ci limitiamo ad una breve sintesi nazionale, con considerazioni sparse sulla vitalità delle singole filmografie partecipanti.

Hong Kong perde in qualità, ma non in quantità. Alla fine proprio Joe Ma (arrivato a Udine con la sua attrice feticcio Miriam Yeung), presente con ben tre pellicole - di cui una, Funeral March, ancora molto sottovalutata -, porta a casa il premio del pubblico con il succitato Love Undercover, seguito (meno riuscito) del divertente outsider del 2001 al box office, Dummy Mommy, without a Baby. Come secondo autore cui tributare l'omaggio è stato scelto il principale allievo di John Woo, Patrick Leung, intervenuto di persona. L'unico rammarico è che Leung è ancora molto giovane, e la sua opera limitata e ancora di scarso impatto: sebbene abbia fatto intravedere grandi cose, soprattuttoDiamond Hill con il bellissimo Task Force, l'autore deve ancora fare molta strada per confermarsi. Così come Cheang Pou-soi, più personale ma ancora meno esperto, i cui Diamond Hill e Horror Hotline... Big Head Monster sono stati ben accolti. Hong Kong sta vivendo un momento difficile, sul filo del rasoio tra la tremenda crisi economica da cui è stata travolta pochi anni fa e la proliferazione di registi, produttori e attori che da sempre ne contraddistingue l'industria. Tutte le incertezze e le contraddizioni del momento si riflettono in una cernita ricca di alti e bassi, dove sono i meno attesi - Edmond Pang con You Shoot, I Shoot, Thomas Chow con l'eccellente mélo giovanile Merry-Go-Round - a soddisfare rispetto a tanti nomi eccellenti (come Johnnie To, Andrew Lau o Ann Hui) in crisi di risultati.

L'animazione cinese ha avuto un ruolo fondamentale nella stesura del programma, anche se gli orari delle proiezioni (a volte troppo) mattutine non hanno aiutato, visto che la sala di proiezione è stata spesso disertata. Il confronto con le esperienze occidentali e limitrofe - Giappone e Corea - evidenzia una differenza sostanziale, soprattutto per i cartoni animati provenienti da Pechino e Taiwan. Un breve ma significativo viaggio attraverso sessant'anni di una storia molto particolare, che non può prescindere del genio estetico di Tsui Hark - che riadatta un capolavoro da lui prodotto, A Chinese Ghost Story -, e che in alcuni casi riesce abilmente a mescolare fini educativi - l'ispirato 36 Characters -, propagandistici - Wandering Sanmao - e tradizionali - Three Monks. Una valida alternativa a modelli conosciuti e assimilati.

Il Giappone si conferma la nazione meno globalizzata tra quelle presenti. Le pellicole nipponiche rafforzano l'idea di una crescita esponenziale dei registi autoctoni, che continuano per la loro strada guardando per ispirarsi, se necessario, solo al loro passato. Difficilmente vedremo qualcuna delle pellicole presentate nei nostri dintorni, troppo poco immediate, ma non per questo astruse o inarrivabili. Tanta la sorpresa per il primo P-1 Grand Prix, ossia un circuito di soli pink movies (mediometraggi fortemente erotici, filone a parte di grande successo in patria) con un premio in palio. Se lo è aggiudicato Rustling in Bed di Tajiri Yuji, ma meritano una menzione gli inventivi Tokyo Erotico del funanbolico Zeze Takahisa - con il regista sul palco che in pochi minuti ha spiazzato e conquistato la sala festante - e il delirante Glitter di Enomoto Toshiro. Richiamo obbligatorio per la bella Sasaki Yumeka, star indiscussa del genere, cui è bastato presentarsi abbigliata come tradizione vuole e biascicare uno stentato «buona sera» per mandare tutti in visibilio. Sulla qualità dei singoli film è molto You Shoot, I Shootdifficile pronunciarsi, un po' per la complicata recettibilità degli stessi, un po' per l'orario sciagurato - da mezzanotte in poi - cui sono stati relegati.

La Corea del Sud dà riprova che gli entusiasmi recenti non erano una chimera fine a se stessa. Non sono mancati i prodotti minori o le delusioni, ma l'impressione è che la vitalità della produzione degli ultimi due / tre anni abbia fatto lievitare il valore medio delle opere. Se poi al fianco di prodotti di qualità sufficiente si ergono lavori di grandissimo spessore come Friend, Bad Guy o Kick the Moon, i conti tornano e c'è di che gioire. Gli ospiti presenti - gli attori Joo Jin-mo e Jung Woo-sung, il regista Kim Sung-su per Musa - The Warrior; il regista Jiang Jin per Guns and Talks (seconda piazza a giudizio del pubblico) - sembravano quasi spiazzati da tanta attenzione, ma è un dato di fatto - confermato peraltro da premi e plausi ottenuti dai cineasti sud-coreani negli altri festival in giro per il mondo - che la percezione circa le possibilità realizzative interne stia cambiando: la Corea da outsider sta diventando certezza di prima piano, e unica vera candidata a rimpiazzare l'attuale (e deficitaria) Hong Kong nei cuori degli amanti di cinema (orientale).

Thailandia - sta facendo passi da gigante, ne riparleremo tra un paio d'anni, quando avranno maturato la necessaria esperienza -, Singapore, Filippine e Cina sono ancora un passo indietro. Soprattutto quest'ultimo paese delude per la pretenziosità di certe opere, inutilmente cerebrali - Love of a Blueness e il meno brutto Spring Subway -, ingenuamente populiste - What a Snowy Day - o più semplicemente orribili, come il risibile drammone bellico Purple Sunset.

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