Charles Heung

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Charles HeungLa convivenza tra le triadi e il cinema è un dato di fatto, cui gli stessi uomini di cinema hanno cercato di porre un freno con una grande manifestazione di piazza (Show Business Against Violence) nel 1992, in cui lamentavano l'ingerenza della criminalità nel mondo dello spettacolo. Era inevitabile che un settore come quello del cinema, una vera e propria miniera d'oro, attirasse le attenzioni di imprenditori più o meno onesti. Uno di questi è Charles Heung, fratello di Jimmy (suo socio in affari) e soprattutto figlio di Heung Chin, fondatore della gang Sun Yee On, la più grande e potente triade di Hong Kong. Il capolavoro di Charles è la Win's Entertainment, una compagnia di distribuzione che a partire dalla fine degli anni ottanta ha firmato alcune delle pellicole di maggiore successo della penisola cantonese (oggi trasformatasi nel colosso China Star).
Nel mondo del cinema Charles era entrato qualche anno prima, a metà anni settanta, come attore. Mai protagonista, spesso spalla della star principale, Heung capisce però di non essere un grande interprete, limitandosi a prestare il fisico aitante a una serie di personaggi pronti a menare le mani, come la guardia del corpo di Chow Yun Fat nel primo God of Gamblers. Avendo a disposizione molto denaro (secondo voci incontrollate si tratterebbe di denaro sporco legato alla malavita), Heung capisce che la strada migliore è produrre e distribuire film, piuttosto che interpretarli. Affidandosi spesso a Wong Jing e alla sua compagnia di produzione, sforna un blockbuster dietro l'altro: il primo vero trionfo è con God of Gamblers, il secondo con Fight Back to School, diretto da Gordon Chan e con Stephen Chiau. Grazie al comico (del cui From Beijing with Love è produttore esecutivo) e alla moda dei film sui gamblers la Win's si eleva fino al livello della Golden Harvest, l'unica vera major rimasta in quel periodo, acquistando un potere immenso. Nonostante rumori e pettegolezzi, le star non hanno particolari problemi a lavorare con Heung, visto che la facciata è rispettabile e che i prodotti confezionati incassano sempre bene. In più le malelingue insistono nel parlare di metodi di convinzione piuttosto particolari, che avrebbero permesso a gente come Andy Lau o Jet Li di rescindere onerosi contratti con i precedenti manager e a passare sotto il regime Win's. Tra gossip e cronaca nera l'incidente capitato a Wong Jing, che dopo aver deciso di abbandonare il vecchio socio viene picchiato a sangue e si ritrova con molti denti rotti.
Al di là di dicerie più o meno fondate e attenendosi ai fatti - come fece una giuria che nel 1993 lo assolse dalle accuse di essere il capo della gang fondata dal padre o, all'opposto, come hanno fatto i giudici canadesi che gli hanno negato il passaporto canadese per i suoi legami sospetti -, resta un parco titoli di grande interesse. Heung ha il merito di aver spinto sulle pellicole d'azione incentrate sul gioco d'azzardo, creando una vera e propria moda: due Casino Raiders, due Casino Tycoon, i primi due God of Gamblers, The Conman e due sequel; tutti film con Andy Lau. Altra grande lode merita per aver lanciato definitivamente il talento per la risata di Stephen Chiau (tre episodi di Fight Back to School, due Royal Tramp, Forbidden City Cop), cui impone spesso l'amica Cheung Man come coprotagonista, oltre che per aver distribuito film controversi di autori in leggera crisi (Lawrence Ah Mon, Ringo Lam). Il fiuto per gli affari non è mai stato in discussione: la capacità di guardare lontano riesce a far sì che molte delle scelte artistiche di Heung siano sempre un passo avanti agli altri. Troublesome Night, il Johnnie To di successo (Running Out of Time, Needing You...), l'ultimo Herman Yau (Master Q 2001, From the Queen to the Chief Executive), passano tutti dalle sue mani.

