"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Far East Film Festival 2003

Indice articoli



Film in programma
di Roberto Curti, Matteo Di Giulio, Stefano Locati, Giovanni Milizia, Alex Stellino, Valentina Verrocchio

Tutto in una notte: Saving My Hubby è una risposta spuntata a Fuori orario di Scorsese. Meno grottesco e più velocizzato, il film dell'esordiente Hyun Nam-sup si spegne dopo un inizio brillante, dimostrando sciatteria nella forma e scarsa conoscenza dei tempi della commedia d'azione. Si salva a malapena Bae Doo-na nei panni di una madre sbadata, ex pallavolista di successo, alla disperata ricerca del marito, ubriaco e ostaggio in un bar karaoke gestito da lestofanti. * Il ritorno di Riley Yip dopo lo stiracchiato e modaiolo Lavender rinverdisce i fasti di Metade Fumaca: Just One Look è infatti un rifugio sospeso nel tempo, a metà tra autobiografismo, amarcord e nostalgico abbandono. Commedia dai risvolti amari, è in grado di raccordare scene intense (imperdibile la "discussione" tra Anthony Wong e il suo marmocchio, sulle rive di una spiaggia deserta) con disarmante semplicità, colma di un tocco eccentricamente soave. * Porno Period Drama: Bohachi Bushido, 1973, è un ero-guro cialtronesco ma dalle belle trovate visive: la sequenza iniziale del duello su un ponte tra il ronin Tetsuro Tamba e un'orda di spadaccini, girata con colori fiammeggianti e irreali, ad esempio. Quintalate di tette e culi, geyser di sangue, Summer Breeze of Lovemisoginia rampante. Meglio, comunque, dei due film della serie Tokugawa (I piaceri della tortura, I segreti della casa delle torture) usciti in Italia all'epoca.

In Summer Breeze of Love Joe Ma raddoppia, scritturando al gran completo il duo pop-ridanciano Twins (in Funeral March era presente solo Charlene Choi): il risultato non è granché soddisfacente. Da un lato una commedia romantico-adolescenziale che scorre via senza colpo ferire, dall'altro un irritante e poco sentito inno ai losers di qualsiasi età e tipo, che almeno in un film si guadagnano l'illusione di conquistare la donna dei sogni. Senza mordente. * Come gli altri tre titoli della serie line, Sexy Line rappresenta una sobria eccezione nella filmografia di Ishii. Un noir calibrato con due personaggi ben affiancati invischiati nel giro della prostituzione sulle tracce di un gruppo di spietati assassini: lui è un giovane impiegato incastrato da una taccheggiatrice bella e simpatica, incapace di prendersi sul serio. Vicino alla maniera e ai rituali del genere, con qualche intuizione degna di nota (la fuga erotica e i duetti che coinvolgono Mihara Yoko), il film non annoia e in alcuni momenti prova anche la carta della denuncia sociale. * Dopo l'imperfetto ma rincuorante Art Museum by the Zoo, Lee Jeong-hyang raggiunge il grande pubblico con The Way Home (secondo incasso dell'anno in Corea dopo Marrying the Mafia), disadorna e trascinante elegia della semplicità: essenziale ed equilibrato, frutto di una scrittura scarna e attenta ai particolari, rappresenta un cinema da sentimenti scevro di sensazionalismi, ma anche impossibilitato ad osare. * The Man from Abashiri Jail, 1965, è un bel film carcerario ispirato a La parete di fango girato tra le nevi di Hokkaido e interpretato da Takakura Ken e Tetsuro Tamba. Convince lo stile, con una solida struttura in cui i flashback si inseriscono nella narrazione senza soluzione di continuità, e un inseguimento finale sulle rotaie che ricorda Runaway Train. Il miglior Ishii visto al Festival. * Una delle cocenti delusioni del Festival è Jail Breakers, storia di due detenuti che, riusciti ad evadere, scoprono di essere stati amnistiati e devono rientrare in carcere prima che la loro fuga sia scoperta. Soggetto con grandi potenzialità e buono sprint iniziale: ma da Kim Sang-jin (Attack the Gas Station! e lo strepitoso Kick the Moon) sarebbe lecito attendersi qualcosa di più. Non mancano le situazioni intriganti, ma in fin dei conti la struttura è sempre la stessa, riproposta per l'ennesima volta: antefatto, fatto, complicazioni sentimentali, uso rocambolesco della violenza e mega rissa finale. Peccato che al contrario dei precedenti lavori di Kim si rida molto poco. * Scrigno strano e contraddittorio, questo The Housemaid: classe 1960, è sospeso tra arretratezze tecniche (sembra di assistere a un mélo d'inizio '50) e avanguardia contenutistica (denso, morboso, bizzarro). Parte lentissimo, introducendo i personaggi con ritratti decorativi e sfibranti, per poi gettarsi a capofitto in veleni, passioni e morte.Frugal Game Ma è solo un perfido gioco di umorismo nerissimo.

