Piaceri inconfessati: 10 «perle» del peccato

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in SEX AND ZEN

Dieci perle del peccato, probabilmente prive di saggezza ma mai banali. Dieci titoli da scoprire con occhio non meno critico da parte di chi voglia analizzare un sottobosco fiorente e selvaggio qual è il Cat. III, in questa circostanza non solo comico. Dieci pellicole, per certi versi orribili, per altri geniali, che di sicuro non sono piatte o prevedibili, anzi: dieci modi di shockare e di dimostrare come fantasia e scorrettezza possano nobilitare, in qualche modo, un Girls Unbuttonfilone talmente irriverente da apparire (solo) a priori indifendibile. Non sono necessariamente classici del genere, ma film da vedere per un motivo ben preciso: sono apripista o fuoriclasse, precursori o imitatori, tutti con specificità e particolarità che meritano di essere sottolineate.

Red to Kill (1994) | Già a partire dalle prime battute Billy Tang insegna dalla sua cattedra di agitatore come dare davvero fastidio. Non è tanto lo stupro in sé, né la figura del maniaco nerboruto, ma l’attenzione morbosa alla vittima, che non a caso è una disabile. L’insieme è talmento nocivo da lasciare senza fiato; complice un sistema giudiziario imbelle che invece di condannare un colpevole rinvia a giudizio le intenzioni dei comuni cittadini, portati sul banco degli imputati e privati di ogni diritto di difesa. Capace di suscitare emozioni controverse, su una scala che idealmente parte dal disgusto e arriva sparata fino alla disapprovazione, Red to Kill è, a livello di concezione, il peggior Cat. III possibile. Lo stile asciutto, le poche pennellate di cattiveria e la pressoché totale assenza dalla facciata del professionismo, celato però in ogni angolo, sono rasoiate violente e consapevoli. Tang sa come fare male, sa come ferire, e lo fa con un gusto oggettivo che spaventa. Il risultato che ne deriva è allo stesso uno spaccato troppo verosimile per non farvi affidamento e un incubo da cancellare immediatamente ma che è praticamente impossibile dimenticare.

Girls Unbutton (1994) | Il film di Taylor Wong è sinonimo, senza mezzi termini, di una decadenza in atto. La cinematografia nobile di Hong Kong, rappresentata da uno dei suoi illustri alfieri, un regista cresciuto a pane e Shaw e abituato alle produzioni importanti, scende volutamente di livello e si sporca le mani con la provocazione. Girls Unbutton è, allo stesso modo, un tour de force esplicativo per capire il perché dell’esistenza della porno-divette, le attrici che si abbassano a spogliarsi per denaro. In questo caso il ruolo della libertina tocca a Rachel Lee – ma allora nei crediti era Loletta, quando ancora non si vergognava della nuova piega presa dal suo curriculum –, che offre il proprio corpo, sempre nudissimo, all’occhio impertinente del pubblico, che fin da metà anni ’80, quando ne aveva ammirato charme e sorriso in innocue commedie per famiglie, sperava in uno sgarbo alla censura (e alle morale bacchettona) da parte di un’attrice blasonata. In tempi in cui il percorso per il successo era di solito inverso – dalle stalle del Cat. III alle stelle dello star system: vedi Veronica Yip – l’odissea senzaDiary of a Serial Killer veli di una ragazzina in cerca di fama immediata (o forse solo di certezze, anche economiche) risulta credibile sia nella vita vera che nella variante/metafora predisposta su grande schermo.

Diary of a Serial Killer (1995) |
E' tristemente nota la storia del tassista omicida che ha davvero impazzato ad Hong Kong, di notte, mietendo vittime e fotografandone i cadaveri. Della sua follia sono state girate diverse versioni. Quella di Otto Chan non è la più nota, rispetto per esempio al celebre Dr. Lamb, eppure nasconde diversi spunti. In primis il cambio di location, dalla metropoli alienante alla campagna mainlander, ugualmente priva di certezze, quasi a voler suggerire una traslazione politica delle ansie dell’handover prossimo venturo. La violenza, insistita, morbosa, sempre dettagliata, sembra qui meno gratuita; se non addirittura necessaria per esplicitare la ribellione folle del proagonista, che squarta le sue prede per sfuggire all’inquadramento sociale del regime. Il tassista represso ha tutti i motivi di essere felice: casa, famiglia, moglie; eppure sfugge ad ogni classificazione e cerca nel sangue la propria realizzazione personale. Più che un efferato delitto fine a se stesso il suo gesto insano rientra allora sotto l’egida del grido d’aiuto. Un urlo tanto lacerante quanto doloroso, se si pensa alla confezione volutamente sciatta e a un clima di sensualità diffusa – ma rigorosamente frustrata – che aleggia e serpeggia ovunque, tentando ogni santo verso la via del male.

