| The Private Eyes |
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| RECENSIONI - FILM | |||
| Scritto da Matteo Di Giulio | |||
| Mercoledì 06 Febbraio 2008 01:30 | |||
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L'opera innovativa di Hui - merito suo il definitivo predominio del dialetto cantonese nelle sale hongkonghesi -, prevede il rispetto dei modelli classici (americani - Charlie Chaplin, Buster Keaton - e non) e il loro adattamento allo stile orientale. Rivolgendo sempre l'obiettivo verso argomenti quotidiani, in modo da coinvolgere lo spettatore in primissima persona. Lo sguardo si fissa su tre detectives privati, il cui capo è ovviamente avaro e cinico; i suoi aiutanti, uno atletico e bello, l'altro silenzioso e impacciato, sono anteticamente complementari. Tra missioni (im)possibili, pedinamenti e gaffes clamorose, gli occhi privati non perdono una singola occasione per combinare guai. I tre fratelli Hui giocano sul conflitto dei loro personaggi per estremizzare i rispettivi caratteri: Michael è sempre più il boss sbruffone, eccessivamente sicuro di sé; Sam l'eroe buono, ingenuo, in grado di cavarsela in ogni situazione (e riesce a prendersi le sue rivincite); Ricky lavora invece più nell'ombra, con un'interpretazione surreale che ne sfrutta sarcasticamente volto triste e goffaggine fisica.
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| Ultimo aggiornamento Sabato 07 Maggio 2011 19:42 |






Al terzo film da regista Michael Hui dimostra ulteriore maturità: The Private Eyes, oltre ad essere una summa della sua peculiare comicità, è un ottimo esempio di satira, mai banale. La rilettura della società cantonese è indicativa, come un termometro, di attitudini, aspettative e vizi del periodo.