The Twins Effect

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The Twins EffectThe Twins Effect segna l'ingresso ufficiale delle Twins nel cinema che conta, nel mondo dei blockbuster di serie A. Non nel migliore dei modi: alle prese con un giocattolone hi-tech dove recitazione e trama sono accessori inessenziali, figlio del marketing e della globalizzazione, Dante Lam si impegna come può - seguendo il manuale del perfetto regista: è un miracolo che la sua bravura da primo della classe non annoi - per tener fede agli immensi valori produttivi e confezionare il mega hit richiestogli. Con discreto successo - ma senza far gridare al miracolo: non sono mancati gli strali della critica -, visto il primato assoluto al box office estivo e il quasi record d'incassi in apertura, sfiorato ai danni di Shaolin Soccer. La storia è poco più di un plagio di Blade con Wesley Snipes (di cui copia - in maniera a dire il vero efficace - anche gli effetti digitali), rivisto all'hongkonghese attraverso mille citazioni di comodo: il telefilm Buffy, Dracula 2000, Stigmate, Mr. Vampire (la scena in cui Ekin Cheng cerca di nascondere i sintomi del vampirismo; nell'originale Ricky Hui era molto più spiritoso), A Man Called Hero e il wuxia fantasy in generale. Donnie Yen, accreditato come co-regista, ma principalmente responsabile delle splendide sequenze d'azione in wire-work, non a caso figurava come stunt coordinator di Blade II. Rispetto ai prototipi Lam e gli sceneggiatori (Chan Hing-kar e Jack Ng) tentano di ammorbidire i toni quando possibile per favorire le due cantanti protagoniste agli occhi del pubblico abituato a vederle in vesti romantiche. Ma l'ibrido horror-mélo è continuamente squilibrato, impari, stiracchiato tra parentesi teeny-sentimentali (un Summer Breeze of Love grandguignolesco) e deviazioni orrororifiche trendy e occidentalizzate (niente jiangshi, ma succhiasangue transilvanici). L'industria di Hong Kong conferma la tendenza ad arruffianarsi il pubblico giovane (in questo caso americanofilo) con personaggi costruiti ad hoc, a metà tra popstar infantili e bohemiens darkeggianti, proprio per questo psicologicamente fuori dal tempo, barocchi e malamente appiattiti. La cornice videoludica e fumettosa - non è casuale il riferimento a Batman e Robin - si avvale di un buon ritmo videoclipparo e di una bolsa colonna sonora tremendamente invasiva, spianando la strada ad un sequel, che si preannuncia ancora più accademico e prevedibile, prossimo venturo. Della scorrettezza tipica del cinema cantonese rimane il razzismo delle nemesi gwailo, mostruose e pericolose, contrapposte a un vampiro galantuomo che si rifiuta, a costo di morire di fame, di succhiare il sangue. Il cast stratosferico - con un inopportuno cammeo di Jackie Chan - non fa che aumentare il rimpianto per quel che si sarebbe potuto fare con premesse di tanta importanza.

Hong Kong, 2003
Regia: Dante Lam, Donnie Yen
Soggetto / Sceneggiatura: Chan Hing-kar, Jack Ng
Cast: Gillian Chung, Charlene Choi, Ekin Cheng, Edison Chen, Anthony Wong

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