Zu: The Warriors from the Magic Mountain

Scritto da Stefano Locati. Postato in FILM

Zu: The Warriors from the Magic MountainLa storia dei wuxiapian fantastici cantonesi delle tre decadi precedenti viene ridotta in politiglia, attentamente analizzata e risputata sotto nuova forma con identico candore ma rinnovata spettacolarità. L'operazione di Tsui Hark solo apparentemente può risultare derivativa o strettamente speculare ai precedenti successi occidentali di fantascienza ed effetti speciali quali Guerre stellari di George Lucas; l'occhio attento del regista coglie infatti l'importante momento di mutamento e con uno spaccato forse eccessivamente ingenuo e stilizzato, ma dal forte sapore simbolico e filosofico, svela nuove potenzialità nel cinema popolare pensato e soprattutto rivolto alle grandi masse.

Con rara ironia e innata leggerezza, Zu: The Warriors from the Magic Mountain scaglia le sue decine di subplot contro bersagli ben precisi, di certo già presi singolarmente di mira da pellicole precedenti, ma mai tanto fastosamente ed unitariamente. La follia della guerra, la necessità di mettere da parte le diversità per contrastare le avversità, il difficile compito dell'insegnante, lo zelo degli studenti e il passaggio di quella sottile linea di confine che porta alla maturità, il superamento dei propri limiti come sfida possibile, persino l'impossibilità dell'amore in casi disperati - tutto viene coerentemente intrecciato nel dare vita a un'incredibile susseguirsi di azione da far girare gli occhi. Alla staticità di certo cinema colto e pseudo-intellettuale viene contrapposta una carica sferzante di adrenalina e gusto per l'eccesso, con una formula che Hark sarà in grado di riutilizzare più e più volte con sempre maggiore padronanza, specialmente nella rivisitazione dei classici del cinema passato (bastino i casi emblematici delle serie A Chinese Ghost Story, Swordsman o Once Upon a Time in China). Un ricorso costante e debordante a tutti i mezzi necessari alla resa incondizionata dello spettatore di fronte al maestoso impatto con una messe indescrivibile di invenzioni al limite del barocco e del pensabile. Spade volanti o fiammeggianti, castelli incantati o tetri antri infernali, spettri dagli occhi rossi, maghe senza paura, anziani guerrieri incatenati alla nuda roccia per sbarrare la strada ai loro nemici, mastodontiche statue che si librano nell'aria, terremoti e glaciazioni; un turbinio che non lascia tregua e costringe ad arrancare, nel tentativo sempre sfuggente di tenere il passo con il vertiginoso incedere degli eventi. In effetti lo scontro che Tsui Hark ingaggia in prima linea è proprio quello con lo spettatore, sorta di ricettacolo e cavia preposta al bombardamento neuronale di un'inventiva senza ritegno o regole.

Zu: The Warriors from the Magic Mountain è un'esperienza dalla quale non si può che uscire spossati, spogliati di qualsiasi verità precostituita o facile strada interpretativa. Sfuggente proprio nella sua poliedricità, incontenibile nelle sue mille sfaccettature, si dimostra un film multicentrico e polimorfo, difficilmente inquadrabile. Un film instabile, che vive di momenti e rischia sempre di cadere nel banale, nel melenso, nel troppo, ma che subito rimanda alla scena successiva per contraddire e smentire quanto precedentemente mostrato. Ecco allora che lo scontro con lo spettatore si trasforma in gioco, quasi uno sberleffo, uno stuzzicare con la mano sinistra per subito ritrarla, salvo poi colpire con la destra quando meno ce lo si aspetta. Un gioco primevo, balzano, imprevedibile - il cui risultato non può essere certo stabilito a priori, ma è dato dalla risultante di una variabile impazzita che concentra e centrifuga commedia, melò, arti marziali, dramma e onore. Non è una pellicola che possa piacere per forza, invariabilmente, ma è sicuramente una di quelle che richiedono e prediligono più di una visione. Perché ad ogni tentativo le sensazioni subodorate cambiano e si riplasmano a seconda dell'umore e della predisposizione.
Perfettamente e selvaggiamente lontano da qualsiasi perfezione.

Hong Kong, 1983
Regia: Tsui Hark
Soggetto / Sceneggiatura: Shui Chung Yuet, Szeto Cheuk-hon
Cast: Yuen Biao, Adam Cheng, Damian Lau, Brigitte Lin, Sammo Hung

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