Gli dei del tavolo verde

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in INSIDE HONG KONG

God of GamblersCarattere endemico di una nazione, il gioco d'azzardo è un elemento tipico della cultura cinese. La cui voglia di scommettere non si limita a carte, dadi e tavoli verdi, ma coinvolge ogni disciplina possibile, dal biliardo alle corse di cani e cavalli, e elegge il mahjong a passatempo nazionale. Una simile passione va di pari passo con l'importanza che la gente asiatica dà al denaro, la considerazione del quale è termometro sociale e politico. A Hong Kong il gioco d'azzardo è istituzionalizzato: le scommesse sono legali, i casino sono gestiti da privati dietro concessione governativa, la pratica del mahjong gode di una fitta rete di sale pubbliche. Accanto all'aspetto regolarizzato convive un mondo a parte, più povero e pericoloso, gestito dalle triadi e da speculatori senza scrupoli. Una quantità di affari impressionante per mole, ma una situazione meno drammatica di come viene dipinta da certe pellicole: il controllo di questi traffici clandestini non è più esasperata delle realtà che noi occidentali conosciamo meglio.
Riflettendo, come solo il cinema e la letteratura sanno fare, ogni aspetto, anche quello più implicito, della società, le pellicole cantonesi manifestano e confermano questo amore popolare per la scommessa. Senza dubbio il gioco più diffuso è il mahjong. Si tratta di una variante molto particolare del domino, costituito da tessere numerate e contrassegnate da simboli. Le combinazioni possibili sono molteplici, e lo scopo è di avere, come nel nostro ramino, una serie di tris e scale, ottenibili scartando le tessere che non servono e pescandone di nuove dal tavolo o dal mazzo centrale. L'insieme dei punti che si ottiene può essere raddoppiato più volte a seconda della quantità e dalla qualità degli incastri: la cultura orientale premia in primo luogo la bellezza delle scale, poi la presenza di alcuni elementi quali i venti e i punti cardinali. Invece delle nostre comuni divisioni (cuori, quadri, fiori e picche) i tasselli del mahjong sono segnati da caratteri locali quali il bambù e il drago. Il mahjong si gioca ovunque: a casa o nelle sale pubbliche, organizzate come il bingo in Inghilterra. Luogo di ritrovo e motivo di associazione, al cinema questi ambienti sono ritratti in un'unica maniera: illuminati a giorno, affollatissimi, densi di fumo e di rumore. In The Odd One Dies ne vediamo un esempio tipico: Takeshi Kaneshiro sta giocando con tre uomini prima di mandare tutto all'aria ed essere massacrato di botte. Ancora più calzante Once Upon a Time in Triad Society 2 di Cha Chuen Yee, dove Francis Ng è l'imbattibile king of mahjong che mentre racconta aneddoti sulle triadi inanella una vittoriaChallenge of the Gamesters dietro l'altra.
Il cinema da sempre fa occupare la posizione principale al gioco d'azzardo (il cosiddetto gamble): i prototipi sono The Conmen (Chow Si Luk, 1951) e Witch, Devil, Gambler (Goo Yee Yeung, Shu Dik, Bak Sam, 1952). Il dramma sociale The Gambler Who Pawns His Wife (Wong Yiu, 1964), il cui titolo è più curioso della sostanza, apre la strada ai film che negli anni settanta avranno i giocatori d'azzardo come protagonisti e i casino come luogo degli avvenimenti narrati. Tra i più famosi The Casino (Cheung Chang Chak, 1972), seguito da lavori come The Clumsy Gambler (1977) e The Gambler (1977). Sull'onda della blaxploitation, i produttori americani affidano a Chuck Bail una strana coproduzione internazionale (partecipano anche gli Shaw Brothers) ambientata a Hong Kong, Cleopatra Jones and the Casino of Gold, secondo episodio delle avventure dell'eroina nera interpretata da Tamara Dobson. Negli anni ottanta il fenomeno acquista spessore, grazie anche a un regista, Wong Jing, che fin dal debutto manifesta il proprio interesse per l'argomento firmando Challenge of the Gamesters, anno di grazia 1981. Il resto è storia (più o meno) nota: il successo planetario di God of Gamblers (1989), sempre di Wong, lancia la moda dei super-giocatori, scatenando seguiti e parodia. All for the Winner (1990) scatena la comicità di Stephen Chiau, che sostituisce Chow Yun Fat nell'immaginario comune. La proliferazione di pellicole sembra subire un arresto all'inizio degli anni novanta, quando la moda sta scemando, salvo risvegliarsi verso la fine del millennio, quando Wong Jing - ancora lui! - dà il là alla serie The Conman, con Louis Koo e Andy Lau.
