Cageman

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in FILM

CagemanUno dei film più coraggiosi dell'intero decennio, Cageman di Jacob Cheung riprende la tradizione del dramma sociale negli anni '50 - la crisi degli alloggi era un tema tipico del periodo - e la adatta ai giorni nostri, portando sul grande schermo la storia di un gruppo di disadattati costretti dalla propria indigenza a condividere un fatiscente palazzo. Dove al posto degli appartamenti si vive in squallide gabbie, che a malapena riescono a fornire spazio e riparo ai loro abitanti. Dopo due decadi di tolleranza la società che possiede l'abitato vorrebbe demolirlo e costruire ex novo un grattacielo, bonificando la zona e rendendola più redditizia. Gli sfrattati si uniscono e alzano la voce: prima provano con la popolarità di due uomini politici abili a sfruttare la situazione a proprio vantaggio, poi decidono di fare fronte unico contro le forze dell'ordine giunte a sgomberare il palazzo.

Per rendere più plausibile il suo grido di dolore, Cheung utilizza esclusivamente veterani e vecchi registi disposti a passare dall'altro lato dell'obiettivo, con una sensibilità che Stephen Teo definisce geniale e umanistica1.
Punti di forza: l'interesse per il sentimentalismo familiare (padri e figli) e sociale non nuovo nell'opera dell'autore, e digressioni, delicate e illusorie, che hanno come fulcro gli inquilini e i loro rapporti (Roy Chiao e il figlio ritardato, un vecchio quasi centenario e il suo aiutante, un poliziotto inflessibile e il figlio delinquente che nel dormitorio trova la famiglia che non ha mai avuto). Contenutisticamente ricco, incisivo, Cageman è reso meno intransigente da qualche ornamento di maniera: come le forti parentesi melodrammatiche o la caratterizzazione simbolica dei personaggi, in special modo quelli negativi, che paradossalmente incarnano tutti i mali del mondo. Caso clou due politici, che per tre giorni si offrono di convivere con i senza tetto per comprenderne la difficile situazione: al mattino del terzo giorno i due, che avevano fino a poco prima fatto buon viso a cattivo gioco, non vedono l'ora di tornare alle comodità e agli agi cui sono abituati. Senza ovviamente aver combinato nulla di buono per i loro assistiti.
Lo stile di Cheung è secco, duro, ai limiti del documentario, con una fotografia volutamente grezza per sfruttare la forza di un soggetto poderoso e rivestirlo solo di stracci e miseria (umana). L'impatto polemico e la scorrettezza morale sono valsi il sigillo del Cat. III: ma la paura dei censori è soprattutto nei confronti di uno spaccato di quotidianità credibile, così intenso da far male. Soprattutto quando i personaggi, che parlano tantissimo e senza tregua, battibeccano tra di loro colpendosi con frecciate cariche di ironia e di disillusione. Grazie ad un'alternanza magistrale di registri differenti, dal drammatico al grottesco, la mano del regista guida lo spettatore a commuoversi, a sorridere, a cantare, ad affezionarsi e a parteggiare per gli oppressi, sperando che il finale amaro non sia, almeno per una volta, l'unica soluzione possibile. Il film ha meritatamente conteso a 92 Legendary La Rose Noire la palma di dominatore agli Hong Kong Movie Awards del 1992.



Note:
1. Stephen Teo - Hong Kong Cinema - The Extra Dimensions (British Film Institute, 1997).

Hong Kong, 1992
Regia: Jacob Cheung
Soggetto / Sceneggiatura: Yank Wong, Chin Yiu Hang, Jacob Cheung
Cast: Wong Kar-kui, Michael Lee, Roy Chiao, Guk Fung, Liu Kai Chi

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