Anna Magdalena

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in FILM

Anna MagdalenaHong Kong 1997, un anno fatale per il cinema. Comincia infatti una crisi da cui non sarà facile uscire: per di più la United Filmakers Organization, la compagnia che meglio aveva rispecchiato i sentimenti del pubblico giovane dell'ex colonia britannica, è appena fallita, lasciando come eredità le sue delicate commedie sentimentali.
Hai Chung Man, scenografo di punta della U.F.O. (premiato con l'Hong Kong Film Award per Saviour of the Soul e Comrades, Almost a Love Story) si mette in testa di dirigere una commedia capace di coniugare e soddisfare i gusti nuovi (Wong Kar-wai e i romanzi di Banana Yoshimoto) e vecchi (le commedie di Peter Chan con Anita Yuen). Il problema di trovare i capitali necessari alla realizzazione del progetto è facilmente risolto grazie alla partnership con la compagnia nipponica Amuse (alla quale sono molto graditi i protagonisti Takeshi Kaneshiro e Kelly Chan, diventata famosa come testimonial di un cosmetico giapponese). Alla sagace penna di Ivy Ho il compito di scrivere una commedia romantica, che occhieggi soprattutto ai teenager invidiosi di Giappone e Occidente, con personaggi semplici ma in cui sia facile immedesimarsi. Il gioco riesce alla perfezione.
Anna Magdalena è la storia di due amici e di una donna, e dei loro difficili rapporti tra amori e gelosie. Takeshi Kaneshiro è un accordatore di pianoforti, molto introverso e molto solo; Aaron Kwok uno scrittore in erba che non conosce altro che la libertà e che non riesce a mantenere a lungo una relazione sentimentale; Kelly Chan una giovane sentimentale un po' ingenua. Il regista costruisce un delicato quadretto d'insieme, una digressione sulla difficoltà dei rapporti umani. Il suo stile è personale - fotografia solare, piani sequenza usati con parsimonia e un uso avvolgente della musica -, capace di coniugare freschezza formale e una direzione degli attori raramente così efficace. Alcune intuizioni - comprese un paio di scene oniriche nella prima parte - sono innovative, pur sfruttando esperienze già note: attraverso la lettura di un manoscritto inviato da Chan Kar-fu ad una casa editrice si aprono due parentesi, due sotto-trame che citano apertamente il passato recente del cinema di Hong Kong. La prima, in puro stile mélo, vede protagonista la redattrice che riceve il libro e lo propone per la pubblicazione all'editore, di cui è segretamente innamorata anche se non ricambiata (bello il timido gioco di sguardi tra Anita Yuen e Leslie Cheung, che nei film di Peter Chan finiscono sempre per coronare il loro amore). La seconda, in puro stile fantasy, è quella contenuta nelle pagine del manoscritto che la Yuen espone all'editore: attraverso un'avventura ingenua, in stile Indiana Jones (o magari The Heroic Trio), si dipana una tenera storia d'amore in cui Chan Kar-fu finalmente riesce a dichiararsi e a conquistare Mok Man-yee. Il cambio di registro non spezza il ritmo, ma aumenta il senso di malinconia e di coinvolgimento emotivo. L'ottimismo non è di casa, il lieto fine non è più obbligatorio.
Difficile credere che per Hai Chung Man questa fosse la prima esperienza come regista. Si muove con una sicurezza e con una padronanza della camera propri di un veterano, e sa dirigere gli attori in maniera splendida. La sorpresa non è tanto Kaneshiro, che già aveva confermato il suo talento, quanto la semi-esordiente Kelly Chan e il solitamente poco espressivo Aaron Kwok. Divertite e indovinate le comparsate di Leslie Cheung, Anita Yuen e Jacky Cheung, quest'ultimo nel ruolo di un poliziotto.
Le citazioni occidentali (Alfred Hitchcock, Dickens, la musica classica usata come colonna sonora) sono molto colte, e fanno l'occhiolino a un pubblico stanco di eroi che sguazzano tra triadi, spadaccini e sadici assassini, senza appesantire la pellicola e facendo intuire le intenzioni autoriali dietro al progetto. Il film, il cui titolo deriva da un omonimo minuetto di Bach, è diviso in quattro parti, ognuna riferita ad un movimento dell'opera del compositore, e il sottofondo sonoro, con un tema fisso che ritorna spesso, è l'elemento portante di ogni episodio. Il personaggio di Kaneshiro ricorda da vicino il ritratto della solitudine che aveva interpretato in Fallen Angels (1995), mentre il viso di Kelly Chan (anche lei nasce come cantante) è incredibilmente simile a quello di Faye Wong (citata apertamente in un'ironica scena in un bar). Interessante anche il tentativo di delineare una sorta di materialismo romantico, con gli oggetti (il pianoforte, le porte di casa, le fotografie) usati come mezzo per comunicare i sentimenti, espediente direttamente derivato dai discorsi che Tony Leung Chiu-wai faceva a saponette e spugne in Chungking Express.

Hong Kong, 1998
Regia: Hai Chung Man
Soggetto / Sceneggiatura: Ivy Ho
Cast: Takeshi Kaneshiro, Kelly Chan, Aaron Kwok, Anita Yuen, Leslie Cheung

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