Wai Ka-fai

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Wai Ka-faiNasce nel 1962 a Hong Kong. Abile scrittore, si impegna subito nel cinema, dove già a metà anni '80 firma sceneggiature per prodotti commerciali di media caratura come Young Cops o Easy Money. Nel 1990 conosce Johnnie To per cui scrive Story of My Son. Nel 1992, dopo aver consegnato Gun n'Rose, commissionatogli da Alan Tang, vecchia stella del cinema cantonese in cerca di riscatto, comincia a lavorare come sceneggiatore per la televisione, prima per la TVB, quindi per la rivale ATV, dove svolge anche attività di produttore. Debutta alla regia tre anni più tardi: il suo Peace Hotel è un western crepuscolare, sperimentale tentativo di ibridare noir, tradizioni autoctone e classicismo occidentale. Ne viene fuori un film stranissimo, controverso eppure di grande impatto, lucida dissertazione sulla violenza, con due protagonisti - Chow Yun Fat, all'ultimo film prima di emigrare negli States, e la splendida Cecilia Yip - inarrivabili. Lo sforzo non passa inosservato: nel 1996 fonda con Johnnie To la Milkyway Image, compagnia di produzione nata con lo specifico scopo di finanziare una serie progetti anticonformisti ben precisi, quasi tutti in ambito thriller / action. Quasi dal nulla inizia l'epopea di una delle esperienze più entusiasmanti a cavallo tra anni '90 e nuovo millennio. Wai ha una parte fondamentale nella caratterizzazione delle opere, sia come produttore che soprattutto come sceneggiatore, visto che in un modo o nell'altro mette mano praticamente a tutte le pellicole che portano il logo della compagnia. Particolarmente mirabile il suo lavoro nella trilogia nera di Patrick Yau (anche se è responsabile del trattamento del solo The Odd One Dies), nel sorprendente Cat. III Intruder di Tsang Kan-cheung e in A Hero Never Dies e Where a Good Man Goes dall'amico To. Nel frattempo non disdegna nuove incursioni dietro la macchina da presa: come e più dell'esordio anche Too Many Ways to Be No. 1 è una dissertazione grottesca sul senso della vita (criminale). Allusiva, colorata, sprezzante, è un'opera spiazzante, sempre alla ricerca di un punto di vita alternativo, di una soluzione formale all'avanguardia, di un testo da contraddire, di attori da mettere alla prova (splendido Lau Ching-wan): una pietra miliare, per intenzioni e risultato, nel panorama contemporaneo hongkonghese. Purtroppo la classe non paga i dividendi e dopo un lustro vissuto pericolosamente ai limiti del fallimento economico, con l'unica eccezione di Running Out of Time, To e Wai decidono di incrociare ulteriormente i propri destini, girando a quattro mani una serie di commedie maggiormente orientate verso i gusti del pubblico: il successo al box office arriva subito, anche se la qualità media delle produzioni Milkyway cala vertiginosamente. L'irrisolto Needing You... lancia la coppia Andy Lau / Sammi Cheng, riproposta anche in versione cicciona nel successivo Love on a Diet, ambientato in Giappone. Il disastroso Wu Yen cede meno alla globalizzazione ma occhieggia anche solo nella scelta del cast (Anita Mui, Sammi Cheng e Cecilia Cheung) al riscontro commerciale. Di poco migliore Help!!!, che dimostra le stesse intenzioni, ad ogni costo. Pur di portare a casa un risultato utile, la coppia di registi ricicla idee, mescoli umori, accumula gag, anche banali, e citazioni a getto continuo. Dopo un noir di transizione, Fulltime Killer