| Shinjuku Incident |
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| RECENSIONI - FILM | |||
| Scritto da Emanuele Sacchi | |||
| Lunedì 20 Agosto 2012 00:00 | |||
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Shinjuku Incident può sembrare il racconto di ascesa e caduta di un criminale, di un Tony Montana approdato nel ricco Giappone per guadagnare soldi facili ricorrendo a ogni mezzo, ma non è così. Alla base del film ci sono il dramma dell'immigrazione e il contrasto di culture che da esso deriva, una babele dell’Estremo Oriente tale da rendere improbo (l’esito infatti è scarso) il lavoro dei doppiatori italiani, alle prese con il contrasto linguistico tra cinesi, hongkonghesi, taiwanesi e giapponesi. Le orde di cinesi che sbarcano in Giappone e il sostanziale disprezzo nipponico nei loro confronti, ostentato con altezzosità, non sono che diversi volti della consueta medaglia, qualcosa che richiama alla mente gli immigrati che dal Sud dell'Italia si dirigevano in massa verso il Belgio o quelle moltitudini di bisognosi che oggi riempiono i barconi al largo delle nostre coste meridionali. Viaggi della speranza o della disperazione, all'inseguimento di un sogno che in fondo tutti sanno essere tale, ma che comunque rappresenta qualcosa di diverso da una realtà evidentemente insostenibile. E in quella chiassosa, colorita comunità di cinesi che si forma in Giappone, incline al raggiro e alle furbate quotidiane (“I giapponesi non rubano, quindi pensano che neanche gli altri lo facciano”) par di rivedere i peggiori stereotipi del nostro Mezzogiorno: ma anche i cliché positivi, il calore familiare, l'ospitalità. Quando Jackie Chan viene accolto da Daniel Wu e Lam Suet è come se anche noi spettatori fossimo invitati a cena, in compagnia degli amici di tante visioni hongkonghesi, tanta è la complicità che Derek Yee instaura con il suo pubblico, nel momento in cui mette insieme icone (come Chan), star odierne (come Wu) o grandi caratteristi (come Suet), appartenenti a differenti generazioni. Ma se i più sbarcano in Giappone per soldi, per disperazione, per sfuggire alla legge, c'è pure qualcuno che lo fa per amore, come Steelhead, un inedito Jackie Chan. Un Jackie che ferisce, uccide, fa sesso, quasi irriconoscibile rispetto al suo sempiterno personaggio, lontano anni luce dal supereroe da cartone animato senza età né spargimenti di sangue. Nemmeno nel crepuscolare New Police Story lo si era visto così calato nella dura realtà; mai costretto a sporcarsi le mani come qui, mai così calato nell'essenza del nero come la pece post-Johnnie To, dove non resta neanche un pertugio per quell'illusione che si chiama speranza. Hong Kong, 2009
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| Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Agosto 2012 17:54 |






Non sono in molti a Hong Kong i registi che hanno mantenuto un prestigio e uno status all'altezza della tradizione di eccellenza in ambito noir dell'ex-colonia britannica. Uno di questi è di certo Derek Yee, forte di titoli come