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RECENSIONI - FILM
Scritto da Valentina Verrocchio   
Giovedì 06 Marzo 2008 19:59

PTUI poliziotti passeggiano di notte, fanno la ronda, si perdono a sognare intorno a una cabina telefonica e poi si fermano a sussurrare la buonanotte alle fidanzate, reali o telepatiche, e a volte ordinano una chefsalad al chiosco dietro l'angolo... Il cinema di Hong Kong ci ha abituati da sempre a scene di questo genere, tante diurne, ma le più belle notturne (Andy Lau in Days of Being Wild, Tony Leung Chiu-wai in Chungking Express... ed è fin troppo facile partire da queste citazioni...). Fino a quando ecco che Johnnie To, nel suo ritratto di Hong Kong più silente e disilluso, ma ancora fantasioso e metaliguistico, sceglie di metterli tutti insieme questi poliziotti e di puntare l'occhio di bue sulle (non) avventure di chi lavora di notte, quasi minuto per minuto, optando per un film intero che svuoti ulteriormente tutti i momenti privi di senso dei poliziotti di Hong Kong. Lasciando perdere tutti i ripieni di tutti i film classici, le storie d'amore, gli inseguimenti e le rivalità cromaticamente chiaramente bipartite tra buoni e cattivi, e insistendo solo unicamente sugli andirivieni delle uniformi, sui loro svoltare gli angoli di strada, sul loro scontrarsi e sovrapporsi e ragionare giammai da eroi ma da impiegati-uomini-imperfetti e scoperti. Scardinando le regole del cinema d'azione. Impastando tutto nel blu, nel nero, nel giallo debole, tutto indefinitamente mischiato come l'immondizia e la pioggia, giù per una grondaia.
Un pretesto kafkiano, con la faccia di Lam Suet che grida sotto la pioggia con le mani a segnarsi il volto di angoscia, come nell'Urlo di Munch: il sergente Lo vive una serata sfortunata: alla tavola calda s'imbatte negli scagnozzi di un boss di quartiere; gli imbrattano la macchina, lo inseguono, lui inciampa, scappa, cade, viene picchiato e quando rinviene si accorge di non avere più con sé la pistola d'ordinanza. Bendato e rattoppato chiede venia al capo dei PTU (Police Tactical Unit) Mike Ho (Simon Yam, che per tutto il film si comporterà da Simon Yam, senza gli eccessi di Simon Yam), e tutti si mettono a cercare la pistola scomparsa, dandosi un limite orario entro il quale eventualmente denunciare la perdita dell'arma, mentre i colletti bianchi del reparto investigatori criminali si mettono a puntualizzare anche i respiri (e la puntualizzazione, si sa, è donna, e qui ha la faccia di Ruby Wong), accrescendo l'incertezza e il sudore, il panico e l'inadeguatezza; mentre dal canto loro immigrati clandestini, scavezzacollo da quattro soldi e capitriade oscuri e mellifluamente torbidi si manifestano lungo la strada, tra cabine telefoniche, sale giochi e fessure, tra gli infissi sudici della città immersa nell'oscurità, esattamente come una inspiegabile quanto tuttavia realmente indecifrabile accozzaglia di scarafaggi, subdolamente indaffarati e sguiscianti...
Non vengono in mente paragoni per spiegarsi e ritrovarsi in qualche modo dentro il circoscritto labirinto emozionale e piovigginoso, traspirante, di PTU. Vien voglia però di accostare mentalmente questa pellicola ad altre, altrettanto irreali e scivolosamente notturne, instabili, malate e stanche, sgualcite ed esauste: Al di là della vita, e Fuori orario di Martin Scorsese, per esempio.
In PTU poi ci sono solo sprazzi (contentini) di scontri a fuoco tradizionali, di guardie e ladri da blockbuster. Quello che invece c'è sul serio, insistentemente e contagiosamente, è la desolazione, il vuoto bagnato e rifrangente delle strade, il buio sconnesso delle scalinate disabitate, degli abitanti della notte che hanno smesso di essere delle apparizioni glamour di onnipotenza, tra caos, alcool, karaoke e droghe, e ora sono solo ominidi qualunque, tenuti insieme a forza da operazioni surreali (di nuovo, per l'appunto, kafkiane!), missioni incongrue, come in un incubo da cui non si riesce a svegliarsi, e in cui si ha l'impressione costante e crescente di non riuscire a vedere bene. La disperazione, l'aggressione, branchi di cani che si incontrano di notte e si riconoscono dall'odore, a seconda delle scie lasciate nelle zone battute d'abitudine.
Forse Johnnie To è stato amaramente fortunato, assecondato in qualche modo dagli eventi reali, nel senso che il suo PTU (due anni di gestazione) è preoccupantemente simile a come ci si immagina che debbano essere le notti ora, a Hong Kong, con la SARS che striscia tra i vicoli desolandoli. E a questo proposito, sempre forse, è interessante notare cosa sia in realtà la PTU, un'unità di polizia locale che di solito ha il compito di mantenere l'ordine durante le occasioni ufficiali e le feste cittadine, tipo la cerimonia dell'handover del 1997. È interessante perché ora le stesse persone, gli stessi poliziotti, si ritrovano a perlustrare i marciapiedi sostanzialmente vuoti, con la stessa serietà e la stessa professionalità, o meglio lo stesso ostinato illuso-disilluso tirare avanti di e per sempre. Mentre invece Hong Kong è finita, è chiusa, è malata, e chi è stato addestrato per contenere le folle, ora non può fare altro che rimettere in scena lo sfuggire obliquo a pericoli tanto letali quanto inutili e noti, tra equivoci (alla fine anche) buffi e sorprese di gelido squallore inconcludente, ripetitivamente irreale, in cui conta solo tornare a casa sani e salvi, a dispetto, è liberatorio ripeterlo, del cinema di eroi che tutti amano, che tutti si aspettano, e che PTU non è.
Fasci di luce deboli, torce elettriche che segano e segnano l'oscurità, mentre la colonna sonora s'ingrandisce e gonfia il petto di malinconia.

Hong Kong, 2003
Regia: Johnnie To
Soggetto / Sceneggiatura: Yau Nai-hoi, Au Kin-yee
Cast: Simon Yam, Maggie Siu, Lam Suet, Ruby Wong, Lo Hoi-pang

 

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