che non elimina i dubbi sul nuovo percorso artistico intrapreso dai due, il ritorno alla commedia stereotipata, spesso concomitante con il periodo d'oro del capodanno cinese, è l'ultimo passo scontato. Fat Choi Spirit, My Left Eye Sees Ghosts e Love for All Seasons ripropongono gli stessi personaggi nelle medesime situazioni aggiornate ma prevedibili: si tratta perlopiù di farse brillanti, superficiali, che ammiccano ai trend momentanei e alle star in auge (Louis Koo, il sempreverde Andy Lau, il redivivo Lau Ching-wan, Sammi Cheng) affiancati a promettenti starlettes dalla faccia pulita e simpaticamente vacue (Cherrie Ying, Gigi Leung, Kelly Lin). Ingaggiati dalla filiale asiatica della major Warner Bros, To e Wai confezionano l'ennesimo disastroso hit al botteghino, tradendo ancora una volta le ambiziose premesse: Turn Left, Turn Right è un patinato esercizio di stile. Più coraggioso Running on Karma, germogliato dalla mente creativa di Wai, originale mix di azione, thriller macabro, spirito zen, effetti speciali rudimentali e tragicommedia. Per la coppia è la consacrazione definitiva, con l'incetta di nomination e premi all'Hong Kong Film Award e il trionfo anche in Cina. Fatto imprevedibile, subito dopo Wai Ka-fai si rimette in proprio per un progetto follemente sopra le righe, Fantasia, omaggio incondizionato al cinema di Michael Hui. E, senza l'apporto del compare di sempre, sforna il capolavoro inatteso, una demenziale sequela di gag e richiami, recitato a meraviglia dal trio Lau Ching-wan, Jordan Chan, Louis Koo, con Cecilia Cheung a fare da guastatore libero. Ma la parentesi felice è subito chiusa visto che To e Wai hanno già messo in cantiere almeno quattro film da girare (contemporaneamente) nell'imminente futuro (tra cui Breaking News, presentato a Cannes). Uno di questi, Yesterday Once More, girato anche in Italia, a Udine, ripropone per l'ennesima volta la coppia vincente composta dai piccioncini Sammi Cheng e Andy Lau.

Jingle Ma

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Jingle MaNato nel 1954, Jingle Ma lavora nel mondo della fotografia e della pubblicità (anche se come regista di spot non sembra avere grandi prospettive) prima di approdare al cinema, nel 1986, sotto l'egida di Yonfan, come operatore per Passion (lavoro ottenuto implorando la protagonista Sylvia Chang) e Immortal Story. Dopo un breve apprendistato si ritaglia presto uno spazio professionale di rilievo, in special modo per la Golden Harvest, come apprezzato direttore della fotografia soprattutto per prodotti ad ampio budget e dalle non celate ambizioni commerciali. Preciso, professionale, capace di adattarsi alle direttive di qualsiasi tipo di regista - l'autore e l'artigiano -, Ma riesce, nell'iperproduttività dei ruggenti anni '90, a lavorare con continuità senza sacrificare la qualità.
Impegnato contemporaneamente su diversi set, particolarmente a suo agio con Jackie Chan, riesce a illuminare una media di quattro / cinque film all'anno, guadagnandosi cinque nomination (Kawashima Yoshiko, Farewell China, City of Glass, Fly Me to Polaris, Summer Holiday) e un Hong Kong Film Award (Comrades, Almost the Love Story). Tra le sue prestazioni migliori si segnalano i giochi di luce in notturna di The Private Eye Blues, le piroette brillanti al seguito di Stephen Chiau per The God of Cookery, i contrasti cromatici di The Wedding Days, i colori tenui di Love Is not a Game, but a Joke.