Eternal Evil of Asia (1995) | Erotic Ghost Story, quasi un decennio dopo. Stessa potenza di fuoco, uguale il risvolto tragicomico, ancora più visionario e onirico. Ambientato in Thailandia riporta contemporaneamente in auge il sottofilone dei primi anni ’80 incentrato sugli sfigati hongkonghesi in trasferta, puniti con la magia nera per la loro arroganza, e uno stile videoclipparo fatto di tagli velocissimi, fotografia dalle mille luci selvagge e montaggio serrato. Fa ridere in più occasioni e raramente annoia, anche quando il déjà-vu potrebbe guastare le sorprese preparate per un pubblico oltremodo esigente. Autoreferenziale, citazionista, metacinematografico, riesce quasi ad essere un exploit(ation) d’autore per come non teme il confronto con il ridicolo, abbassandosi addirittura, poco prima dell’epilogo, ad un amplesso mimato che è più reale di quelli – triti e ritriti – con la coppia protagonista. Non pago, il regista Chin Man-kei insiste e fa combattere due stregoni in aria, nudi, volando di palo in frasca e accoppiandosi ferocemente. Gli amanti del kitsch saranno invece appagati dal look a testa Eternal Evil of Asiadi pene di Tsui Kam-kong, in una delle sue prove esteticamente più imbarazzanti.

Viva Erotica (1996) | Autoreferenziale riflessione sul modo del cinema, dipinto dal suo interno, Viva Erotica è l’unico modo possibile, per Derek Yee e per il suo pupillo Law Chi-leung, di concepire un softcore d'autore. Lontano anni luci dagli esperimenti stilizzati di Ho Fan e dalla decadenza autobiografica di Li Han-hsiang (Passing Flickers) è una dichiarazione d’amore, a tutto tondo, nei confronti del mondo di celluloide, senza distinzioni di cultura, classe o genere. Se i protagonisti introducono lo spettatore alla storia con le loro smanie introspettive sono poi i comprimari a palesare un sottobosco di notevole umanità che a dispetto delle apparenze non è popolato solo da mostri. Tsui Kam-kong, sempre lui!, e Shu Qi sono vulnerabili icone intrappolate in ruoli che sembrano quasi autobiografici: l’orco cattivo che invece di mangiarsi la bambina persa tra i pericoli cittadini la vezzeggia con la delicatezza di un padre apprensivo. Di maniera le invenzioni registiche, il montaggio pop, la colonna sonora furente e la fotografia colorata se a monte non ci fosse la sostanza di un dietro le quinte preventivato e sempre consapevole del discorso da trasmettere.

Intruder (1997) | Diretto da un prestigioso sceneggiatore questo thriller breve e intenso è la dimostrazione di come il non visto possa infastidire e colpire più dell'epifania del dettaglio grand guignol. Wayne Lai, tassista puttaniere, carica la persona sbagliata, che lo sequestra in casa e lo mutila. Dietro al suo piano la paura della Cina, della violenza improvvisa e imprevista sui propri cari (una bambina costantenemente a rischio di assistentato sociale), del nuovo che avanza. Wu Chien-lien, dallo sguardo imperturbabile e dalla bellezza raffinata, concede una delle sue migliori interpretazioni. Risalta lo stacco, per contrasto, tra persona e personaggio, tra la situazione immaginata e il poco dettaglio concesso: l’immaginazione e la realizzazione di quanto la realtà possa poi essere peggio della fantasia portano alla follia e al sangue. Non vederne le dirette conseguenze costringe a riflettere. Da cui il divieto ai minori imposto da parte di chi preferisce offrire al pubblico uno spettacolo anche truculento purché prevedibile che destabilizzarne le paranoie in maniera del tutto imprevista. Quel che resta in mente, alla fine dei Chinese Erotic Ghost Storyconti, è l’impassibilità, la tendenza a subire, la negazione della volontà: degli attori, dei caratteri, della storia, delle conseguenze. Il fatto che sia tratto da una storiaccia vera non fa che acuire il disagio.

