| Besieged City |
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| RECENSIONI - FILM | |||
| Scritto da Paolo Villa | |||
| Domenica 28 Marzo 2010 01:00 | |||
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Cinema Hkese e mali dell’adolescenza hanno sempre viaggiato su piani comunicanti, e i loro intrecci si sono più volte infiammati generando frutti come School on Fire e Story of a Discharged Prisoner. Uno dei maggiori testimoni di questa storia d’amore a intermittenza è Lawrence Ah Mon, uno dei protagonisti della seconda New Wave, che già dal suo primo lavoro, intitolato Gangs , sceglieva di percorrere la via impervia del racconto di una città e dei suoi dolori proprio tramite personaggi che, ingabbiati in quell’età sospesa tra infanzia e maturità, sono divenuti col tempo archetipi anomali dell’uomo come animale urbano. Dagli esordi di Lawrence Ah Mon sono passati vent’anni, e anch’egli – attraversata la terra di nessuno di tanto cinema dell’ex-colonia – è cambiato. I suoi film si sono fatti più contemplativi e meno arrabbiati, e in mezzo a tanto grigio il regista di origini sudafricane ha preso a dosare il disincanto e la leggerezza, a parlare con un tono più morbido e poetico. Così, sempre tornando al cinema dell’adolescenza, quando a metà degli anni ’90 è esploso il fenomeno degli Young and Dangerous, Ah Mon ha risposto sul ring del cinema con un uno-due micidiale: gancio e montante con Spacked Out e Gimme Gimme; avversari al tappeto, match all’apparenza chiuso. Ma il nostro non è stato lontano dal suo terreno preferito per molto tempo. Aveva ancora delle cose da dire, e così ecco Besieged City; ancora una volta un racconto di alenazione urbana, di vuoto, di non allineamento a se stessi e alla società, e protagonisti stavolta sono i ragazzini di Tin Shui Wai, periferia residenziale dei nuovi Territori di HK e prigione di vetro e cemento. Il film è il racconto di uno smarrimento profondo, che ferisce l’occhio con le sue magnifiche immagini. Sulla superficie di queste immagini galleggia una storia che, come i suoi protagonisti, non sa dove andare. Ne esce una pellicola senza una spina dorsale tematica coerente, strutturata a onde di flashback che aggiungono man mano un tassello alla vicenda. Si tocca da vicino, sin dall’incipit e via via con una serie di stacchi in natura morta, la poesia pura nell’occhio del Lawrence Ah Mon di oggi, e questo riesce anche a far passare in secondo piano la prevedibile monotonia della narrazione, accumulo di dolori e sfortune di questi ragazzi che non vedono la via d’uscita da una vita fatta di gabbie. Ancora una volta, enorme il lavoro di Ah Mon nel dirigere un cast di ragazzini in gran parte presi dalla strada, con le loro facce da adolescenti impenetrabili e confuse. Hong Kong, 2008
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| Ultimo aggiornamento Domenica 28 Marzo 2010 20:57 |






