The Lion Roars

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The Lion RoarsSvariati secoli fa nella storia della Cina, Moth Liu è una signorina irascibile e incontentabile alla quale il fratello tenta disperatamente di trovar marito. Seasonal Chan è la poco fruttuosa spalla di un intellettuale di successo, ed è esigente in fatto di donne ma rintronato per tutto il resto. Un bel giorno lui e lei si incontrano ad una festa in onore dell'imperatore, che sorprendendoli sul punto di darsi il primo bacio, gli ordina di sposarsi all'istante. Il matrimonio ha luogo e l'amore è reale. Scaramucce, scherzi, bravate e musi lunghi. Moth Liu si arrabbia davvero troppo facilmente, specie quando il marito, con una serie di trucchetti sciocchini, corre alle Arabian nights con il suo amico intellettuale donnaiolo. Litigi, riappacificazioni, ulteriori sotterfugi e finalmente la variante di una vera minaccia femminile, nei panni della fantasmatica sorella dell'imperatore. La rottura tra i coniugi appare definitiva, Seasonal disperato e Moth Liu addirittura imprigionata per aver disobbedito ai desideri regali della principessa. Rincarata sarabanda di sfide, pozioni magiche, perdita della memoria, tentativi di riconquista, inseguimenti. Con una lacrima, una morale e un sorriso teatrale, l'amore trionfa e la mascherata volge al termine!
Per sopportare le infinite assurdità di The Lion Roars, occorre avere un'indulgente predisposizione per il surreale impastato con il demenziale. Solo così si può accettare Louis Koo quando atterra costernato nelle braccia di Cecilia Cheung / Ercolessa, vestito di bianco verginale, in atteggiamento tipico (ma esagerato) da debole shusheng, il volto coperto da un ventaglio lezioso. Solo così ci si può divertire senza fare gli schizzinosi con il concerto (parodia di quelli odierni) di Seasonal Chan che raglia e starnazza (apposta) sulle note di un can can stonato, guest star dell'idolo delle ragazzine intellettuale sciupafemmine. Solo così si gode appieno del fatto che infischiandosene del copione, oppure proprio a causa del copione, Louis Koo non la smette un attimo di ridere, per tutto il tempo, finendo per tirar dentro, per osmosi, chi guarda.
Già, Louis Koo: tutti continuano a sottovalutarlo, sarà un po' colpa anche di quel suo look da bellimbusto allo spiedo, ma pochi ce la fanno a riconoscergli un talento dissimulatamente comico molto simile a quello di Cary Grant (dal canto suo sempre sopravvalutato, per cui si potrebbe raggiungere un compromesso che elevi Koo, e ridimensioni Grant...). In una breve sequenza che lo vede in fuga di soppiatto dalla moglie, Seasonal Chan s'imbatte senza aspettarselo nel suo maggiordomo, spaventandosi e scivolando a terra con estremo brio, spasso e naturalezza, segno che Louis Koo ha una dote naturale per i tempismi da slapstick, oppure segno che è un gran lavoratore e chissà quante volte l'ha provato, quel ruzzolone. The Lion Roars, ancora, è un film per vedere il quale bisogna prepararsi, perché all'inizio la magrezza di Cecilia Cheung fa impressione, le ossa del teschio sembrano volerle bucare il mento e mandibole e zigomi si impongono troppo spigolosamente per smettere di pensarci. Un certo ribrezzo anoressico rimane fino alla fine, ma una volta accettata la scheletrica presenza, non si possono non apprezzare le doti in crescita di Cecilia, vivace e capace, vestita meravigliosamente, uniformemente indiavolata come se stesse mettendo in scena niente altro che il proprio carattere, sempre disinvolta, anche se qualcuno poteva spiegarle che quando si combatte è bene mantenere un'espressione e una sola, perché quel modo che ha di corrucciare le sopracciclia alla lunga sa di scombinato, finendo per guastare il tono risoluto del suo personaggio. Joe Ma ha affidato a Louis Koo il ruolo dell'omino debole ma moderno, pronto a innamorarsi davvero di una donna e a riconoscerne le qualità superando la corta ottica maschilista; a Cecilia Cheung è toccata la figura dell'eroina capricciosa e antipatica, sicuramente ironica, col compito di smettere di sottostare alle convenzioni e fare un po' quello che vuole (il ruggito infatti è nella realtà filmica della leonessa, non del leone), amare, dominare, giocare, reagire, ribellarsi e quant'altro, sulla via di una ritrovata spontaneità smaliziata e dell'astuzia asessuata. Certo Joe Ma sa di non potersi far carico di un simile contenuto senza gigioneggiare, e allora il suo film è disincantato, buffo, leggero, impudente, saltellante da uno stile all'altro, con la prima parte disordinata e col cielo grigio occlusivo come le operette huangmei anni sessanta, e la seconda parte ammiccante ad Ashes of Time, del quale riprende la fotografia, i costumi e le inquadrature sbilenche, senza timore d'essere sacrilego. Con tanti complimenti a Fanny Chan, inutile come attrice, ma veramente somigliante a Joey Wong. Il personaggio della principessa che appare sottoforma di spirito con una mossa sola rappresenta la sensualità anni novanta, insidiosa ma perdente, perché superata, e il tramonto delle tradizioni di concubinaggio e bigamia, viziate e sofisticate, fuori luogo appunto come una principessa retrograda. Tra una strizzatina d'occhio e l'altra, poi, anche dei messaggi, forse sorvolabili, tipo «Impara a fare compromessi e a perdonare, è l'unico modo di rimanere liberi», o tipo il commento metalinguistico (e programmatico) finale sul libro scritto da Seasonal Chan e intitolato, guarda caso, come il film: «Qualcuno potrà accusare il libro di mancare di profondità e sofisticatezza, ma è comuque una storia che si lascia ricordare»!
Insomma The Lion Roars è da lodare per la varietà, per i colori, per l'umorismo e per la scanzonatezza con cui procede inarrestabile, incontenibile, canagliamente adorabile, e, per inciso, Love for All Seasons di Johnnie To gli deve sicuramente più che solo qualcosina.

Hong Kong, 2003
Regia: Joe Ma
Soggetto / Sceneggiatura: Joe Ma
Cast: Louis Koo, Cecilia Cheung, Hui Siu-hung, Wyman Wong, Fanny Chan

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