Con Hot War passa dietro la macchina da presa e amplia i suoi orizzonti, improvvisandosi anche produttore (Marooned, 2000, di Liu Kim Wa) e soggettista. Il neo regista si fa propugnatore di un cinema solare, generalista, che aldilà del genere prescelto - azione, commedia, dramma - possa essere subito riconoscibile e facilmente fruibile a beneficio di un pubblico allargato. Già dall'esordio dimostra la sua preferenza per una confezione patinata, di maniera, colorata, rumorosa, musicalmente aggiornata (Ma è anche batterista a tempo perso), popolata da attori giovani, carini e trendy (come Kelly Chen, Ekin Cheng, Aaron Kwok o Richie Ren). Soprattutto in ambito romantico-leggero, le sue opere sono modellate sui presumibili gusti dello spettatore medio, rifacendosi ad un tipo di pubblico globalizzato, che ama tanto il tecnologico Giappone che Hong Kong (come entità postmoderna).
Jingle Ma affronta i generi con il piglio del rinnovatore, ma in realtà agisce in maniera opposta, limitandosi a ritoccare la facciata senza intaccare la sostanza. Non a caso funzionano meglio i blockbuster costruiti a tavolino, meglio se d'azione, come Hot War e Tokyo Raiders, che non le dissertazioni pseudo-autoriali dove a mancare è proprio la personalità dell'artefice. Un mélo come Fly Me to Polairs, per esempio, non è che una sterile riproposizione, a dire il vero asettica, di moralismi e stereotipi già visti mille volte al cinema e perdipiù trattati in altre sedi con maggiore competenza. Il successo deriva allora dal saper vendere il contenitore a dispetto della pochezza del contenuto. Quando non ci sono eccessi di ambizioni, come nel divertito Summer Holiday, il gioco regge abbastanza, ma troppo spesso avviene il contrario, come nel banale Para Para Sakura, musicarello tutto fumo e niente arrosto.
Giunto oggi all'ottavo film, tutti prodotti dalla Golden Harvest e in qualche modo patrocinati da Jackie Chan, Ma sembra destinato ad abbandonare definitivamente la precedente carriera di fotografo, se non per i suoi film, per privilegiare l'attività registica a tempo pieno. Ma gradualmente, invece di ingranare, la carriera di Ma è declinata: paradossalmente una debacle causata proprio da quelle poche pellicole minimamente personali, come Why Me, Sweetie?!, girato in Cina (visto che il Giappone è passato di moda, ça va sans dire), e Goodbye Mr Cool rilettura non spiacevole dell'hardboiled classico. Cooptato da Michelle Yeoh per l'ambizioso e costoso Silver Hawk, tremendo flop, dopo alcuni buoni riscontri commerciali (Tokyo Raiders è arrivato fino in Italia, anche se solo in home video), il regista sembra ormai aver perso il controllo del botteghino, relegato al ruolo di esecutore artigianale privo di umiltà, abbandonato anche dal pubblico, l'unico che finora gli avesse dato ragione.

Kant Leung

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Violent CopRegista non particolarmente prolifico, affermatosi nel giro del produttore Lee Siu-kei, abituato alla serie B in prossimità - ma senza mai valicare il limite - del Cat. III. Comincia come aiuto regista, prova anche la strada della recitazione, ma è un impiego temporaneo. Nel 1995 è regista esecutivo di Devil's Woman di Otto Chan, che aveva conosciuto in passato ai tempi di Pink Lady e Screwball '94. Dopo qualche ulteriore anno di apprendistato - al seguito di Johnnie To per Lucky Encounter, di Lee Lik-chi per The Lucky Guy, di Clarence Ford per Her Name Is Cat, di Dick Cho per Chinese Erotic Ghost Story - si impegna a tempo pieno dietro la macchina da presa: il debutto è un horror a basso costo discretamente divertente, The Demon's Baby, con attori giovani e veterani allo sbaraglio. Istigato da Wong Jing, Leung si conferma mestierante affidabile, senza grandi colpi nel carniere ma con buona predisposizione a budget prossimi allo zero e all'autoironia.
