La tendenza degli ultimi anni di Hong Kong è stata quella di un lento declino e di una, sostanzialmente irreversibile, crisi di identità; una faccenda legata a inevitabili evoluzioni socio-politiche, per la quale risulta difficile ipotizzare un'inversione di marcia, ma che non esclude che avvengano singolari dètournements. Nemmeno negli anni più bui, a cavallo dello handover, la crisi ha impedito di assistere a dei buoni quando non ottimi film e a dei campioni di incassi capaci di risollevare effimere ondate di entusiasmo e orgoglio per il cinema in lingua cantonese. E più che mai nel 2011 la bandiera della S.A.R. (Special Administrative Region, come sarà ambiguamente definita Hong Kong sino al fatidico 2046) è tornata a sventolare, all'insegna del cinema più oltraggiosamente exploitation che si possa immaginare.
Sesto incasso dell'anno, infatti, con 41 milioni di HK$ (5,3 milioni di dollari), Sex and Zen 3D: Extreme Ecstasy non solo ha riportato al cinema gli hongkonghesi in massa per un film in cantonese, ma ha soprattutto attirato nell'ex-colonia spettatori della Cina continentale, costretti a prendere il traghetto dalle proibizioni della censura di Pechino.
Ultimo aggiornamento Sabato 04 Febbraio 2012 17:12
Cercasi regista disperatamente. C’è un romanzo malese che segnalo, è uscito da noi per Metropoli d’Asia, si intitola Malesia Blues ed è scritto dall’esordiente Brian Gomez; e che nelle giuste mani diventerebbe su grande schermo una black comedy eccezionale. Inutile scomodare Tarantino, anche se con quel materiale narrativo si divertirebbe come un matto, a Hong Kong l’industria deve giocoforza accontentarsi, e questo non è per forza un male. Poco cerebrale per Jeff Lau, troppo ironico per Gordon Chan, il trattamento sarebbe perfetto per i fratelli Pang. Non a caso ricorda una versione migliore, di gran lunga migliore, dello sgangherato e dimenticabile Nothing 2 Lose, diretto tanti anni fa dal solo Danny.
Ultimo aggiornamento Domenica 27 Novembre 2011 15:30
Forse è l'ultimo anno, forse no. C'è aria di rinnovo, più che altro speranza di rinnovo per San Marco Müller che tutto osserva e a tutto provvede. La truppa, al solito folta, di film orientali non è totalmente esente da difetti, ma abbonda di opere assai notevoli, in primis l'ultimo Sono Sion (solo qualche difettuccio legato alla ripetizione di alcuni topoi), il Ching Siu-tung dominato dalla CGI ma posseduto da una fantasia visionaria senza limiti di The Sorcerer and the White Snake e soprattutto Ann Hui, che potrebbe essere finalmente premiata dopo una lunga e straordinaria carriera, che nell'esemplare A Simple Life trova un perfetto coronamento.
Benché il film giapponese migliore sia Cut, di un regista iraniano, Amir Naderi, che ha girato nella lingua del Sol Levante un omaggio sviscerato e commovente al cinema (giapponese ma non solo), oltre che una lezione su ciò che significa, in termini di autolesionismo, fare (e occuparsi in genere di) cinema.
Ultimo aggiornamento Domenica 11 Settembre 2011 15:08
A mente fredda, dopo la giusta e doverosa decantazione, si può affrontare il discutibilissimo verdetto del Far East, coronamento sorprendente di un'edizione forse non indimenticabile ma certo degna di essere ricordata. L'esperimento della contemporaneità pomeridiana e serale ha pagato in termini di business ma a scapito dei cinefili, costretti a perdersi la retrospettiva pinku nella sua totalità e sostanzialmente a non poter usufruire delle repliche. Un concorso sbilanciato in favore della Corea del Sud – stagione notevole però, quella coreana 2010/2011 – e di una Cina Popolare che cresce numericamente ma non qualitativamente. Sarà la nostra atavica e tutta hongkonghese avversione per i mainlanders, ma se da un punto di vista budgettario non c'è nulla da dire sulla crescita del cinema cinese, come qualità c'è molto da dire. Pochi gli entusiasmi, tra remake inutili (What Women Want), action al grado zero della regia (Wind Blast) e blockbuster ricattatori e strappalacrime (Aftershock). Peccato che quest'ultimo sia risultato nientemeno che il vincitore, in un anno che vantava – pur con i dubbi già espressi qui su Il Visionario – Confessions (vincitore dei premi della giuria) e un manipolo di action e horror coreani di tutto rispetto.
"Ma di solito quanto durano i film? 3 ore, giusto?"
Chiaramente. Chissà come fanno i festival a proiettarne 8 in un giorno... Questo è un dialogo carpito in un bar di Udine, intermezzo tra una discussione sul prezzo - "scandaloso, dove andremo a finire?" - degli ettari di terra e una sull'Udinese che provoca sempre gioie e dolori. Non-luoghi di una civiltà spesso più alienata culturalmente di una capanna nel Wisconsin in cui Leatherface e Jason Voorhees siedono allo stesso tavolo (e certo non discutono di Hegel). Eppure qui c'è un festival che da tredici anni attrae gente, clienti paganti tra le altre cose, da tutto il mondo, riempiendo il Teatro Giovanni nonostante Udine non sia esattamente the city that never sleeps..
Puntuali come un orologio svizzero che ha smesso di ticchettare tempo addietro, rieccoci qua nella solita Udine. Per illuminarvi su... Tetsuya Nakashima e Michael Hui.
Che in comune non hanno niente, significa più o meno accostare La Russa e Olivia Wilde, ovvero due specie agli antipodi del regno animale. Ma il punto del discorso è un altro, ovvero che i due incarnano alla perfezione il "prendersi sul serio" e il "prendersi in giro". Ma partiamo da Nakashima.
Non fosse così enfatizzato, non fosse tutto così spropositatamente sottolineato, con la solennità di chi deve raccontarci la Verità, non fosse necessaria una pletora di ralenti per sovraccaricare ulteriormente la materia trattata...
Usciti nel 2008, gli episodi della serie televisiva Tactical Unit nascono dall’idea di dare una nuova vita e una nuova forma alle storie dei protagonisti di uno dei capolavori della Milkyway e del suo patron Johnnie To, quel PTU che nel 2003 ridisegnava a modo suo le geometrie del noir urbano e notturno, non solo a Hong Kong. Alla fine del 2006, anno di produzione straordinario per la Milkyway (Election 2 andava a Cannes ed Exiled a Venezia), nacque il progetto di continuare a raccontare i personaggi che avevano abitato PTU con le facce di Simon Yam (sergente Lee), di Maggie Siu (sergente May) e dell’amatissimo Lam Suet (Lam Tong); stavolta, la regia non veniva però curata dallo stesso To, ma da un trio di registi comunque già nell’orbita della casa di produzione come Lawrence Ah Mon, Law Wing Cheong e Andy Ng e la destinazione finale dei lavori prodotti era la televisione.
Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Ottobre 2011 14:41
Hong Kong, agosto 2010. Se ne parla sempre di Hong Kong sulle pagine di HKX, ma era ora di portare laggiù i nostri potenti mezzi. Respirando la vita di Causeway Bay o Mongkok si capiscono più cose che con mile parole o con un chilometro di pellicola. Banale, ai limiti del luogo comune, ma così è. Quindi abbiamo voluto regalarci e regalarvi un piccolo video in cui sintetizziamo il nostro punto di vista sulla situazione del cinema e dei cinema in quel di Hong Kong.