Ennesima metafora allo scoperto della depressione economica che sta stroncando gli hongkonghesi, Frugal Game è un gioco televisivo stile reality show, nel quale il bello sta tutto nel voto al risparmio dei personaggi e nella loro verve in continuo fermento interattivo. Il film perfetto per la personalità impersonale di Miriam Yeung e per quella in continua espansione di Eason Chan. Ti Lung fa da ciliegina sulla torta, spia del saper giocare col cinema di Derek Chiu, regista senza abissi né vette, autore a volte di piccoli film mozzafiato, tipo Sealed with a Kiss. Commedia divertente e certo istruttivo-moraleggiante, placida bonacciona e frizzante, sebbene non ottima (solo buona). * Master of the Gensekan Inn, 1993, prende spunto dai manga di Yoshiharu Tsuge: struttura a episodi in cui i quadretti tratti da Tsuge si intersecano con episodi di vita dell'artista (più lunari dei suoi fumetti). Prima parte così così, tra umorismo surreale e discutibili trovate "poetiche", ma Ishii si sveglia quando c'è da mettere in scena l'episodio centrale che dà il titolo al film, puro kaidan erotico come ai bei tempi. * Graveyard of Honor rappresenta ascesa e declino (ma soprattutto declino) di un gangster che non ha rispetto per niente e nessuno (il bravissimo Kishitani Goro). Nemmeno per se stesso: l'impulso autodistruttivo lo porta a uccidere anche coloro che ama e che vogliono proteggerlo e ad annullare se stesso in un finale inconfondibilmente Miikiano. Remake di un film di Fukasaku Kinji del '75 aggiornato agli anni '80 e '90. * Molto atteso, Mist di Kim Soo-yong (omaggiato a Pusan con un'ampia retrospettiva) è croce e delizia per gli amanti del mélo. Storia semplice - un industriale insoddisfatto della vita in città torna al suo paese natale per una breve pausa di riflessione e lì intreccia una relazione appassionata con una maestra -, ma sviscerata in tutte le sue potenziali derive intimiste. La fanno da padrone voce over e dialoghi - non a caso il referente più probabile è Antonioni -, ma la verbosità e la cerebralità di tanti assunti non infastidiscono, anche se rallentano il ritmo e moralizzano la sostanza. Ottima prova di Shin Sung-il (oggi esponente politico di rilievo) e tante situazioni non banali a sfruttare gli splendidi paesaggi e - parallelamente - lo spleen esistenziale della parti in causa. * Nel caso di Infernal Affairs, il dubbio amletico è stabilire cosa abbia trattenuto Andrew Lau dallo sciorinare i suoi irritanti marchi di fabbrica (in prima linea le retro-zoomate digitali) con la solita voracità coatta: sarà merito del coccolato Alan Mak (A War Named Desire), qui co-regista e co-sceneggiatore, o di un rinsavimento duraturo? Il caso rimane aperto, intanto accontentiamoci di un solido noir urbano con un cast all-star, che spreca dove non dovrebbe (tutto il reparto femminile sarebbe da rivedere), ma rimane compatto sino alla méta. In tempi come questi, c'è di che gioire. * Visto l'inizio promettente, Sex Is Zero poteva divertire di più. Non è solo una semplice parodia alla coreana di American Pie & compagnia, ma anche un interessante ritratto del comportamento dell'animale adolescente alle prese con problemi e tentazioni quotidiane. Stonano un po' il protagonista - una bella faccia da schiaffi ma non pare sempre a suo agio - e certe noiose dispersioni (le interminabili sequenze dei balletti, come nell'americano Ragazze nel pallone). Il cinismo di fondo (un aborto mostrato in maniera fin troppo realistica), la scorrettezza (sperma, masturbazione, sesso selvaggio, bambole gonfiabili) e tante situazioni indovinate (soprattutto quando c'è da sottolineare il malessere giovanile attraverso gli eccessi corporali e psicologici) elevano un prodotto altrimenti troppo stereotipato sopra la media dei parelleli d'oltreoceano.

