Ricordando RINGO LAM (1955-2018)

[Ciak] Febbre asiatica: il cinema di Hong Kong

Scritto da Stefano Locati. Postato in RIVISTE

Occasionato dalla mostra del cinema di Cannes del '97, questo breve speciale di Ciak ha il compito di introdurre al largo pubblico una cinematografia sostanzialmente di nicchia (perlomeno in Italia) come quella di Hong Kong. Il pretesto è naturalmente l'imminente restituzione alla Cina e al contempo l'uscita di Chinese Box di Wayne Wang, che dell'handover si occupava. Ecco che allora metà delle pagine dello speciale (in tutto 10) sono dedicate a questo film, con un veloce commento e una carrellata sui lavori precedenti del regista.
In una sorta di appendice sono relegati un articolo sui registi più famosi emigrati negli USA (i soliti John Woo, Ringo Lam e Tsui Hark), un altro che condensa la storia del cinema locale in mezza cartella e infine una veloce scorsa ai nomi e ai generi più conosciuti (qualche attore, qualche regista e la definizione dei generi).
Nulla di esaltante, tutto sommato. Informazioni messe un po' alla rinfusa - causa probabilmente lo spazio tiranno - anche se senza eccessivi errori, danno una sensazione di un tanto al chilo che risulta indigesta agli occhi degli appassionati (e spiace ad esempio per alcuni giudizi un po' azzardati, vedi il trafiletto sui gongfupian). Dato positivo rimane comunque che se ne sia parlato su una rivista a grande tiratura come può essere Ciak.

Numero: 6 / Anno: XIII
Periodo: Giugno 1997
Autori: Piera Detassis, Giulia D'Agnolo Vallan, Andrea Ferrari, Fabrizio Grosoli
Lingua: Italiano
Formato: Brossurato
Foto: Colore
Pagine: 138
Prezzo: L. 6.000

[SegnoCinema] Apocalisse rinviata?

Scritto da Stefano Locati. Postato in RIVISTE

Veloce citazione per questo numero di Segno Cinema che contiene un articolo di due pagine (pag. 62-63) sul ventunesimo Hong Kong International Film Festival. Rassegna non competitiva, il festival si occupa ogni anno di presentare pellicole sia occidentali che soprattutto orientali dividendosi tra le novità e interessanti retrospettive mirate, spesso l'unico modo per poter vedere i film più datati.
Partendo con una gustosa divagazione sulla città di Hong Kong come città-cinema, in cui si nota poco il passaggio tra fuori e dentro la sala, data l'alta probabilità che i film siano stati girati in posti in cui si è appena stati, Pezzotta disseziona i film in rassegna.
Visto l'anno cruciale, quel fatidico '97, era importante constatare lo stato della cinematografia locale. Ciò che ne emerge in presa diretta non è certo confortante. Carenza di idee e maestranze "allo sbando" fotografano la situazione di crisi che si sta acuendo. Non certo per il pericolo della riunione con la madrepatria cinese, quanto per le difficoltà intrinseche di un mercato che è sempre stato rischioso e proiettato più sul qui e adesso che impegnato a capitalizzare in vista del futuro. Ecco allora la scarsa qualità dei film più recenti (si parla tra gli altri di First Option e Armageddon di Gordon Chan e di Kitchen di Yim Ho) in rapporto a piccoli gioielli come Long Arm of the Law di Johnny Mak (del 1984) o To Be Number One di Poon Man-Kit (1991), o anche solo a The Deaf and Mute Heroine di Wu Ma (classe 1971), tutti presentati nelle retrospettive.

Numero: 85
Periodo: Maggio / Giugno 1997
Autori: Alberto Pezzotta
Lingua: Italiano
Formato: Spillato
Foto: Colore
Pagine: 80
Prezzo: L. 8.000

