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AV

Scritto da Sergio Di Lino. Postato in FILM

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Pang Ho-cheung è l’antitesi vivente del cliché - consolidato soprattutto in Europa - del regista cinematografico proveniente dalla scrittura che dietro la macchina da presa diviene un diligente e impersonale illustratore di sceneggiature. Intanto perché la sua stessa attività di scrittore contraddice tale luogo comune (suo il romanzo da cui Johnnie To e Wai Ka-fai trassero il convulso Fulltime Killer); ma soprattutto perché girare un film è per Pang, letteralmente, "un'altra cosa", un’attività che richiede approcci, metodi e strumenti totalmente differenti, nel pieno rispetto della specificità del mezzo utilizzato.

Affacciatosi presso il pubblico internazionale dapprima con il dissacrante noir metariflessivo You Shoot, I Shoot, e in seguito con la scoppiettante commedia Men Suddenly in Black, Pang ha messo subito in chiaro la sua alterità rispetto al modello di cinema (post-)industriale della Hong Kong degli anni Duemila. A partire da una personalissima visione dei generi cinematografici tradizionali, diluiti in una narrazione che accorda uno spazio e un’importanza inusitati alla riflessione sul mezzo. Proprio l’elemento metalinguistico rappresenta la cifra stilistica preponderante del cinema di Pang, assieme a una peculiare gestione dei ritmi - o meglio, delle aritmie, spesso esibite con una certa voluttà - del racconto.

AV - acronimo di Adult Video, locuzione con cui in genere vengono indicati i film per adulti di produzione giapponese - rappresenta l’esplosione definitiva di questi caratteri fondanti, all’interno di un impianto narrativo in cui romanzo di formazione, commedia pseudo-demenziale di ambientazione scolastica e metacinema si fondono in un impasto dai contorni imprevedibili. La vicenda di quattro studenti pronti a tutto pur di realizzare un porno con il solo scopo di mettere le mani - letteralmente - sulla graziosa attrice nipponica convocata all’uopo, si proietta sin da subito ben oltre il mero sfruttamento di tale spunto da cinema “prepuberale”. Attraverso le disavventure dei suoi quattro antieroi, Pang ci narra di quanto sia complicato perseguire un’idea personale di cinema, dei compromessi, delle false lusinghe e delle tentazioni che l’inseguimento di una tale chimera comporta, delle bugie e degli inganni cui si è disposti pur di raggiungere lo scopo (i quattro cineasti arrivano a truffare chiunque, compresi gli ingenui compagni di scuola). Soprattutto, in filigrana, fra crowdfunding improvvisati e impropri parallelismi con l’attivismo degli studenti che animarono la vita scolastica nello stesso istituto trent’anni prima, ci parla della “grande illusione” del cinema indipendente con una lucidità e una spietatezza che lasciano storditi. Lo fa, paradossalmente, utilizzando un linguaggio così sfacciatamente indie da risultare quasi posticcio: tanta camera a mano, inquadrature sghembe e malferme, montaggio in macchina. A tratti sembra di assistere a un pastiche girato da un Cassavetes in vena di scherzi. Con la consapevolezza, però - ed è qui che risiede la morale del film, a dispetto dei toni scanzonati da commedia -, che di quel cinema, oggi, non rimane che qualche lacerto.

 

Hong Kong, 2005
Regia: Pang Ho-cheung.
Soggetto/Sceneggiatura: Pang Ho-cheung, Wenders Li, Sam Chak-foon.
Action director: Chin Ka-lok.
Cast: Wong Yau-nam, Lawrence Chou, Derek Tsang, Jeffery Chou, Amamiya Manami.

 

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