How to Get Rich by Fung Shui? è un curioso finto documentario infarcito di superstizioni e stelle di seconda grandezza, sulla falsariga dei due The Supernormal. Con The Legendary "Tai Fei" ruba un personaggio minore - uno dei meno interessanti e lucrativi, ça va sans dire - alla serie Young and Dangerous, il viscido boss Tai Fei. Il film, un mediocre reimpasto di banalità narrative da noir di periferia, tenta senza grande personalità la difficile strada del melodramma padre-figlio tra colpi di machete, bottigliate e buoni sentimenti posticci. Come premio si vede affidare due seguiti senza un soldo a disposizione e con le stesse esigue speranze di lasciare il segno: Chinese Midnight Express II riprende personaggi e situazioni del prototipo di Billy Tang e li ripropone, appiattiti, sfruttando la verve di un discreto Francis Ng (che sostituisce Tony Leung Chiu-wai). Peggio va con Sexy and Dangerous II, molto meno ironico e incisivo dell'originale - caso strano sempre di Billy Tang -, noioso, accartocciato su caratteri impersonali e privi di mordente.
Va decisamente meglio con lo sfortunato Violent Cop, rimasto in un'unica sala per una settimana ma curiosamente uscito in video-cd la sera stessa della prima, sull'onda dell'insuccesso di pubblico: in realtà è un giallo piacevole, reminescente dei fasti italiani degli anni '70 - assassino misterioso; bellezze a fare tappezzeria; lesbiche e depravati -, non privo di spunti anche se derivativo e per alcuni aspetti grossolano. Con il recente Ultimatum il livello generale si abbassa: Leung tenta senza particolare convinzione la carta del thriller a tinte fosche, con un serial killer inarrestabile e due poliziotti - uno cinese, l'altro hongkonghese - sulle sue tracce.
Regista di secondo piano, professionista nel suo piccolo affidabile, mestierante con il talento sufficiente per sopravvivere, non senza difficoltà, nei meandri dell'industria, Leung avrebbe i numeri per fare di meglio, con la dovuta fiducia e maggiori mezzi a disposizione. Dotato del buon senso di chi è costretto perennemente ad arrangiarsi (e di chi ha visto entrambi i lati della medaglia, quello luccicante e quello meno scintillante), meriterebbe un'occasione per dimostrare il suo valore: finora ci si è dovuti accontentare di qualche sprazzo di intelligenza in un oceano, inevitabilmente basso, di prevedibili cadute di tono. Un pesce non del tutto a suo agio nell'exploitation, visti i tentennamenti di percorso (a fronte di una discreta tecnica personale) e la scarsa produttività in un sistema che fa della moltiplicazione e della serialità il pane quotidiano dei minori per vocazione.

Andrew Lau

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Andrew LauNato a Hong Kong nel 1960, Andrew Lau comincia giovanissimo a fare esperienza con gli Shaw Brothers, abbandonati a metà anni '80 per passare alla Cinema City. E' apprezzato direttore della fotografia a partire da Where's Officer Tuba e Mr. Vampire Part 2, entrambi del 1986. Con City on Fire di Ringo Lam comincia a mettere a punto quello che diventerà il suo stile portante: colori freddi ma intensi, luci brillanti in notturna, location povere e grezzo realismo. Con la sua bravura tecnica illumina e valorizza prodotti di ogni genere: dal noir (As Tears Go By) all'horror comico (Mr. Vampire Part 3), dalla commedia nostalgica (He Ain't Heavy, He's My Father!) alla fantascienza d'annata (The Wicked City), fino ai tesi Gunmen e Wild Search.
