Heroes in Love

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Heroes in LoveHeroes in Love è un'interessante anomalia in un contesto prevalentemente commerciale; non che i quattro episodi che compongono la pellicola siano sperimentazione fine a se stessa, visto che il genere - il mélo - non è del tutto estraneo alla vicenda. E' differente l'approccio, spudoratamente autoriale, con cui i registi (tre esordienti e un emulo di Wong Kar-wai come Jan Lamb) lavorano la materia. Apre Kidnap, diretto da Wing Shya (famoso per i suoi video-clip musicali per Gigi Leung), storia intrigante di un amore vissuto prima sulla distanza dell'osservazione e di seguito sulla vicinanza della convivenza forzata. Stavolta il rapimento non porta dolore, ma consapevolezza: di un fidanzato sbagliato e di uno spasimante gentile, capace di piccoli gesti importanti. Da qui all'amore, sosta obbligata il tradimento, il passo è breve. Nicholas Tse e Stephen Fung, attori rinomati e amici fuori dal set, uniscono le forze in My Beloved, per portare sullo schermo il più sofferto degli amori, quello materialista. Un criminale e un fucile, previo funerale di una pistola Beretta prematuramente venuta a mancare: un rapporto complicato fatto di soprusi, sulle cui tracce è una giornalista tenace armata di videocamera. Fino all'errore finale, frustrazione di una vendetta agognata ma non portata a termine del tutto. Il terzo episodio, Oh G!, messo in scena dalla conduttrice radiofonica GC Goo-bi, è più classico nello svolgimento. Una relazione nata via ICQ (un programma per chattare via internet), sviluppatasi al primo incontro: dopo la scintilla bisogna convivere con incertezze, paure, piccole gioie e picchi romantici. Chiude Jan Lamb, che, sfruttando le immagini virate in bianco e nero dei precedenti spezzoni, costruisce una breve parentesi (TBC) in cui la voce over narra l'inizio e la fine di un amore: «E' meglio rimanere soli o avere una persona al proprio fianco?»
Esperimento molto ambizioso, che lascia ben sperare per il futuro: quello dei tre registi in fìeri, che dimostrano, nonostante qualche ingenuità, di saperci fare, e quello del cinema indipendente cantonese che con coraggio rischia non pochi soldi in un progetto di rilievo. Il timore di sbagliare porta a crescere e la voglia di creare dal nulla uno stile personale va premiata quando, nello stesso momento, anonimi artigiani firmano una mezza dozzina di pellicola ogni anno, oscuri esecutori senza pretese. L'influenza di Wong Kar-wai si palesa, ancor prima che nei movimenti di macchina e nelle scelte registiche, in quegli aspetti tecnici - la fotografia, il montaggio, la colonna sonora - non meno significativi. A volte troppo eleganti, tanto da risultare patinati (soprattutto il primo e il terzo), questi acquerelli traggono spunto dalle piccole cose quotidiane per studiare diversi particolari di una problematica così complessa, su cui il cinema riflette fin dalle sue origini. Nei contenuti, soprattutto nel caso della seconda parte, quella che più facilmente rischia di scivolare nel grottesco e nell'auto-parodia all'insegna del calligrafismo, si riscontrano originalità, in chiave giovanilista, e solidità. Recitazione di buon livello con tanti esordienti: da qui partono almeno due carriere importanti, quella della popstar Charlene Choi e del suo compagno di set Lawrence Chou.

Hong Kong, 2001
Regia: Wing Shya, Nicholas Tse, Stephen Fung, GC Goo-bi, Jan Lamb
Soggetto / Sceneggiatura: Chang Sze-hin, Nicholas Tse, Stephen Fung, Patrick Lung, GC Goo-bi
Cast: Chang Sze-hin, Elegant Tong, Gloria Cheng, Charlene Choi, Lawrence Chou

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