"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Aces Go Places III

Aces Go Places III Il nuovo appuntamento con il trio Sam Hui - Karl Maka - Sylvia Chang in Aces Go Places III (più esplicito il sottotitolo: Our Man from Bond Street) è affidato alle mani di un regista a suo agio con gli effetti speciali, Tsui Hark. Il quale sin dalle primissime battute non nasconde la volontà di accelerare i tempi comici esagerando la parodia degli 007 già accennata nei primi due episodi. Addirittura assolda un attore che somiglia per certi versi a Sean Connery nei panni di un agente segreto, gli affianca una finta regina - una sosia, così come nel finale accade per Ronald Reagan -, e lo pone a capo di un progetto criminale, fronteggiato dai tre protagonisti e - anche se solo alla fine - da Richard Keaton, direttamente dal serial Mission Impossible. Con premesse di tutto rispetto Tsui gioca bene le sue carte: l'azione si sposa alla tecnologia (pacchiana), la commedia alla demenzialità. Un mix riuscito suggellato dalla coppia di anti-eroi King Kong, ladro d'alto rango, e Albert, ispettore combina guai; stavolta Nancy, che ha appena dato un figlioletto dispettoso al marito poliziotto, si ritira in secondo piano, anche se prima si ritaglia due spassosi momenti melodrammatici.
Ha ragione Karl Maka: «Prendete un mercato qualsiasi [...] e studiate la lista dei film di maggiore successo: c'è sempre un James Bond. [...] Riprendi la lista e vedi che i film della Pantera rosa hanno successo dappertutto. [...] Perfetto, aggiungiamo Bruce Lee. Quindi James Bond più la Pantera rosa più Bruce Lee. Mescolate bene e avrete un grande successo»1. Sam Hui (con un cachet da record) è James Bond, l'ispettore Clouseau è Karl Maka, per i combattimenti sono chiamati da Hollywood, a peso d'oro, i migliori tecnici e stuntmen del momento: scelte azzardate, un budget fuori misura, ripagato però con uno dei maggiori incassi della storia del cinema orientale. «Non sono un uomo d'affari. Quando ho pagato Sam Hui due milioni di dollari [di Hong Kong], tutta l'industria mi ha detto che ero pazzo. Quando ho ingaggiato i professionisti americani mi hanno detto che ero pazzo. Non tanto per gli incassi, la mia ambizione è di dimostrare che l'attuale sistema ha torto. [...] Dicono che ci vogliono massimo cinque milioni di dollari di Hong Kong per fare un film. Io dico di no! Ce ne vogliono dieci!»2. Si immagina una sintonia immediata con Tsui Hark, che farà più o meno lo stesso per Zu: The Warriors from the Magic Mountain.
La comicità è grossolana, ma ben calibrata, il rimando cinefilo a modelli di successo, e la conseguente messa alla berlina, permette agli spettatori di ridere e di riconoscere sullo schermo citazioni e sberleffi: James Bond è un malvivente di mezza tacca, la regina non fa una bella figura, e alla fine sono i tre cinesi sprovveduti a sbrogliare la matassa. Populista, se vogliamo, ma non banale, visto che nessuno dei personaggi coinvolti nel gioco è esente da difetti. Particolarmente divertente è l'interazione tra i protagonisti, ogni loro incontro finisce in dramma e ribalta il pretesto di partenza: come nel caso dell'interrogatorio contro Sam Hui che si trasforma in un linciaggio di Karl Maka, costretto a confessare alla moglie il suo vizietto. Ai meriti di Raymond Wong, sceneggiatore, si aggiunge l'inventiva di Tsui Hark, che concepisce e mette in scena trucchi al limite del guardabile: cinque Babbo Natale in moto; uno skateboard a reazione; un furto tra i laser (che si conclude con una partita a tris dove King Kong vince barando); un piccolo aviogetto con cui scorazzare sotto la metropolitana. Tutto è lecito per dare colore a quello che, senza dubbio, è il miglior risultato tra le cinque puntate della serie.

Note:
1. Olivier Assayas - Mak Kar, la formule miracle in AA.VV. - Made in Hong Kong (Cahiers du Cinema #362-363, 1984)
2. Olivier Assayas, op. cit.

Hong Kong, 1984
Regia: Tsui Hark
Soggetto / Sceneggiatura: Raymond Wong
Cast: Samuel Hui, Karl Maka, Sylvia Chang, Ricky Hui, Gwing Ma San

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