Spinto da Danny Lee, che lo recluta come esecutore, debutta alla regia con Against All, poliziesco stradaiolo che in parte anticipa la sua passione per un cinema d'azione personale e intimista, popolato da piccoli anti-eroi tragici alle prese con problemi oltre la loro portata e spirito di sacrificio. I buoni risultati di un horror di transizione e dell'ennesimo action proletario, The Rhythm of Destiny, ancora con Danny Lee, spingono Lau tra le braccia del produttore Wong Jing, che lo mette alla prova con il curioso Ghost Lantern, mélo fantastico a base di triadi e fantasmi. In Raped by an Angel, seguito spurio di Naked Killer, Wong gli affida la protetta Chingmy Yau, per l'ennesima volta in coppia con Simon Yam. La carriera di Lau, almeno fino a To Live and Die in Tsimshatsui, notevole tour de force di un undercover in grave difficoltà psicologica, sembra destinata al basso anonimato artigianale: né il softcore Lover of the Last Empress, fengyue piccante e patinato sempre con Chingmy Yau, né l'episodio del collettivo Modern Romance fanno intuire le ambizioni di un regista / tecnico impegnato su troppi set contemporaneamente.
La svolta è con Young and Dangerous, anticipato dal piacevole Mean Street Story. Tratto da un popolare fumetto locale, Rascals, il film sbanca a sorpresa al box office e lancia un trend fatto di giovani mafiosi ambiziosi, freddi e determinati, di intrighi sempre più impegnativi e di missioni da completare (omicidi, donne da conquistare, pestaggi con gang rivali, boss da tenere sotto controllo). L'estetica cool dei protagonisti e la glamourizzazione della malavita conquista il pubblico meno maturo, che affolla le sale e, come accadeva nel decennio precedente per A Better Tomorrow e Chow Yun Fat, imita le star dello schermo vestendosi e comportandosi alla stessa maniera. Anche se la vera rivoluzione è a livello stilistico, con un ritorno convinto alla schiettezza del gangster film degli anni '80, alla violenza dei film del primo Ringo Lam e a dialoghi e look aggiornati alle mode del momento. Topoi del sotto-genere: camera a mano, altalenante, fotografia sgranata, location urbane di forte impatto visivo, scene di massa girate con estremo rigore stilistico, tanto da meritarsi i complimenti di colleghi insospettabili, come Ann Hui. In meno di due anni Lau sforna quattro seguiti, un prequel e produce diverse imitazioni (come Street Angels); l'industria non perde tempo e sfrutta la moda creando un filone a parte sulle stesse premesse, copiando a man bassa (War of the Under World; Streets of Fury), parodiando (Once Upon a Time in Triad Society) e rileggendo (To Be No. 1 di Raymond Lee) in maniera opposta i medesimi modelli. Gli attori di Young and Dangerous - volti ricorrenti nella filmografia di Lau, come Ekin Cheng, Jerry Lamb, Michael Tse, Jordan Chan, il redivivo Roy Cheung, Gigi Lai - diventano immediatamente popolari e si conquistano un posto al sole.
Proprio nel 1996 Lau si unisce in società con il fidato Manfred Wong, produttore e sceneggiatore, e con Wong Jing, fondando la BOB & Partners, casa di produzione di grande successo deputata a produrre tutti i suoi prossimi film. Con un unico obiettivo primario: sfruttare a fondo la gallina dalle uova d'oro fino all'esaurimento. Il che vuol dire sette episodi ufficiali della serie in cinque anni (compreso il recente flop di Born to Be King, 2000, vano tentativo di rivitalizzare uno schema ormai morente), tre spin-off (Portland Street Blues e City of Desire, con Sandra Ng, Those Were the Days, con Jordan Chan) e diverse riproposizioni, in ambiti solo leggermente diversi, degli stessi temi: è il caso di The Legend of Speed, ambientato nel mondo delle corse d'auto clandestine, di Best of the Best, che sostituisce le triadi con i corpi paramilitari della polizia di Hong Kong, di We're No Bad Guys, prodotto da Lau e diretto da Wong Jing, che ripropone gli stessi eroi giovani in un contesto più dinamico e spiritoso.