Chinese Erotic Ghost Story (1998) | E’ senza mezzi termini il vero, unico erede di Sex and Zen, ovverosia del precursore dell’erotico in costume. Grossolano, farsesco, irriverente, ha lo stesso spirito sarcastico del capostipite, di cui condivide un approccio materiale alla sostanza. Il pene che si anima e dona immensa potenza sessuale ad un altrimenti inetto dongiovanni è infatti la palese concentrazione, in un unico punto di vista, di superstizioni, folklore e credi più mistici che religiosi. Insieme ai fantasmi, ai mostri e agli esorcismi messi in piedi dal monaco Tsui Kam-kong si collocano le improbabili performance infinite del protagonista, che insignito di tanta grazia amatoriale non sa controllarsi ed esagera, pagandone care le conseguenze. Dick Cho, la cui regia è a tratti molto acuta, non perde occasione di smitizzare la leggenda dell’uomo infallibile, smontando pezzo per pezzo la tesi secondo cui lo stallone vince, sempre.

Lady in Heat (1999) | Diviso in due parti, è un film sporco, che aggredisce il pubblico per nascondere le proprie enormi pecche. Kevin Chu, regista promiscuo, è capace di passare da una commedia per famiglie a questo dramma verisone lesbo, e poi a ritornare al via come se nulla fosse incensando di digitale una superstar del pop alla moda (Kung Fu Dunk, 2008). Due spezzoni, come se non ci fossero sufficienti idee per un unico lungometraggio, due anime, riunite forzatamente in un corpo filmico irregolare. Il nudo patinato, insistito, con raccordi da videoamatore alle prese con il primo montaggio della sua vita portano ad un’idea di cinema casalingo. In questo senso le pulsioni erotiche delle due metà coincidono: da un lato due coppie felici che si scambiano e scoprono di essere, nella nuova forma, ancora più contente; dall’altro un incubo giallo con cadaveri e lunghe scene saffiche, per un colpo a sorpresa finale che poco convince (e poco importa). L’ardore della messinscena, piatta, televisiva, decisamente poco ispirata, è nel buttare la macchina da presa contro i corpi, e martoriarli con uno sguardo ginecologico, insistente, molesto, e perciò disturbante. La commedia e l’orrore collimano quando sono dietro la lente di un microscopio, che invece di studiarli in profondità cerca solo di metterne a fuoco i movimenti basilari. Incompetente ma a suo modo necessario per esorcizzare un tabù arrogante e rigidamente eterosessuale sbattendo in faccia ai virili fruitori del sesso, con veemenza ugualmente maschilista, un nuovo modo di concepire il gusto del proibito.

Human Pork ChopHuman Pork Chop (2001) | Meno incisivo di The Untold Story (1993), di cui ricalca in qualche modo la struttura da docudramma programmatico, ne é la becera incarnazione nel secondo millennio, in un periodo in cui di Cat. III era quasi vietato parlare. Spoglio di qualsiasi sensazionalismo è una dimostrazione scientifica dell'abiezione cui può scendere un'umanità disastrata, popolata di sfruttatori e tormentatori, bravi solo a vessare. Nella circostanza i carnefici, come ragni predatori, catturano nella loro tela una povera donna comune e la segregano in casa loro, costringendola ad abusi e degradazioni, fino alla resa dei conti. Ma lo showdown finale altro non è che il rifiuto del reietto, sotto forma di vendetta: chi è la vera vittima? La risposta è ardua quanto la domanda, quantomeno scomoda. Perché se è vero che i colpevoli sono facili da identificare il problema di fondo sono le cause dell'inferno di cui si accontentano. Senza tirare in ballo Rousseau o Hobbes, poco adatti ad un regista di bassa lega come il Benny Chan minore, produttore dalle ambizioni spicciole, le vertenze su cui dibattere restano tante, in primis il divario socio-culturale tra due strati della civiltà tanto diversi eppure costretti a coesistere. Che si arrivi a una guerra di posizione, prima o poi, è dunque più che scontato.

