Illicit Desire

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Illicit DesireIllicit Desire è uno dei tanti film fotocopia della terza fase della carriera di Li Han-hsiang, deluso dal forzato ritorno agli Shaw dopo l'infelice parentesi taiwanese. La continuità tematica e la ripetizione programmatica di temi già esplorati non precludono la visione: non è pertanto, sia ben chiaro, una sterile riproposizione di déjà-vu, piuttosto un'ammaliante esposizione di lucidità storico-critica dettata dai ritmi e dall'intelligenza (della regia) di Li. Il quale sfrutta l'allargamento delle maglie censorie per espletare la sua recente passione per nudi insistiti e situazione morbose voyeuristicamente adulte. Il cinismo del romanzo fengyue si concreta pertanto in un'esplosione amorale di sensualità e meschine bassezze spacciate per furbizie popolari. Lo spunto di partenza è la trasposizione indecorosa di tre classiche storie della tradizione cinese. 1) Il gioco di inganni tra uno scolaro e un monaco, che si contendono un prezioso saggio di calligrafia; 2) L'adulterio1 ordito da un signorotto libertino per godere delle fresche carni (e dei minuscoli piedini) della bella moglie di un suo sottoposto2; 3) La tresca incrociata di due coppie infedeli, reciprocamente costrette a confrontarsi.
Quello di Li è un trattamento indecoroso - con velleità dissacratorie, per fortuna né stupido né eccessivamente volgare, semmai esuberante: in questo si differenzia, per fare un esempio, dai decamerotici all'italiana - che per contrappasso privilegia corpo e sensi invece della dimensione pura e spirituale. Denunciando al tempo stesso il suo disappunto e l'auto-degradazione del pubblico - e per metonimia della società - hongkonghese, riflessa dal cinema che ne ingigantisce vizi e ipocrisie attraverso l'unica satira possibile, la metafora storico-sociale-culturale. Quello che rende l'esperienza interessante è lo spirito distaccato di Li, che non a caso abusa di grandangoli, lenti deformanti e rozze zoomate. Anche in un contesto così decadente la gratuità del piccante è un'opzione; i toni esacerbati e per di più scatologici non impediscono al colto regista - probabilmente il miglior storico di casa Shaw - di sciorinare la sua autorevolezza da perfetto archeologo per ridare splendore - sfruttando a dovere le grazie e il poco pudore di provocanti starlette quali Lily Chen, Woo Gam e Chan Ping - al passato remoto di scolari, imperatori, monaci e cortigiani.

Note:
1. Vissuto in flashback come completamento di una vendetta, con un piccolo espediente che anticipa nettamente Il nome della rosa di Umberto Eco.
2. La storia di adulteri e complotti - dal testo classico Jin Pin Mei, di cui si ipotizza una genesi fantasiosa -, sarà ripresa più volte dal cinema (erotico) e dallo stesso Li con il noto The Golden Lotus.

Hong Kong, 1973
Regia: Li Han-hsiang
Soggetto / Sceneggiatura: Li Han-hsiang
Cast: Yueh Hua, Cheng Miu, Tien Ni, Woo Gam, Lily Chen

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