La continua ripetizione e l'eccesso di offerta presto stanca il pubblico e se da un lato porta Lau alla consacrazione definitiva dall'altro ne limita la crescita, costringendolo in un tunnel di stereotipi e soluzioni di comodo. Non è tanto il caso del controverso e sperimentale The Storm Riders, il cui incredibile successo salva la Golden Harvest dal fallimento, quanto dei successivi A Man Called Hero e The Duel. Lau scopre gli effetti digitali e, dopo un primo intelligente tentativo di applicarli a forme classiche in maniera anti-realistica, non per perseguire la credibilità dell'azione ma al contrario per provocare stupore e estasi fantastica, cede alla tentazione del nuovo giocattolo, sterilizzandone le potenzialità e scadendo in estetizzazioni di maniera. Perdipiù il confronto con i più attrezzati blockbuster americani, plausibile se la scelta è antitetica come in The Storm Riders, non è proponibile se il digitale è adoperato in maniera tradizionale, come avviene nei mediocri The Wesley's Mysterious Story o nel noir cyberpunk The Avenging Fist, non a caso snobbati anche dal grande pubblico. I tentativi di retromarcia - il prevedibile mélo Sausalito, il modesto Bullets of Love, l'inguardabile Women of Mars; va meno peggio solo con il ritmato Dance of a Dream - sono altrettanto goffi, e dimostrano come un autore promettente, con personalità e stile abbia finito, nel disperato tentativo di incoronarsi massimo profeta del cinema locale, con l'auto-retrocedersi ai vecchi ranghi di mestierante monotono e saccente.
A Lau sembra mancare proprio la modestia per ammettere i propri errori e tornare indietro con convinzione sui propri passi, per riscoprire la semplicità dei primi successi. Ma quando anche il pubblico, ultimo fedele baluardo, lo abbandona, Lau decide per un netto cambio di rotta. E' una mossa più astuta che sentita: reclutato un regista promettente come Alan Mak (X-Mas Rave Fever; A War Named Desire), Lau gli concede la condivisione della cabina di regia e recluta un cast di stelle per ritornare in grande stile in carreggiata. Lo strapotere al box office e i plausi della critica - comprese numerose nomination agli Hong Kong Film Awards - rivolti ai tre Infernal Affairs, usciti a breve distanza l'uno dall'altro, fanno ben sperare. Ma è difficile - e forse anche inutile - distinguere i meriti, soprattutto in fase di sceneggiatura, di Mak, l'esperienza di Lau, che sicuramente lascia il segno sulla splendida fotografia, e l'appeal di un parco attori di sicuro impatto (tra cui Andy Lau, Tony Leung Chiu-wai, Eric Tsang, Leon Lai, Anthony Wong). Tanto da convincere Martin Scorsese ad acquistarne i diritti per un prossimo remake hollywoodiano. Ma poco è cambiato: dopo la parentesi, Lau torna subito alla computer grafica in dosi massicce con The Park, sbiadito horror in 3D.
Messe da parte le inevitabili delusioni per una carriera il cui corso avrebbe potuto essere, viste le premesse, di ben altra sostanza, bisogna considerare Andrew Lau oggi con le dovute precauzioni. Da un lato va encomiato per il coraggio con cui rischia in prima persona, affidandosi a interpreti emergenti e a soluzione formali innovative, dall'altro va biasimata la testardaggine con cui, una volta incassato l'ennesimo insuccesso, continua imperterrito per la stessa strada. E' un veterano affidabile, capace di adattare il proprio stile e di impegnarsi su mille fronti, mecenate (ha lanciato tra gli altri registi come Joe Ma, Raymond Yip e Chin Man Kei) e imprenditore, risorsa comunque importante di un cinema a metà tra globalizzazione e tradizione, tra esigenze economiche e ambizioni decisamente fuori portata.

