"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Torino Film Festival 2008

Night and DayL’ultima edizione del Torino Film Festival è stata davvero ricca, come nella miglior tradizione della manifestazione sabauda, pur senza riuscire a eguagliare i fasti precedenti al recente cambio di gestione. Grande merito è stato l’omaggio, nell’ambito della sezione La Zona, a Oguri Kohei, regista giapponese, dal rigore estremo, autore di soli cinque film in trent’anni di attività. Il suo cinema è stato un percorso volto a raccontare la società nipponica del dopoguerra, senza lesinare di toccare tabù quali quello del razzismo nei confronti dei coreani, attraverso la successioni delle stagioni della vita, ad ognuna delle quali è dedicata una delle sue opere.

Il cinema di Oguri riprende la concezione giapponese, che si fonda sullo shintoismo e sul sentimento che vede il mondo della natura come un’estensione dell’uomo stesso, di dare grande importanza alle atmosfere, alla relazione tra i personaggi e l’ambiente che li circonda. Nel corso della sua carriera, il suo cinema ha dato sempre più spazio al simbolismo, fino ad arrivare a opere come l’ultimo Buried Forest (Umoregi, 2005), in cui le varie età dell’uomo, oggetto dei precedenti film, coesistono tra di loro.
Tra opere già viste in altri festival, come Dream di Kim Ki-Duk, Still Walking di Kore-eda Hirokazu, 24 City di Jia Zhangke e Now Showing di Raya Martin, Torino ha presentato in anteprima, fuori concorso, l’ultimo lavoro di Hong Sang-Soo, Night and Day. Ambientato, non a caso, a Parigi, il film racconta di un pittore coreano che si rifugia nella capitale francese, per fuggire a una condanna per detenzione di marijuana. Incontrerà una sua ex, ma non riuscirà a dimenticare la moglie rimasta in Corea. Hong Sang-soo è sempre più vicino al cinema francese e in particolare a Rohmer di cui sembra voler inglobare tutti e sei i racconti morali, mentre l’utilizzo insistito dell'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven potrebbe essere un richiamo a Lola di Jacques Demy.
Altra importante visione al Torino Film Festival è stato l’attesissimo United Red Army di  Wakamatsu Koji. Si tratta di un film di tre ore che racconta del movimento paramilitare dell’Armata Rossa Unita fino all’evento del febbraio 1972, che vide alcuni suoi militanti  barricarsi in una casa di montagna e ingaggiare un conflitto a fuoco con la polizia. Molto diverso dal cinema di Wakamatsu cui siamo abituati, pur mantenendo tutta la sua carica eversiva, questo film ha più le caratteristiche dell’opera necessaria. Nato come reazione al film The Choice of Hercules di Harada Masato, che racconta gli stessi avvenimenti dal punto di vista del potere,  il film è stato realizzato senza contributi pubblici e con un personale investimento del regista che ha ipotecato le sue case e utilizzato il suo stesso chalet di montagna per le riprese dell’ultima parte, in cui viene peraltro distrutto. Wakamatsu ha poi intrapreso viaggi in Corea del Nord e in Palestina per far vedere il film ai militanti superstiti dell’Armata Rossa Unita. Come nel precedente Cycling chronicles, viene dato grande rilievo al paesaggio con le vedute, quasi estetizzanti, del monte Asama, emblema della natura e della sua indifferenza rispetto agli eventi degli uomini.
Come sempre per Torino, il concorso appare di secondaria importanza, rispetto alle retrospettive. Di orientale si è visto il cinese The Shaft, dell’esordiente Zhang Chi, che racconta la dura vita nelle miniere di carbone dell’ovest della Cina, attraverso le vicende di tre personaggi, protagonisti di tre episodi. Fuori concorso è stato presentato il malese Days of the Turquoise Sky di Woo Ming Jin, storia di un ragazzo dalla vita difficile che si innamora della sua maestra. Un film semplice sull’adolescenza e sul passaggio all’età adulta.

Trailer di United Red Army di Wakamatsu Koji:

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