"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Note sul cinema masticato

Crouching Tiger, Hidden DragonQuando si viene a contatto con una cultura altra, diversa e lontana da quella di appartenenza, è inevitabile mettere in atto una sorta di traduzione che permetta di comprendere almeno parzialmente le differenze e le ragioni di queste differenze. Il problema è che nella traduzione si perde necessariamente qualcosa; alcune cose si fraintendono, altre restano in un orizzonte talmente lontano da risultare incomprensibili, altre ancora vengono inesorabilmente perse. Questo perché ogni cultura struttura i pensieri e la visuale di ogni persona che vi è cresciuta e vi appartiene, in una certa qual misura distorcendo e assoggettando le altre culture alla propria visuale originaria. Questa difficoltà è insita in qualsiasi tentativo di avvicinarsi a culture distanti dalla propria. Esercizio difficile, dunque, irto di ostacoli, il tentativo di comprendere e dialogare con l'altro. Ciò nondimeno, esercizio fondamentale e imprescindibile: solo tramite il dialogo e il contatto, infatti, ci si può arricchire e dunque crescere, si può aprire le proprie visuali e allargare le proprie esperienze.
Per entrare più nello specifico, proprio questi problemi si evidenziano quando un europeo - un italiano, ad esempio - tenta di avvicinarsi a una cultura distante come quella cinese. A partire dalla lingua, scendendo lungo gli usi e i costumi, ci si trova di fronte a differenze evidenti, quasi un abisso. Per comprendere bisogna sostanzialmente entrare in un nuovo mondo, aprirsi alla diversità e accoglierla. Solo in questo modo sarà possibile arrivare alla comprensione e di conseguenza all'apprendere. L'errore che spesso però si commette è quello - già accennato - di riportare e confrontare tutte le differenze alla propria esperienza. Thomas Kuhn, filosofo della scienza contemporaneo, che da sempre si è occupato di problematiche attinenti alle traduzioni e alla incommensurabilità tra mondi diversi quando sia in atto un tentativo di traduzione, descrive esattamente questo quando dice che «l'ingresso in un'altra cultura [...] viene regolarmente contrastata, e la forma standard di resistenza consiste nel portarsi appresso la propria cultura e nel dare per scontato che il mondo vi si conformi»1. Per una reale comprensione, allora, bisogna cerca di aggirare l'ostacolo. Il problema però non è così banale, infatti, come argomentava René Guénon, «tutti i tentativi che finora sono stati fatti per riavvicinare l'oriente e l'occidente sono stati intrapresi a profitto della mentalità occidentale [...]. Si cerca molto meno di comprendere il pensiero orientale di quanto non si tenti di ridurlo alla misura delle concezioni occidentali; ciò che significa snaturarlo completamente 2. Naturalmente il discorso non è così categorico, però è sostanzialmente vero che spesso questo rischio è presente e in atto. «È implicitamente sottinteso» proseguiva Guénon «che tutto ciò che l'oriente possiede, deve possederlo anche l'occidente; ora, ciò è completamente falso [...]. Nei testi e nei simboli che [gli occidentali] credono di spiegare non ritrovano se non quello che vi hanno messo essi stessi; delle idee, cioè, puramente occidentali»3. Il discorso di Guénon si sposta poi verso altri territori, ma è utile per intuire quanto possa essere difficile mettere in comunicazione due culture e tradizioni tanto diverse.
Non è un caso che Kamarajiva, uno dei maggiori traduttori in cinese dei testi buddisti, vissuto nel V secolo d.C., spiegasse che il lavoro di traduzione è come masticare cibo che sarà poi dato a nutrimento di altri. Se qualcuno non è in grado di masticare da solo, infatti, gli si deve dare cibo già masticato, ma, dopo tale operazione, il cibo avrà perduto sapore4. La situazione ideale, seguendo questa similitudine, sarebbe allora che tutti siano in grado di masticare da soli il proprio cibo, vale a dire che abbiano gli strumenti adatti ad interpretare e comprendere l'altro-da-sé con le proprie forze, senza che nessuno mastichi per loro. E qui entra in gioco il cinema.
Perché se è vero che non c'è come vivere e conoscere direttamente sulla propria pelle un'altra cultura, non sempre è possibile farlo e metterlo in pratica e, anche fosse, non è l'unico mezzo disponibile. Il cinema è allora veicolo privilegiato e permeante, in grado di dischiudere nuovi mondi con la forza attrattiva delle emozioni dispiegate su schermo. Probabilmente più ancora dei saggi, della narrativa o della musica, il cinema - immagini e suono in movimento - è quel grimaldello utile a scardinare qualsivoglia ritrosia, insinuandosi anche contro la volontà dello spettatore.
Il cinema, che lo si voglia o meno - ancora di più, che il regista o gli sceneggiatori o i produttori, ne siano consapevoli o meno -, è inscritto nella cultura nel quale è nato, porta in sé la cultura di appartenenza. Lo si vede molto bene confrontando cinematografie di paesi egualmente distanti da noi, in modo che il giudizio non sia inficiato dalla vicinanza; basta infatti fare un confronto a livello generale tra cinema Hollywood Hong Konghongkonghese e giapponese per notare diversità impensabili altrimenti che non collegandole a due culture sostanzialmente diverse, seppure vicine5. Diversità nell'idea di cinema e nelle soluzioni visive, diversità di soluzioni che pervadono il risultato finale, a prescindere dal genere di appartenenza6.
Ogni cultura dà il proprio imprinting al cinema che da essa nasce. In questo senso, abituarsi a fruire cinema di culture lontane, evitare e anzi sfidare la chiusura, porta a rimodellare i nostri schemi mentali. Questo significa che ogni cultura produce una tipologia di cinema con caratteristiche peculiari, e abituarsi a rilevare e accettare tali differenze non può che andare a nostro vantaggio.
Esempio evidente di quanto detto finora è la reazione di buona parte del pubblico occidentale di fronte ai balzi e agli scontri presenti in Crouching Tiger, Hidden Dragon (ma gli esempi potrebbero riguardare tutti i - pochi - casi di cinema orientale visti in Italia). Ilarità, incredulità - sintomi evidenti di un rifiuto. Rifiuto messo in atto irrazionalmente, per una disabitudine a confrontarsi con la diversità. Un rifiuto dettato dal fatto che siamo abituati a un solo tipo di cinema, dunque a un solo tipo di cultura. La diversità del cinema orientale stordisce e disorienta chi non vi è abituato.
Il cinema è strumento privilegiato di indagine della realtà nel quale è nato. Può raccontare di un paese o di un'unità culturale molto più di quanto generalmente si sia disposti ad ammettere, persino più di quanto ogni autore crede di metterci. Basta provare a masticarlo ed assaporarlo fino in fondo per trovarne il gusto finora rimosso.

Note:
1. Thomas S. Kuhn - Dogma contro critica (Raffaello Cortina - pag. 92)
2. René Guénon - Oriente e occidente (Luni - pag. 124)
3. Ibidem
4. Cfr. Fung Yu-lan - Storia della filosofia cinese (Mondadori - pag. 15)
5. Discorso difficile da approfondire in questo contesto, lo lascio per il momento solo accennato.
6. Non stupisca poi che esistano casi di confine, liminali, difficilmente etichettabili. Così come esistono gli intrecci tra culture diverse, le convergenze o gli scambi, anche il cinema può andare incontro a scambi, può incontrarsi e mutare.

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