Difficile immaginare come di questi tempi possa essere apprezzato un film in cui il telefono non fa mai paura ma, al contrario, rimette al mondo... Fin troppo classico, con nulla di nuovo né da dire né da mostrare, il fantasentimentale Turn ha però dalla sua la regia misurata di Hirayama Hideyuki (che si conferma con gli altri suoi festivalieri A Laughing Frog e Out ottimo direttore di attrici, e mediocre inventore di finali), e la presenza staticamente carismatica della superstar Makise Riho, una specie di eroina da romanzo di Banana Yoshimoto, sempre troppo fiduciosa e stucchevolmente limpida, Tutto ciò, unito ad un procedere lieve e ingenuo, sentimental-piatto, fa di Turn un goloso bocconcino, per i patiti degli estetismi del vuoto a rendere. * Nell'anno della grande disillusione per il cinema fantascientifico coreano (dopo il collasso al botteghino dei costosissimi giocattoloni R U Ready? e Resurrection of the Little Match Girl), Yesterday si guadagna la nomea di pellicola più inutile e scostante. Una selva di interrogativi incrociati che disorientano lo spettatore - nel mentre frastornato da Visible Secret IIroboanti quanto risibili scene d'azione - per un mistero che alla fine si rivela disarmante, se non stupido. * Ping Pong, esordio dietro la macchina da presa per il talentuoso mago della computer graphic giapponese Fumihiko Sori non poteva essere migliore: due amici di infanzia, uniti dalla passione per il ping-pong, si ritrovano l'uno contro l'altro nella finale di un importante torneo nazionale. Nonostante l'ambientazione sportiva, il versante agonistico passa in secondo piano (la partita finale non viene mostrata), per privilegiare la crescita umana dei protagonisti. Splendida l'interpretazione di Kubozuka Yosuhe (già in Go). * Better the Sex è quanto ci si può aspettare dalla metamorfosi delle commedie adolescenziali nell'era del pulp e dell'eccesso. Con un occhio di riguardo a ciò che succede in Giappone, e qualche riflesso da American Pie, ci sarebbe di che rabbrividire: fortunatamente personaggi stralunati e un umorismo pesante ma non volgare attutiscono l'impatto. Nessuno griderà al miracolo, ma si lascia guardare (e dimenticare) senza eccessive ritrosie. * Al primo film, Mo Ji-eun con A Perfect Match rivela tutte le insicurezze e l'inesperienza di una debuttante: una commedia rosa che non incide, priva di ritmo, senza grandi idee di sceneggiatura e con qualche velato riferimento alla melassa americana con Jennifer Lopez (The Wedding Planner), Julia Roberts o Meg Ryan. Anche i riferimenti trendy (i cuoricini digitali, gli ammiccamenti alle star hollywoodiane come Leonardo Di Caprio e Ethan Hawke, le citazioni da Tell Me Something) cadono nel vuoto e fanno rimpiangere i precedenti lavori dei due protagonisti (My Wife Is a Gangster e My Boss, My Hero). * A Hong Kong i finti seguiti sono sempre stati di casa: non fa eccezione Visible Secret II, che con il primo ha in comune solo le atmosfere di fondo, Eason Chan e lo sceneggiatore Abe Kwong - qui passato in cabina di regia (Ann Hui si ritaglia un ruolo come produttrice). Letargico e involuto - lento nella prima parte, sconclusionato quando dissemina false piste nella seconda - rimane un film inesistente, quasi trasparente.

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