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The Longest Summer Stampa E-mail
RECENSIONI - FILM
Scritto da Paolo Villa   
Sabato 26 Aprile 2008 00:41

The Longest Summer31 Marzo 1997, il corpo speciale hongkonghese dell’esercito britannico si scioglie in vista dell’imminente ritorno della colonia alla Cina: Ga Yin (Tony Ho, all’esordio), ormai ex-sergente senza mai aver combattuto, e i suoi uomini si ritrovano paracadutati in una città che ribolle inquieta nell’attesa. Tra chi galleggia a vista in un mare che non comprende c’è anche chi nuota inconsapevole, nella propria gioventù; e di comprendere non si pone nemmeno il problema.

Ga Suen (ancora Sam Lee, l’Autumn Moon di Made in Hong Kong), il fratello minore di Ga Yin, lavora in un mondo a metà tra il sommerso e l’emerso, guadagna i soldi dalla malavita, ma tutto sembra pulito. Sono proprio i genitori, in costante preoccupazione per il denaro, a spingere Ga Yin a lavorare con il fratello più piccolo; è così che l’ex-sergente diventa autista di un capo malavitoso e che il groviglio di un’identità perduta si fa mano a mano sempre più serrato e inesplicabile. La via d’uscita sembra essere la rapina a una banca, che i due fratelli organizzano con gli ex-commilitoni; ma, arrivati al momento di agire, un caso imprevisto sconvolge i loro piani, con lo zampino di Jane (Jo Kuk, anche lei esordiente) che si scopre essere la figlia irrequieta del capo di Ga Yin.
Un cielo notturno invaso e quasi violentato dai fuochi artificali delle cerimonie per la riannessione guarda le vite dei due fratelli trovarsi e perdersi lungo il percorso di un estate che nell’obiettivo di Fruit Chan segna un buco nero nella storia di Hong Kong. Un passo più politico di quel che è stato il primo episodio della trilogia di Chan sull’handover, Made in Hong Kong, e che poi si concluderà con Little Cheung, The Longest Summer parla una lingua densa, in cui l’accumulo di vicende e punti di vista della prima ora si svolge in narrazione più coerente nella seconda parte. Un cinema che si lascia scorrere liquido e, al momento giusto, affonda le unghie e fa male. Un cinema senza lacrime e senza stampelle. Un cinema di responsabilità, ancora una volta fatto con attori presi dalla strada, che non recitano ma vivono la scena, con grande merito di un regista dal tocco magico. Fruit Chan, che cura molto bene anche il montaggio, stavolta trasforma la materia della cronaca, coadiuvato da gran parte della troupe, con Lam Wah Chuen alle musiche e alla fotografia ed Andy Lau alla produzione – ma anche interprete del motivo musicale – , in quella che diventa storia in fieri. Per ricominciare bisogna dimenticare.

Hong Kong, 1998
Regia: Fruit Chan
Soggetto / Sceneggiatura: Fruit Chan
Cast: Tony Ho, Sam Lee, Jo Kuk, Gary Lai, Chan Sang

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