Due a questo punto i nomi da sottolineare: Stephen Chiau e Wong Jing. Due modi diversi di intendere il gambling e due modi differenti di portarlo sullo schermo. Stephen Chiau, comico di indubbia genialità, sdrammatizza i toni e ironizza su un difetto nazionale, toccando un nervo scoperto della popolazione e ridendoci sopra. Dapprima guidato, in All for the Winner, da Jeff Lau e Yuen Kwai (che del film confezionano uno spin-off tutto al femminile, The Top Bet, a sua volta all'origine di una serie di imitazioni mediocri quale, per esempio, The Queen of Gamble) e poi preso per mano proprio da Wong Jing, Chiau ha il merito di cambiare la prospettiva, distorcendola e rendendola The Conmandivertente. Il primo autore, a dire il vero, che ha avuto la medesima intuizione è stato quello che da molti è considerato il suo padre artistico, Michael Hui, che in Games Gamblers Play (1974) mette in scena la storia di due giocatori talmente incalliti da provare ogni espediente pur di vincere la posta in palio. Il nonsense di Chiau è più deliberato nel mettere alla berlina gli spettatori hongkonghesi, l'umorismo di Hui più sottile e avvolgente: alle gag del primo si ride di gusto, poi si riflette, quelle del secondo permettono di sorridere e contemporaneamente di constatarne l'amarezza di fondo. In God of Gamblers II e God of Gamblers III - Back to Shanghai, entrambi diretti da Wong Jing, Chiau interpreta il giocatore dai super poteri di All for the Winner piuttosto che il Ko Chun di God of Gamblers. Il passaggio di consegne tra lui e Chow Yun Fat (che tornerà al genere con God of Gamblers' Return nel 1994) è quindi meno irriverente di quanto potesse apparire sulla carta, siglato peraltro da tributi e sberleffi (Chiau che prende lezioni di stile guardando Chow Yun Fat in televisione e imitandolo alla lettera).
Wong Jing è l'altra mente che ha segnato questo meta-genere con la sua versatilità qualitativa e quantitativa. Diversi gli approcci tentati - dalla commedia di The Saint of Gamblers al melodramma di Casino Raiders passando per l'azione pura dei due Casino Tycoon -, sia come regista che come produttore, riservandosi anche interpretazioni di discreto minutaggio. La sua idea, vincente, è quella di disegnare la figura dello scommettitore invincibile, detentore di un fantomatico titolo di re dei giocatori: una palma, questa, ambita da tanti malintenzionati, che pur di ottenerla sono disposti a qualsiasi compromesso. La gente stessa invidia il giocatore e vorrebbe possederne le qualità: chiunque, se potesse, darebbe tutto ciò che ha pur di poter leggere le carte dell'avversario, o di saper indovinare su quale numero si fermerà la pallina lanciata dal croupier. Il vizio trascende e diventa emulazione, sulla falsariga di quanto accade qui in occidente con le mode lanciate da film di successo (basti pensare a quanti hanno abbracciato le arti marziali dopo aver assistito alle proiezioni dei pochi gongfupian arrivati in Italia o, in misura minore, dopo aver visto Ralph Macchio sconfiggere gli avversari in Karate Kid). In ogni caso la ricetta proposta da Wong al suo pubblico è sempre la stessa: inquadrature azzardate per far partecipare alla suspense del gioco; emozioni forti legate ai soliti avvenimenti criminosi (rapimenti, omicidi, furti, malesseri) che inducono il giocatore ad essere sotto pressione; la presenza di un netto confronto tra i buoni e i cattivi. Una formula che agisce per luoghi comuni, ma che è efficace proprio quando lo scenario e i suoi interpreti sono irreali e slegati dalla società. Come sempre, il cinema fotografa quello che vede e lo proietta nell'immaginario collettivo, trasformandolo e rendendolo migliore. Il segreto è non barare, o, se proprio si deve ricorrere alla scorrettezza, dimostrarsi più intelligente dell'avversario, così da sconfiggerlo senza umiliazioni non necessarie.

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