[Alias] Omaggio al re di Hong Kong: Tsui Hark, vertiginosamente

Scritto da Nicola La Cecilia. Postato in RIVISTE

Coppia di articoli, pubblicati in occasione dell'omaggio tributato al regista Tsui Hark, da parte del Future Film Festival di Bologna nell'edizione 2004.
Il primo, ad opera di Roberto Silvestri, è ipercinetico, caotico e roboante tanto quanto l'attitudine e l'estetica di Tsui Hark, che il regista stesso snocciola nel lungo stralcio, qui riportato, dell'intervista concessa nel '99 ai Cahiers du Cinema.
Dopodiché vi è il tentativo di condensare in cinque punti essenziali il talento, l'originalità, la peculiarità, la poliedricità e la complessità dell'opera del regista: 1) postmodernità e «stile di ripresa vertiginoso e metafisico (nel senso che sbriciola qualunque legge della fisica euclidea)»; 2) processo creativo e produttivo quasi completamente autonomo; 3) «traghettatore delle intuizioni classico-dinamiche del "cattivo maestro" King Hu nelle cattedrali vertiginose, a flusso turistico permanente, del più zelante dei suoi allievi, John Woo»; 4) «il più estremo, intenso e umoristico dei maestri horror, mélo e d'"azione nera" del mondo»; 5) rispetto nei confronti dell'industria hollywoodiana, pur tenendosene alla larga.
Il secondo articolo vede impegnati Carlo Tagliazucca e Michele Senesi in una dettagliata disamina del meraviglioso, cioè uno degli elementi fondamentali del cinema di Tsui Hark, che egli ha espresso sia mediante uno stile registico assolutamente peculiare sia con effetti speciali, che per anni sono stati in bilico tra l'«evidente finzione» di quelli di tipo tradizionale e artigianale e la ricerca di «una sintesi tra visionarietà orientale e tecnologia occidentale».
In Zu: The Warriors from the Magic Mountain (1983), i cui effetti speciali sono stati realizzati da «tecnici provenienti dal set di Guerre stellari», Tsui Hark fa un uso massiccio del blue screen; per nulla soddisfatto da questo esperimento, fonda con sua moglie la Cinefex Workshop per la realizzazione di effetti speciali in proprio; il blue screen viene quindi abbandonato in favore di complesse elaborazioni di tecniche minori del cinema hongkonghese povero degli anni '60 e '70, il wire work, abbinate efficacemente a «regie iperdinamiche», «montaggio caleidoscopico» ed «ellissi debitrici dello stile di King Hu»: da questo momento il wire work dilaga nel cinema di Hong Kong e marchia indelebilmente pellicole superbe, appartenenti ai generi cinematografici più disparati, come ad esempio le trilogie A Chinese Ghost Story e Swordsman, i primi due film della serie Once Upon a a Time in China> (rispettivamente del 1991 e del 1992) e i «crime-movie» di John Woo.
La Film Workshop, la casa di produzione di Tsui Hark, porterà avanti con successo fino alla metà degli anni '90 «un cinema ibrido, che mescola un concetto di regia moderna a effetti speciali diseguali, senza timore di giungere fuori tempo massimo, forte di una fiducia illimitata nel potere illusionistico del cinema. In fondo nel cinema della Film Workshop, più che i singoli effetti speciali, contano i valori produttivi e gli accorgimenti registici che riescono a celare i limiti di budget ristretto e a magnificare gli elementi in scena». Green Snake (1993) e The Lovers (1994) sono abbastanza esemplificativi di questa fase.
In Love in the Time of Twilight (1995) Tsui Hark si cimenta per la prima volta con gli effetti digitali, usandoli in chiave quasi cartoonistica e dunque «ancora una volta in perfetta continuità con gli antichi effetti disegnati direttamente sulla pellicola», mentre in Time and Tide (2000) «sperimenta una CG più elaborata, che usa in modo grammaticale e invisibile, come nel cinema americano, per risparmiare sulle esplosioni e rendere più fluidi certi passaggi».
Ma «inaspettatamente, il successivo The Legend of Zu (2001) cambia nuovamente direzione, lontano dall'appiattimento realistico all'americana, in favore di un immaginario completamente digitalizzato in cui la computer grafica cancella completamente il set e domina incontrastata un universo astratto e pittorico, più vicino all'animazione che al cinema, in cui anche gli attori, soli davanti a un ritrovato "blue screen", sono pure figure virtuali plasmabili facilmente in post-produzione. La coreografia classica e la figura dell'attore marziale si dissolvono in favore di una regia finalmente onnipotente, padrona di ogni minimo elemento in scena».