Raymond Yip

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Raymond YipDiscepolo di Wong Jing, dopo una brevissima gavetta - è aiuto regista di Truant Heroes -, arriva presto alla regia, e subito con un film di un certo peso, un veicolo commerciale per il mattatore Stephen Chiau. 60 Million Dollar Man non è il miglior film del comico, ma ha momenti bizzarri molto divertenti ed è pervaso da un umorismo grottesco che macina modelli televisivi e demenzialità scorretta a base di pubblicità autoctona e miti mediatici locali. Con il meno riuscito I'm Your Birthday Cake mette in piedi una commedia sexy con punte mélo interamente basata sui protagonisti Chingmy Yau e Ekin Cheng (con Michael Wong a fare da battitore libero nel ruolo, per lui insolito, di un gay galantuomo). Raymond Yip non è certo un autore con eccessi di personalità o vezzi stilistici riconoscibili, i suoi prodotti anzi sono sì ben realizzati, ma senza eccellere. E' il caso dell'horror a episodi Till Death Do Us Laugh, co-diretto con Joe Ma e Chin Man Kei, piuttosto prevedibile e non particolarmente ironico. Andrew Lau, al cui fianco Yip si è raffinato nel frattempo, lo mette alla prova affidandogli uno spin-off della sua serie Young and Dangerous incentrato sulla capobanda lesbica Sister 13: Portland Street Blues è un efficace excursus nelle strade pericolose dove triadi, prostituzione e crimine impazzano anche - se non soprattutto - tra i giovanissimi. Il regista è abile a ricreare le medesime atmosfere urbane sporche e rovinate della serie originale, dove i personaggi esagerati, degne trasposizioni del fumetto d'origine, si muovono liberamente. Anche nella deriva melodrammatica - una grande amicizia che non decolla sentimentalmente come previsto - e nella gestione degli attori fila tutto addirittura meglio del previsto. Con For Bad Boys Only lievitano budget e ambizioni, per un blockbuster costruito a tavolino e occidentalizzato che unisce cast giovane di grande richiamo (Louis Koo, Ekin Cheng e Shu Qi), regia hi-tech, ritmi sincopati da videoclip, fotografia patinata, coreografie impegnative e musiche di forte impatto. Formalmente è un passo indietro, confermato dal brutto City of Desire, con cui solo apparentemente torna ad occuparsi di Sandra Ng e triadi, in un contorno inedito da docu-drama su Macao e prostituzione. Evidentemente soddisfatti del lavoro svolto, Andrew Lau e Wong Jing continuano ad affidarsi a Raymond per i progetti meno importanti, appena un gradino sotto il successo di massa e uno sopra il low budget senza pretese al box office. Beauty and the Breast conferma l'affidabilità dell'artigiano (sostenuto da un attori in palla) ma non dissipa i dubbi sul suo reale talento. Sintomatico di un continuo alternarsi di alti e bassi, Women from Mars - e, in misura solo leggermente minore, il mediocre Everyday Is Valentine, di cui Yip è regista esecutivo - è un disastroso tentativo di commedia sofisticata, in realtà volgare e misogina, che spreca un cast multicolore nel tentativo, fallito, di raccimolare soldi per salvare dalla bancarotta l'attore e produttore Frankie Ng. Meglio allora Loving Him, meno costoso e meno ambizioso, ma più sincero (si tratta di un mélo giovanile con Daniel Chan e Qin Hailou): questa volta è Manfred Wong (il terzo, insieme a Lau e Wong, della BOB & Partners) a proporgli del lavoro di routine, trovandogli, come per il simile Roots and Branches, i coproduttori cinesi e le location mandarine. Il recente My Dream Girl, remake improprio del classicissimo My Fair Lady con Ekin Cheng e Vicky Zhao al posto di Rex Harrison e Audrey Hepburn, segna il definitivo passaggio del regista alla commedia per famiglie - discorso che vale anche per Anna in Kungfu-Land, con l'improbabile coppia comica Miriam Yeung - Eking Cheng (attore con cui Yip si trova molto bene) -, (ri)pulita e politicamente corretta, senza troppi sussulti e senza difetti evidenti, ma priva anche della spina dorsale e del coraggio di uscire quanto basta dagli schemi per impressionare e far emergere il proprio nome dal grigio anonimato della classe media.

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