Hero

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HeroScene d'azione vorticose e senza respiro con un montaggio talmente serrato da rasentare l'incomprensibilità. A racchiudere l'intera pellicola basterebbe una delle prime sequenze, in cui Yuen Biao e Takeshi Kaneshiro si affrontano a bordo di un calesse in movimento per conquistare un orologio da taschino. Inquadrature sparate come raffiche di mitra, con i movimenti velocizzati a stento racchiudibili nello spazio di pochi secondi che si incastrano in una trama coreografica inteleggibile solo nel suo complesso. Corpi in movimento verso l'annientamento dei propri limiti fisici. Rocambolesco intrecciarsi di traiettorie a formare un arabesco stilizzato ma efficace. Gioco pericoloso, quello programmato da Corey Yuen, ma sostanzialmente vincente. Hero vale la pena di essere visto per rinfrancare gli occhi da anni di stasi e noia. Esperimento non certo nuovo, beninteso, ma affascinante per la coerenza con il quale è svolto.
Shantung, la guerra sino-giapponese alle porte, è colpità dalla siccità e l'unica speranza per migliaia di abitanti è trovare rifugio nelle città limitrofe. Molti si dirigono verso Shangai, ceduta agli inglesi, simbolo di prosperità in cui tutto pare possibile. La città è divisa in zone d'influenza sotto il controllo delle triadi. I due uomini più potenti sono Yang Shuang, appoggiato dalla polizia, e Tam See, appoggiato dai britannici. E' proprio a quest'ultimo che l'esule Ma Wing Jing, fuggito dalla carestia insieme al fratello più anziano, salva la vita, guadagnandosi la sua fiducia. Ha così inizio la sua resistibile ascesa nel sottobosco criminale che in breve lo porterà a rivaleggiare proprio con i due uomini più potenti. Innamorato di una cantante, Wing Jing finirà però con lo stare con l'ex-fidanzata di Tam See, che non esiterà a tradirlo facendolo cadere in una trappola organizzata da Yang Shuang. Scampato per miracolo alla morte, per Wing Jing non resterà che la strada della vendetta, verso la redenzione.
Traendo vagamente ispirazione da Boxer from Shantung di Chang Cheh (1972), Corey Yuen costruisce un film semplice nel suo messaggio, ma con un intento morale ben preciso in mente. Ad ogni combattimento la fama e la ricchezza di Wing Jing sembrano infatti aumentare. E' un arricchimento però solo apparente, perché alla prova dei fatti la sua parabola da ascendente si rivelerà essere inesorabilmente calante. Nel momento della verità si ritroverà infatti solo, avvedendosi di aver costruito un impero su fondamenta di carta, pronte a sgretolarsi al primo accenno di temporale. All'apice della sua scalata Wing Jing si renderà così conto di essere in realtà precipitato al livello più basso. Avrà inizio una lotta per riconquistare la dignità e soprattutto l'umanità perduta. Se da un lato, preso nel suo complesso, il film acquista dunque una sua unitarietà, dall'altro rivela la sua debolezza proprio nella costruzione dei personaggi e nei dialoghi. I protagonisti appaiono monodimensionali, e comunque non riescono a ingenerare un coinvolgimento emotivo più profondo. Questo soprattutto per la poca cura dedicata ai dialoghi, altalenanti e troppo criptici nel rivelare le personalità dei personaggi. Se le scene d'azione funzionano proprio nella loro estrema sintesi che sottrae invece che aggiungere, lo stesso procedimento non può dirsi perfettamente adattato allo sviluppo dei caratteri dei protagonisti. Tutto risulta troppo meccanico, creando un senso di spaesamento difficilmente colmabile.
Lo scudo degli Shaw Brothers torna incredibilmente a risplendere (caso ormai più unico che raro, negli ultimi anni), rifrangendo luci ed ombre di una pellicola comunque interessante.

Hong Kong, 1997
Regia: Corey Yuen
Soggetto / Sceneggiatura: Corey Yuen, Kay On
Cast: Takeshi Kaneshiro, Yuen Biao, Valerie Chow, Suen Huen, Yuen Wah

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