Numero: 3 / VII
Periodo: 17 Gennaio 2004
Autori: Roberto Silvestri, Michele Senesi, Carlo Tagliazucca
Lingua: Italiano
Formato: 
Foto: Colore
Pagine: 
Prezzo: 

[Alias] Gente di Hong Kong: intervista a Fruit Chan

Scritto da Nicola La Cecilia. Postato in RIVISTE

Lunga intervista a Fruit Chan, svoltasi in occasione del festival di La Rochelle nel luglio 2002, dove il regista ha presentato Hollywood Hong Kong (2001).
Aprono la chiacchierata gli aneddoti sugli anni dell'adolescenza passati nella cabina di proiezione di un cinema vicino casa. «In effetti dopo averlo visto [Nuovo Cinema Paradiso, ndr] mi sono detto: accidenti, avrei potuto farlo io questo film, è la mia giovinezza».
A seguire l'apprendistato tecnico, iniziato negli anni '80 in qualità di aiuto o co-regista di Sammo Hung in pellicole che vantano la presenza della star Jackie Chan [Heart of the Dragon e Dragon Forever] e di Kirk Wong [Crime Story e Rock n' Roll Cop].
Finalmente l'esordio registico con il film horror Finale in Blood (1991).
Dopodiché nel '95, mentre sta lavorando a un film da girare in Cina, venuto meno il sostegno della produzione, Fruit Chan si ritrova con diversi metri di pellicola inutilizzata a disposizione; vi è inoltre l'approssimarsi di due eventi molto sentiti dal regista, vale a dire il centenario del cinema e l'annessione di Hong Kong alla Cina: tutti questi stimoli lo portano alla realizzazione di Made in Hong Kong (1997).
Attraverso un fitto e ben congegnato botta e risposta tra l'intervistatore e il regista, Fruit Chan ha modo di ripercorrere anche il resto della sua carriera di cineasta fino a prima di Public Toilet (2002), cioè la realizzazione dei film The Longest Summer (1998), Little Cheung (1999), Durian, Durian (2000) e Hollywood Hong Kong (pellicole che tra l'altro hanno partecipato a numerosi festival cinematografici europei, suscitando sempre clamore e/o apprezzamenti), il tutto intrecciato ad aneddoti, all'esposizione della propria cifra stilistica, dei temi prediletti. «Personalmente cerco di andare contro il tipo di cinema promosso dalle major, le mie storie parlano di gente comune» -, dei riferimenti e dei maestri cinematografici - «ad esempio Fellini, Truffaut, Godard e Oshima. A quel tempo riuscivano a fare dei film con pochi soldi e questo m'impressionò moltissimo» -, fino ad una puntuale e pertinente disamina della situazione politica (e dell'industria cinematografica) mondiale contemporanea.
Giunti alla fine dell'intervista, ci si ritrova di fronte al ritratto di un regista ironico, intelligente, acuto e sensibile, a cui necessariamente si devono riconoscere quelli che a tutti gli effetti sono i connotati peculiari d'indiscusso, autentico artista indipendente, come del resto già in parte si poteva evincere dalla visione della sua filmografia. «Anche se a Hong Kong ci sono molti registi indipendenti, per la maggior parte lavorano all'interno di compagnie per così dire "indipendenti", in modo da non avere problemi con i finanziamenti, ma per me ciò non significa essere veramente indipendenti. Quando decisi di girare Made in Hong Kong qualcuno mi propose di contattare una casa di produzione "indipendente" per poter avere un finanziamento, ma mi rifiutai perché ero sicuro di non ricevere le garanzie necessarie per poter svolgere il film indipendentemente. Alla fine feci una colletta tra gli amici e i parenti e girai il film con una piccola troupe, solo cinque persone. Non volevo assolutamente mettermi nelle mani di una casa di produzione, che mi avrebbe imposto qualcosa e alla quale avrei dovuto obbedire per contratto, quindi decisi di arrangiarmi da solo e finora posso considerarmi come l'alternativa indipendente alla scena "indipendente" di Hong Kong».

Numero: 50 / Anno: V
Periodo: 22 Dicembre 2002
Autori: Roberto Carlotto
Lingua: Italiano
Formato: 
Foto: Colore
Pagine: 
Prezzo:

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