From Beijing with Love

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From Beijing with Love«Se vuoi essere una spia l’aspetto esteriore è molto importante». Parola di Ling Ling Chai, l’agente segreto (richiamato in servizio dopo dieci anni da macellaio ambulante) cui è costretto a ricorrere il governo cinese per recuperare un prezioso teschio di dinosauro rubato. Ad aiutarlo nella difficile impresa una spia rivale (Anita Yuen) e uno scienziato strampalato (Law Kar-ying). I nemici? Una bellissima femme fatale, un uomo dal pugno d’acciaio e un robot apparentemente invincibile. Già sentito? Eppure non è un film con James Bond, e per l'ennesima volta Stephen Chiau vola alto: il suo Ling Ling Chai (letteralmente: agente 008) è la velenosa riproduzione dello stile dell'agente segreto più famoso del mondo, con in più la derisione della Cina continentale e delle sue usanze.
L'inizio è molto serrato, con una lunga sequenza dove l’azione è di primissimo livello che ha lo scopo di presentare i nemici e la difficoltà dell’impresa. Il cambio di tono, repentino, è altrettanto scatenato: che Ling Ling Chai sia un tipo speciale lo si capisce subito; la sua incredibile abilità nell’uso del coltello, la sua parlantina irrefrenabile, la sua verve difficile da contenere lo testimoniano. Chiau torna alla topologia del personaggio che ama di più, quello dell’imbranato che ha grandi qualità per dimostrare di essere il migliore. Giocando su questa dialettica della doppia identità le situazioni vengono presentate in modo da poter essere sempre rovesciate. La costruzione della battuta nasce proprio dall’equivoco: prima l’adulazione della figura dell’eroe e poi la sua netta smitizzazione e il ritorno con i piedi per terra. La risata è assicurata, anche perché molte situazioni sono giocate sul nonsense ai limiti della demenzialità. L’irriverenza dello stile di Chiau lo porta a non escludere nessuno dal gioco delle citazioni. La Cina ne esce con le ossa rotte: continui i riferimenti all’onore, all’immoralità del tradimento, ai capi corrotti (che parlano attraverso la tavoletta del water), ai comunisti che mangiano i bambini, ai cinesi che sono taccagni e ingrati.
Cast di lusso. Anita Yuen si presenta circondata da cani, come in C’est la vie, mon cheri: il suo personaggio parte dall’autoreferenzialità e termina nel puro masochismo. L’attrice sa stare al gioco con spirito e alcune delle scene più incisive toccano a lei. Si conferma Law Kar-ying, che prende il posto di Ng Man Tat e offre le soluzioni più improponibili al novello agente, creando per lui invenzioni completamente inutili (una torcia che funziona a luce solare, una valigia che si trasforma in sedia per gli appostamenti, un rasoio che è un asciugacapelli e naturalmente la super arma finale). Come in un gioco di prestigio la regia accompagna lo sguardo muovendosi tantissimo e suggerendo ogni possibile soluzione. Lee Lik-chi è un regista sottovalutato: le sue collaborazioni con Chiau hanno prodotto pellicole memorabili e si vede che i due lavorano bene insieme, divertendosi e divertendo. L’effetto è fragoroso, soprattutto quando l’utilizzo delle luci e degli spazi riesce a dare ampio respiro all’azione. Le coreografie sono di altissima scuola, ma non vanificano mai con un’eccessiva spettacolarizzazione la semplicità dei contenuti e delle situazioni. In una sola parola, capolavoro.

Hong Kong, 1994
Regia: Lee Lik-chi, Stephen Chiau
Soggetto / Sceneggiatura: Stephen Chiau, Roman Cheung, Lee Lik-chi, Vincent Kok
Cast: Stephen Chiau, Anita Yuen, Law Kar-ying, Pauline Chan, Joe Cheng

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