Sex & Zen

I racconti immorali di Liao. L'erotico in costume

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in SEX AND ZEN

Erotic Ghost StoryL'introduzione delle categorie, nel 1988, crea subito una corsa all'oro: bisogna sfruttare immediatamente il momento e far parlare di sé, ad ogni costo. Ottenere il bollino del divieto significa inconsciamente promettere soddisfazioni negate, rimosse, regalare l'idea di una trasgressione finora solo concepita con la fantasia. In realtà i primi tentativi non aggiungono granché alle passate divagazioni nella medesima sfera. Quello che colpisce, invece, è la predilezione verso tematiche di ambientazione passata: il recupero di un classicismo perduto che riprende il successo di A Chinese Ghost Story e in un'unica soluzione rinviene l'opera letteraria del folklore locale.
Pochi i sussulti prima del patinato Sex & Zen e del fantasy Erotic Ghost Story, entrambi animati dalle grazie di Amy Yip. Tutti e due i film riprendono miti e leggende cinesi e li sporcano, dimostrano che sacro e profano si sposano a meraviglia se supportati da produzioni adeguate. Al contrario degli esordi autoriali di registi del calibro di Li Han-hsiang o Ho Fan, che nella traslazione storica cercano una satira dei valori confuciani, il proseguio prevede solo una comicità grezza senza sottotesti morali o filosofici ma piuttosto pensata come imitazione pedissequa di modelli di successo - o come variante erotica di pellicole simili ma ben più caste - per appagare la voglia di eccessi gratuiti del pubblico. Il calderone non fa sconti: riporta in auge tanto P'u Sung-ling quanto Li Yu, senza preoccuparsi della credibilità delle situazioni proposte.
E' lo stesso impulso che due decadi addietro spingeva i nostri cineasti a fondare il filone decamerotico basandosi su fonti più o meno illustri. Le novelle licenziose delle cortigiane cinesi diventano presto la moda imperante: poco importa che il film di Michael Mak, gustoso ma non particolarmente spinto, nient'altro fosse che un remake del più fedele - il testo di partenza è Il tappeto da preghiera di carne - Yu Pui Tsuen; o che il film di Nam Nai Choi tutto sommato sia un rattoppato pasticcio di fantastico, erotismo, con una patina di morbosità non trascendente. Tutti si buttano a capofitto nell'affare: le ricostruzioni sono proporzionate agli scarsi budget, gli attori inespressivi, le circostanze narrative trite e ripetute fino alla nausea.
Gli stessi personaggi e gli stessi attori (non solo le star, come Amy Yip, Yvonne Yung o Pauline Chan, ma anche i beneficiati di secondo piano, come il luciferino Tam Lap Man o l'eterno caratterista Guk Fung) si moltiplicano in decine di pellicole tutte uguali, senza poche eccezioni. Non mancano mai: la nobildama costretta dall'indigenza alla carriera di meretrice; la cortigiana vessata dalla sfortuna e da un marito ricco incapace di soddisfarla; il padrone arrogante e dispotico, soprattutto in faccende amorose; il giovane letterato squattrinato ma di bell'aspetto; il manovale ignorante ma ben dotato, solitamente relegato al ruolo di amante animalesco; lo stregone capace di venire a patti con la magia nera; spadaccini invincibili di ogni genere, razza e sesso.
Dal nulla la profilerazione incontrollata porta dai prototipi a serie che faticano a rinnovarsi: Erotic Ghost Story II va ricordato per il demone Sex & Zen IIdalla coda fallica cui presta le fattezze Anthony Wong; Erotic Ghost Story III per una confezione manierata e le scene decisamente osé. Stesso discorso per Sex & Zen II, dove le bellissime Rachel Lee e Shu Qi si scontrano a colpi di tecniche passionali, e per il terzo episodio della saga, nobilitato da una serie di divette emergenti dalla straripante bellezza. Non si fanno attendere, di conseguenze, i cloni dei cloni: Chinese Erotic Ghost Story, abbastanza gradevole, è un'ironica ripresa del tema dell'impotenza curata con metodi fuori dall'ordinario; Erotic Ghost Story - Perfect Match è semplicemente il fratello povero delle pellicole quasi omonime; il secondo e il terzo Yu Pui Tsuen una bieca variazione del modello originale.
Il denominatore comune di un sottogenere che, con gli immaginabili alti e bassi dei diversi periodi, non perde mai del tutto il proprio appeal presso un pubblico in costante riduzione, è l'immaginazione degli sceneggiatori, che mescolano senza alcun ritegno elementi fantasy, ardite posizioni degne del kamasutra e una dose sempre maggiore di virulenza e sadismo. Sguazza in questa melma un produttore astuto come Wong Jing, che spesso ricicla i set dei suoi film importanti per produzioni affrettate, girate negli scampoli di tempo con materiale (umano e non) di scarto: nascono in questo modo due Chinese Torture Chamber Story - il primo è più intrigante, il secondo molto meno fine -, Sex and the Emperor, Ancient Chinese Whorehouse e il patinato Lover of the Last Empress.
Molte delle figuranti che vi prendono parte usufruiscono di una seconda chance e vengono ingaggiate come primedonne assolute in pellicole di rilievo ancor minore. In questo modo carriere di consistenza periferica impazzano nei vari Empress Wu, Slave of the Sword, Snake Beauty, Water Margin: Heroes' Sex Stories, Liu Jai Home for Intimate Ghosts, Romance of the West Chamber e in decine di prodotti praticamente identici. L'offerta satura il mercato a tal punto che la miniera preziosa (il pubblico pagante) va vicino all'esaurimento: la crisi passeggera dell'intero fenomeno Cat. III non può non coinvolgere uno dei suoi filoni più redditizi. Contemporaneamente diverse dame vanno in pensione o rifiutano di proseguire ulteriormente nei panni lisi di un tempo.
Per le nuove generazioni c'è un unico ripiego possibile, il digitale. Che fagocita in un solo boccone un intero mondo e lo retrocede, in condizioni economiche di partenza ancora più precarie, al mercato dell'home video. Lì registi senza arte e pulzelle senza pudore alcuno - perlopiù straniere; ma non manca qualche illustre personalità in decadenza, attirata da poche inquadrature remunerate piuttosto bene: Grace Lam, Sophie Ngan, Teresa Mak - si incontrano tra scenografie palesemente finte, costumi orribilmente confezionati e contorno tecnico di consistenza prossima allo zero. Non pare difficile tracciare una linea di distinzione, aldilà della quale film come Fox Ghost, Battle of Love, i due Erotic Agent o la serie a puntate Quest for Sex, liber(tin)amente tratta da Il viaggio in Occidente, non possono neanche lontanamente fregiarsi dell'appellativo cinema.

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