La terza via al cinema

Scritto da Stefano Locati. Postato in INSIDE HONG KONG

Dr. LambCosa colpisce così tanto lo spettatore occidentale nella visione delle pellicole estreme hongkonghesi da sentire il bisogno di reinventare per esse una definizione univoca, quella di "Categoria III", che le raggruppi sotto un'unica denominazione, pur nelle evidenti mille sfaccettature che tali pellicole assumono? Perché se è indubbio che "Categoria III" all'origine fosse semplicemente una sigla della censura che consentiva la visione dell'opera solo a un pubblico maggiorenne, in maniera molto simile al nostro "V.M. 18", con il tempo - e questo soprattutto in occidente - Categoria III è divenuto sinonimo di un genere (ma sarebbe meglio parlare di metagenere) particolare e a sé stante, che di eccesso, cattivo gusto e travalico di qualsiasi confine morale ed estetico fa la sua ragione d'essere e la sua cifra interpretativa ultima. Che si tratti di film horror, splatter, erotici, grotteschi, polizieschi o noir, tutte le differenze paiono svanire per essere inglobate e sussunte in un unico calderone. Naturalmente alla lunga il gioco mostra la corda, ed è difficile pensare che film duri come Men Behind the Sun, spietata denuncia politica e terribile tour de force nell'abisso della disperazione, debbano avere qualcosa in comune con pochezze del calibro di China Girls o My Wife's Lover, filmetti erotici patinati di ben poche pretese; ciononostante è difficile dare torto, in un certo senso, a chi vede ben chiaro un sottile filo a collegare molte delle produzioni più eccessive e scioccanti.
Cosa accomuna dunque attacchi alla comune sensibilità come Dr. Lamb e Diary of a Serial Killer a più complessi drammi come Run and Kill e Love to Kill, oppure horror fuori di testa come Centipede Horror, Lewd Lizard o The Killer Snakes a sconvenienti connubi come Beauty Evil Roses e Holy Virgin Vs. Evil Dead? Ma soprattutto, cosa ci racconta questo metagenere degli hongkonghesi e della società in cui vivono?
La prima domanda ha in realtà una risposta molto semplice, già in parte svelata; i Categoria III esercitano una identica e inspiegabile attrazione per la loro insana morbosità. Un'attrazione primeva che stimola il voyeurismo insito in ogni spettatore, assoggettandolo al tentativo sempre presente di espugnare all'arma bianca i bastioni del non-dicibile e del non-mostrabile, possibilmente senza fare prigionieri. D'altro canto già Pier Maria Bocchi, in un contesto solo parzialmente diverso (si parlava dei soli splatter), diceva che «è come se tentassero in tutti i modi di sequestrare il modus fruendi di chi guarda, per frustarlo, torturarlo, sodomizzarlo». E ancora: «triturano la visione sino a cibarsene. La loro foga è talmente prepotente che l'atto del guardare non può che assoggettarlesi, lasciando ogni forza e sforzo di comprensione per una totale e amniotica estasi schiavesca»1. La loro forza è nel loro programmatico superamento di qualsiasi limite, che sia del buon gusto o del pudore; le copule volanti e i falli equini delle serie Sex and Zen o Erotic Ghost Story esattamente come la The Killer Snakespugnalata in pieno ventre alla donna incinta di Vendetta o la vecchia che si automutila delle dita in The Rape After.
E con questo si arriva alla seconda, più complessa, domanda. Come è possibile un tale forsennato cortocircuito che spazza via qualsiasi remora o verosimiglianza, in un perenne gioco al rialzo? Da quale brodo culturale può emergere tanta spregiudicatezza, ingenuità e - perché no - coraggio produttivo? Sarebbe troppo semplicistico risolversi nell'ipotizzare che i Categoria III siano la banale trasposizione della normale quotidianità hongkonghese. Eppure a mio parere proprio la peculiare situazione sociale in cui Hong Kong si è venuta storicamente a trovare ha contribuito a spianare il terreno, creando di fatto un mercato per questo cinema dell'oltre-visione. Una città stato spezzata tra più culture, luogo privilegiato di incontro, ma anche e soprattutto di scontro. Le frizioni create da miriadi di contraddizioni irrisolte sprigionano forze a stento controllabili e limitabili a un cinema asettico e mainstream. Contraddizioni linguistiche, con il cantonese che si dibatte tra il mandarino della madrepatria e l'inglese degli invasori; culturali, con la lotta tra le tradizioni cinesi, il mito progressista occidentale e la propria particolare visione della contemporaneità; sociali, con la forbice tra nuovi ricchi e proletariato urbano in continuo aumento, senza contare il contesto di capitalismo spinto che tutto fagocita. Se fosse solo questo, si arriverebbe però a una caratterizzazione apertamente politica, cosa di per sé poco convincente per un cinema così irriverente ma certamente apolitico - per lo meno nella maggioranza dei casi, dove se interpretazione politica può esserci, è solo di secondo grado. L'equazione risulterebbe allora nulla, se non entrasse in gioco l'ironia e la forza demistificatrice del grottesco. Una vis comica altrettanto debordante, in grado di scacciare la paura e irridere qualsiasi spauracchio, al contempo arma di difesa contro l'incredibile mostrato e di offesa ulteriore nella sua intraprendente destrutturazione del reale. Che siano le battute di Anthony Wong ad apprezzare le procaci misure di un cadavere in Daughter of Darkness, i siparietti comici del capo della polizia donnaiolo in The Untold Story o il gigioneggiare dei protagonisti di Ebola Syndrome, quello che si configura è un furore escatologico senza remore (che per la verità tende a sconfinare anche nel cinema più contenuto, si veda ad esempio il pur serissimo Made in Hong Ebola SyndromeKong di Fruit Chan, dove il protagonista ferma il sangue di una ferita con un assorbente della madre).
Tutto è spettacolo, in fondo, e i Categoria III non sono altro che il nutrimento di un pubblico, quello hongkonghese, che sta(va?) volentieri al gioco. Il cinema è finzione, ed è inutile scandalizzarsi. Sangue, viscere, budella, persino un sesso così esasperato e fantasioso - sono trucchi che solo il cinema può pensare di accampare. Riversare tutta la rabbia e le contraddizioni in una macchina distorcente e raccapricciante in grado di triturare ogni paura per vomitarla fuori in una veste nuova e diversa, masticata ma di certo non digerita. La grande scommessa del cinema estremo simbolizzato dai Categoria III è tutta qui; materia incandescente ancora priva di forma, che colonizza la mente dei fruitori stordendola con la potenza straniante dello stupore e della meraviglia (o disgusto, a seconda)2.

Note:
1. Pier Maria Bocchi - We Are Going to Eat You. Ovvero: come non andai alla neuro dopo quella volta del moccio, in Roberto Parizzi (a cura di) - Hong Kong: il futuro del cinema abita qui (Stefano Sorbini Editore, 1996 - pag. 37)
2. Tutto questo discorso non tiene naturalmente effettivo conto del fatto che la gran parte dei Categoria III raggiunga i limiti dell'inguardabile - non tanto per i contenuti, quanto per la resa artistica. D'altra parte - come ci ricorda la legge di Sturgeon - «il 90% di tutto è merda».

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