"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Far East Film Festival 2004

Indice articoli

Introduzione
di Matteo Di Giulio

La sesta edizione di Udine partiva sotto migliori auspici della precedente: niente SARS, niente polemiche, quasi tutti gli ospiti previsti a rapporto (alla fine è mancata all'appuntamento solo Barbara Wong), con due politici locali (sindaco e assessore regionale) sul palco a Infernal Affairs 2sancire l'importanza della manifestazione e pace fatta dopo i dispetti dello scorso anno. La novità sono i film aperitivo, con due proiezioni inattese che anticipano l'inaugurazione vera e propria del festival. La panoramica sulla contemporaneità cinematografica hongkonghese, composta da undici titoli, è ricca e variegata: ci sono più noir del previsto, con il secondo e il terzo Infernal Affairs a capitanare la parata (seguiti a ruota da Colour of the Truth e Heroic Duo), e ci sono anche quest'anno le grandi commedie di successo, come Men Suddenly in Black o il giovanilista Truth or Dare: Sixth Floor Rear Flat. Bisogna aspettare un giorno (sabato pomeriggio) per vedere la prima opera in concorso, l'atteso Running on Karma di Johnnie To e Wai Ka-fai, fresco trionfatore agli Hong Kong Film Award, ideale apripista rosanero. In un certo senso il lavoro di To e Wai è anche l'ipotetico metro di paragone a fare da spartiacque tra film tesi, duri, drammatici (anche Lost in Time del redivido Derek Yee), e parentesi leggere (anche troppo, si veda il deludente Elixir of Love), scanzonate, demenziali (Dragon Loaded di Vincent Kok, trampolino di lancio per il nuovo talento comico Ronald Cheng, poco apprezzato dalla platea del Teatro Giovanni da Udine).
Appurato che il premio del pubblico è fuori portata, un po' perché i film più rappresentativi - come i due seguiti di Andrew Lau e Alan Mak - non sono in prima serata, un po' perché la concorrenza è davvero spietata (The Twilight Samurai di Yamada Yoji, per esempio, è davvero di un'altra categoria), si può riflettere
sullo stato del cinema di Hong Kong di oggi, aiutati dagli editoriali ottimisti scritti sul catalogo da Ryan Law e Tim Youngs, dai volti soddisfatti degli ospiti (uno dei quali, il solito ineffabile Johnnie To, si porta dietro la macchina da presa e gira in loco, con Andy Lau e Sammi Cheng, alcuni parti del suo prossimo film) e dal raffronto temporale con un grande maestro cui il CEC, in collaborazione con l'Hong Kong Film Archive, dedica intelligentemente una retrospettiva di fondamentale importanza. Chor Yuen, omaggiato anche con un'ottima pubblicazione a parte, dimostra come il presente, anche solo a livello teorico, non è che un reimpasto di una tradizionThe Black Rosee inventiva e assolutamente postmoderna già in auge diverse decadi orsono. Degli undici titoli presentati solo tre sono del catalogo Shaw Brothers. Egoisticamente parlando è una fortuna, visto che le otto pellicole cantonesi degli anni sessanta sarebbero altrimenti introvabili in versione sottotitolata. Nonostante la qualità audio / video non sempre all'altezza della situazione - ne fa le spese soprattutto lo struggente Tear-Laden Rose - la rivelazione è totale. Finalmente anche in occidente a un genio del cinema cinese viene ridato il giusto posto nella storia: Chor dimostra di essere un sublime narratore (Winter Love), creatore di storie fantasiose e fumettose (The Black Rose), stratega e innovatore (The Prodigal), di sapere dirigere con classe gli attori (in particolar modo la moglie Nam Hung), di avere le capacità per plasmare i generi e se necessario di potersi anche prestare a fare il protagonista (A Mad Woman). Con un unico colpo di mano Chor (peccato che non sia potuto intervenire, avrebbe potuto raccontarne delle belle...), infaticabile lavoratore sul set e in studio, vero amante della settima arte, gentiluomo incuriosito da letteratura e classicismo, cantore del cinema in lingua cantonese, proprio da lui rilanciato (The House of 72 Tenants) in tempi di strapotere mandarino, impartisce a posteriori ai suoi futuri discepoli, tra i plausi unanimi di chi è accorso per apprezzarne la voglia di mettersi sempre in discussione, una lezione di grande umiltà e di compostezza formale invidiabile. Il vero vincitore, in ambito hongkonghese, è senz'altro lui.

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