Horoscope II: The Woman from Hell

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Horoscope II: The Woman from HellSeguito di Horoscope 1: The Voice from Hell, ma solo nominalmente, come avviene spesso nel cinema di Hong Kong - dove di frequente si sfrutta la notorietà di un titolo solo per raccontare storie completamente nuove. E' esattamente questo il caso di Horoscope II: The Woman from Hell, in cui il cast degli attori è completamente stravolto - dal primo episodio rimane solo Pinky Cheung - e nobilitato dalla presenza dell'onnipresente e onnivoro (in quanto a generi cinematografici che lo hanno visto protagonista) Simon Yam, e in cui la storia ha solo superficialmente a che fare con il predecessore. Se infatti siamo sempre nel territorio delle ghost stories, qui ci troviamo di fronte ad una trama nuova da capo a piedi. Una corsa nel pieno della magia nera, ma al contempo un tuffo nella follia.
Simon e Jess sono sposati e vivono felici in una grande villa, grazie al lavoro di lui, rinomato dottore. La loro vita viene però progressivamente sconvolta da avvenimenti inquietanti e sconvolgenti. Un loro amico impazzisce e si dà la morte proprio nel loro giardino, sostenendo di essere sotto l'effetto di un maleficio a causa di un viaggio in Tailandia. Da questo momento in poi è un precipitare di eventi drammatici, che culminano con il ritorno del tormento per la perdita di un figlio e per l'imminente partenza di Simon per un convegno proprio in Tailandia. A movimentare la situazione arriva anche una nuova vicina di casa, che la moglie ritiene essere l'amante del suo uomo.
La storia, lineare e scorrevole, non è oggettivamente nulla di originale (soprattutto considerati intrecci e svolte del plot sul finale, già visti in molti altri film e in un certo senso reminescenti di Hitchcock), ha però dalla sua una buona dose di suspence e una buona prova prova da parte degli attori, pur incorrendo in qualche buco di sceneggiatura nel continuo tentativo di stravolgere le carte - scelta che alla lunga risulta essere più un gioco che una reale necessità di trama.
Simon Yam è come sempre sospeso a metà strada tra l'inquietante / misterioso e il gigionesco, atteggiamento che ben si adatta alle ambiguità del buon dottore. Pinky Cheung (fattasi conoscere proprio con questa serie) regala una prova discreta, mentre la vera rivelazione è Sophie Ngan, astro nascente dell'industria cinematografica locale, che solo nel 2000 ha girato altri quattro film, anche se a dir la verità forse rimane più impressa per le sue doti fisiche che per le sue capacità. La produzione è - come spesso accade ultimamente - patinata, e molta attenzione è riposta a vestiti, pettinature, accessori e scenografie. La regia è incolore ma funzionale, e non si notano particolari sbavature. Steve Cheng infatti si è sempre mantenuto su un tracciato di buon artigiano, senza mai cercare una strada personale, pur portando sempre a termine lavori dignitosi e mai particolarmente raffazzonati.
Un film discreto che non riserva troppe sorprese, e che osa meno del precedente, mantenendosi su territori più conosciuti, ma che risulta (forse proprio per questo) più equilibrato.

Hong Kong, 2000
Regia: Steve Cheng
Soggetto / Sceneggiatura: Cary Cheng
Cast: Simon Yam, Pinky Cheung, Sophie Ngan, Tony Ho, Chung Kit Yee

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