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Public Toilet

Scritto da Alberto Ferrari. Postato in FILM

Public ToiletNella possente descrizione che Luca Doninelli ne fa nel suo splendido libro, Il crollo delle aspettative - Scritti insurrezionali su Milano, la maggiore stazione ferroviaria del capoluogo lombardo, la Centrale, assurge a vera cattedrale della Milano contemporanea, vero Duomo dei giorni nostri, in cambio di quello che per secoli ha contraddistinto la città con la sua Madonnina. Un’umanità in preda a disperazione e miseria l’ha eletta come propria casa comune affollandone le strade e le piazze circostanti. Tra scalinate, gallerie e rientranze è possibile non solo scorgere abitanti di un mondo parallelo abbandonato, ma anche sentirne gli umori che ne scaturiscono; quegli stessi odori fuoriusciti da cemento annerito capaci con la forza rancida di arrivare fino al naso, per poi bruciarne la gola di chi è costretto a passare per quelle vie. Un luogo di malattia sociale delineato da resti biologici di un genere umano anch’esso repulsivo. Forse partendo da qui è possibile comprendere un film che tenta di accomunare derive fisiche e sociali. Presentato nella sezione Controcorrente e aggiudicatosi la menzione speciale, Public Toilet (2002) è il terzo film di Fruit Chan a essere proiettato in anteprima a Venezia, dopo Durian Durian (2000) e Hollywood Hong Kong (2001). Cineasta proveniente dall’arcipelago cinematografico più promettente dell’est e considerato uno tra i più interessanti delle ultime generazioni, Chan, classe 1959 e hongkonghese d’adozione, porta sullo schermo i bagni pubblici, sporchi e sudici, vissuti in comunione, in gruppo, come appunto spazio di raccoglimento spirituale e sociale. Ed è proprio da questi bagni pubblici, scarni e maleodoranti, costruiti con poche assi di legno su pietra ammuffita ed erosa dal tempo, che prende inizio la storia.
Dong Dong è un ragazzo di Pechino soprannominato Re dei Bagni per essere stato abbandonato da piccolo in uno di essi, ed essere sopravvissuto bevendo solo urina. La nonna che lo ha ritrovato e accudito fin dalla nascita è gravemente ammalata in un letto di ospedale e la speranza del nipote è di trovare una medicina capace di strapparla dalla morte. Le sue giornate sono contraddistinte da incontri e discussioni nei bagni comuni con amici nati nella capitale cinese, ma di origini diverse: Shirwa figlio di un ambasciatore somalo; Stone di origini italiane; ma soprattutto Tony giapponese col fratello anch’egli sofferente di cancro, e amico di una figura femminile fantastica per metà sirena. Sono Dong Dong e Tony, che per dare una speranza di sopravvivenza alle persone a loro care, decidono di lasciare Pechino, per intraprendere un viaggio che li fa per prima approdare in India, nella terra dei miraggi e di una cura probabile, e successivamente separare per poter seguire strade diverse. Tony rimane in India, muovendosi e districandosi tra le strade ricolme di gente ferma ad ogni angolo intenta a urinare sui muri fatiscenti, gigantesco orinale pubblico, e funerali hindu lungo il Gange; mentre Dong Dong decide di raggiungere New York dove conosce un killer professionista di nome Sam. Entrambi falliranno nella loro impresa in una mesta arresa che farà scoprire loro, che nulla sembra diverso tra ciò che si muove al di sotto di un bagno, lungo le correnti delle fogne, e le folle abbondanti del mondo.
Chan costruisce una storia mettendo in rapporto malattie fisiche e sociali. L’uomo come elemento naturale di disturbo nel mondo, incapace di relazionarsi a una vita naturale. Se i suoi bisogni sono il termine ultimo di un meccanismo fisiologico per il raggiungimento di una pulizia, un lavaggio che scarichi i detriti del consumo esercitato con forza, un rinnovamento del fisico e della mente, allora esso stesso è per il mondo quello che per lui è l’escremento, una parte estranea da scaricare per alleggerirsi del suo peso, una sostanza infetta da elidere nell’unico modo possibile, attraverso il deperimento, la sua malattia. Per questo le immagini del funerale hindu, quando il corpo del defunto viene prima benedetto con le acque del Gange e poi posto su una pira per essere arso, rimandano a quanto scritto da Nietzche: la Terra è piena di punti neri; questi punti neri sono la malattia; questa malattia si chiama uomo. Solo bruciandone il corpo e non lasciando nulla si ha la sensazione di riequilibrare le forze tra l’uomo e il mondo. Un film che Chan riempie di pessimismo con piani sequenza e immagini digitali che non danno scorciatoie e vie di fuga da un mondo febbricitante. Persino il protagonista, predestinato a essere un nuovo salvatore per essere nato nel luogo più umile del pianeta, fallisce nella sua azione. Ribadendo un’impossibilità di strappare l’uomo dal suo destino. Un film duro su cui è difficile trarre un giudizio, ma ancor più assorbirlo, metabolizzarlo ed espellerlo.

Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, 2002
Regia: Fruit Chan
Soggetto / Sceneggiatura: Fruit Chan, Lam Kee-to
Cast: Tsuyoshi Abe, Jang Hyuk, Cho In-Sung, Sam Lee, Jo Kuk

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