Niente politica, siamo cinesi

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in INSIDE HONG KONG

CagemanA prescindere dal fatto che praticamente tutto può essere considerato politica, è possibile distinguere, in ambito cinematografico, tra pellicole che affrontano di petto l'argomento e altre che lo sfiorano indirettamente. Altro conto è il fatto che sia poi proprio questo secondo tipo di approccio ad essere più incisivo, certo è che la storia del cinema di Hong Kong ha mostrato tendenze precise: da un lato l'attacco (rancoroso) verso i rivali storici, gli inglesi, i cinesi, i giapponesi; dall'altro uno sguardo ai problemi e alle strutture sociali interne. Al di là delle singole classificazioni, vi sono poi alcuni registi che hanno caratterizzato la propria opera adottando il mezzo filmico con specifici intenti divulgativi delle posizioni personali.
Prima della New Wave - fine anni settanta - poco o nulla oltre la mera finzione (il travagliato e censurato China Behind di Tang Shu-shuan): la trasposizione nei wuxiapian e nei gongfupian dell'odio contro i giapponesi era artefatto abituale, basti pensare alla ribellione di Bruce Lee in Fist of Fury o al più schierato The Valiant Ones di King Hu, ma il filtro storico rende meno percettibili certi propositi. Il nuovo movimento spazza via le incertezze e sposta in primo piano dubbi e malumori: la trilogia sul Vietnam di Ann Hui, per esempio, cominciata in televisione e completata al cinema, è dura e senza precedenti. Dangerous Encounter - First Kind di Tsui Hark mostra la ribellione terroristica giovanile, dettata dalla noia ma in grado di rileggere e riportare alla memoria i moti che sconvolsero Hong Kong nel 1967. Un episodio, questo, che torna spesso al cinema come ricostruzione storica (in un film d'azione come Bullet in the Head così come in un melodramma raffinato come I Have a Date with Spring: non sono forma o genere che contano, l'importante è ricordare), per lo più come rimando alla maggiore ingiustizia del governo cinese, il massacro di Piazza Tienamen che poco prima dell'handover aveva fatto tremare molte anime (tanto che Shu Kei ha messo insieme subito dopo il fattaccio un documento significativo come Sunless Days, vera dichiarazione di intenti). Anche in serie di successo e notoriamente Long Arm of the Lawdi scarso impegno sociale, quali Aces Go Places e Young and Dangerous compaiono riferimenti all'incidente del 1989. Prima deduzione: la paura della futura ingerenza della madrepatria cinese è tanta, e lo dimostra il genio indipendente di Fruit Chan, unica voce post 1997 a stonare nel coro degli ottimisti, soprattutto con The Longest Summer. Nuota controcorrente anche Mabel Cheung, che nei suoi lavori dipinge la ruralità e la semplicità contadina come panacee dei mali e dello stress cittadino, ma le sue ultime uscite (come il patinato Beijing Rocks) sembrano fuori tempo massimo. Il rancore verso la Cina continentale e i suoi abitanti, presi in giro perché rozzi e ottusi, prevale quale opinione generale. Nel capolavoro noir Long Arm of the Law un gruppo di clandestini, ex Guardie Rosse, progetta una sanguinosa rapina, nel secondo seguito un caparbio poliziotto comunista (Tsui Kam-kong, che esibirà la parodia dello stesso personaggio in God of Gamblers' Return di Wong Jing) fa la figura dello stupido. Quando al gap sociale si sposa la comicità, non raffinata ma neanche volgare, di Alfred Cheung, si ride per il contrasto tra due culture lontane mille miglia, come avviene nel riuscito Her Fatal Ways (e nei suoi tre seguiti), dove un poliziotto hongkonghese e una collega cinese in trasferta devono collaborare per acciuffare un pericoloso criminale: Kirk Wong intuisce le potenzialità drammatiche dell'accoppiata e la ripropone a ruoli invertiti in Rock'n Roll Cop, dove lo sprovveduto è il cantonese in Cina Anthony Wong.

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