Heroes Two

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Heroes TwoFuoco e fiamme sul monastero di Shaolin, centro nevralgico della resistenza contro gli invasori e proprio per questo preda dell'ira dei Manchu, ben decisi a debellare qualsiasi intoppo verso l'agognata egemonia. Responsabile dell'operazione - con l'aiuto del consigliere Mai Hsin e del grandguignolesco braccio destro Teh - è il generale Che Kang, esegeta delle arti marziali con il pallino per ordine e, alla bisogna, torture. Il problema non da poco è che uno dei monaci, Hung Hsi Kuan, è riuscito a fuggire, dirigendosi verso la provincia di Kwantung, dove potrebbe dare l'allarme. Qui il potere dei Manchu è particolarmente traballante, ma in men che non si dica viene predisposta una fitta rete di spie e posti di blocco per far cadere il fuggitivo in trappola. La furia di Hsi Kuan è ciononostante inarrestabile. Ferito e spossato, semina la morte tra gli incauti cacciatori, aprendosi la strada con la sola forza di volontà. A risolvere la situazione giunge Mai Hsin, che con machiavellica mossa fa credere a un monaco locale, Fang Shih Yu - combattente leale e leggendario -, che in realtà Hsi Kuan sia un farabutto fuorilegge. Shih Yu (ovverosia, con diversa traslitterazione, Fong Sai Yuk) non ci mette molto a neutralizzare l'ignaro ed emaciato compagno. Hsi Kuan cade nelle mani del generale Kang, ma Shih Yu si renderà ben presto conto dell'errore commesso, preparandosi alla giusta vendetta...
Heroes Two è tutto incentrato sull'azione, la trama una mera parvenza poco più che accennata: l'accento cade sulla schietta fisicità primordiale degli scontri, con i corpi sudati e scivolosi di comparse e celebrità che si nullificano in una letale danza orgiastica. Le ammalianti coreografie - merito indiscusso di due maestri quali Tong Gai e Liu Chia Liang (Lau Kar-leung in cantonese) - rappresentano al meglio lo spirito della pellicola: insistite, terrigne, con le mani che penetrano nei corpi fino a spillarne sangue (del solito rosso intenso e innaturale, ma è questo il bello!); sono in grado di svestire i combattimenti di qualsiasi aura mistica, donando al film un tocco diretto, immediato. Da questo punto di vista non ci sono intoppi, e la storia scorre via fluida come i movimenti dei corpi che la animano: si soffre però della scarsa caratterizzazione dei personaggi - al di là delle due icone protagoniste - soprattutto di villain mal definiti, preda degli eventi, indecisi tra sadica cattiveria gratuita e ammirazione partecipe per gli opponenti (con il generale che continua a ripetere come il suo sogno sia di confrontarsi con gli stili dei monaci Shaolin, ma che subito dopo usa ogni mezzo, anche il più subdolo, pur di vincere).
Nonostante il film abbia una buona schiera di sostenitori, tocca ammettere l'indiscutibile dose di pressappochismo con la quale Chang Cheh plasma la materia filmica, cadendo nella solita retorica anti-mancese (in questo caso pretestuosa) e perdendosi in rivoli narrativi ben miseri (il tunnel infinito scavato nel sottosuolo della città). Unici guizzi psichedelici che nel finale salvano il tutto sono gli inaspettati virati rosso che declamano l'arrivo violento e ineluttabile della morte.

Hong Kong, 1974
Regia: Chang Cheh
Soggetto / Sceneggiatura: Ni Kuang
Cast: Chen Kuan Tai, Alexander Fu Sheng, Zhu Mu, Wong Ching, Fung Ngai

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