AV (2005) | Cat. III e porno, un dibattito ancora aperto. Edmond Pang, memore del buon risultato del non dissimile – per intenti – Naked Ambition di Dante Lam e Chan Hing-kar, prova a riadattare alle idiosincrasie moderne i parametri del proibito, che da almeno un lustro richiedono una revisione. Basta omicidi, sangue e budella in primo piano; basta docce spiate dalla serrature: al tempo di internet e dei telegiornali fin troppo realistici è tutto sorpassato. Un buon modo, allora, per tentare un discorso compiuto è mandare il porno a scuola, dove un gruppo di ragazzini, prima di tutto grandi amici, si improvvisa imprenditore e ingaggia una AV girl dal Giappone. La scusa è girare un filmino amatoriale, la sostanza è approcciarsi al sesso in maniera netta, decisa, adulta. Una generazione che ne ha già viste di tutti i colori fin dall’adolescenza deve per forza compiere un passo clamoroso, spingersi ben oltre i limiti del lecito: qui ci sono conseguenze umane, morali, penali, economiche. Nella Hong Kong ormai riannessa, e in crisi finanziaria, la risposta degli imberbi scolaretti, che da par loro hanno le idee ben chiare, è più disturbante, a ragionarci su, di qualunque eccesso irrazionale e in quanto isolato poco credibile. Questa è la gioventù dei cellulari, della banda larga, del do it yourself, che cerca una via di fuga attraverso il sogno di una libertà, attraverso la stessa identica idea che un pioniere come Patrick Tam aveva sbandierato in Nomad: la ricerca del Giappone, patria di vizi e culture che il popolo cinese ancora vede come irraggiungibili. Il finale dolce smorza i toni ma non la sostanza: andare a letto con una pornodiva è un’ambizione di tanti; innamorarsene, ricambiato, un sogno veramente sconcio.

Colpi proibiti: cinque specialisti a confronto

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in SEX AND ZEN

Cultori del proibito: cinque registi che a dispetto del curriculum meritano in qualche modo attenzione. Hanno personalità, capacità di adeguarsi ai budget e di lavorare in economia. Ma hanno soprattutto personalità e autoironia, oltre ad essere validi artigiani in possesso di tutti i requisiti tecnici necessari per girare un lungometraggio. Non saranno mai ricordati come autori, e neanche come maestri del kitsch dei serie zeta, eppure hanno provato a tracciare un proprio percorso in quel folle labirinto di sangue e passioni che è il Cat. III. Ed è per questo motivo che le loro filmografie consentono un'analisi incrociata e parallela da contestualizzarsi all'interno di un sottogenere infernale grazie al quale hanno saputo, a modo loro, intrattenere una buona fetta di pubblico.

Aman Chang | A lungo aiuto regista di Wong Jing, frequenta i peggiori set di Hong Kong apprendendo le basi del mestiere. Al fianco di Bosco Lam (The Underground Banker, Chinese Torture Chamber Story e Spike Drink Gang) raffina le armi a disposizione e impara come far rigar dritti cast e troupe. Debutta nel 1998, con una commediola più innocua di quanto il titolo, inneggiante al viagra, vorrebbe far credere. Regista prolifico dotato di grande ironia prende a spunto il pecoreccio all'italiana e lo rende cinese: in Mr. Wai-GoMr. Wai-Go, del 1998, sfrutta Angie Cheung come controparte cinese di Edwige Fenech e suggerisce un parallelo tra Eric Tsang e Alvaro Vitali. Nel successivo Tricky King, dello stesso anno, prova a fare il verso a Stephen Chiau ibridandolo con Sergio Martino, ma la materia a sua disposizione (Nat Cheung) è talmente grezza da non ammettere compromessi. Fa di necessità virtù e senza avere un copione in mano convince Francis Ng a prendersi una pausa sabbatica dal cinema che conta: Raped by an Angel 2: The Uniform Fan (ancora 1998) è un divertente excursus parodistico dove il sesso e gli stupri sono il contorno di una satira tanto acida quanto acuta della contemporaneità sociale. Subito dopo si sporca le mani con il gossip più efferato, prendendo di mira l'intero star system, fotografato impietosamente in Love and Sex in the Eastern Hollywood, nel quale ipotizza un mondo di frustrati, falliti, lesbiche e erotomani. Non pago di essersi inimicato gran parte dei colleghi, ma conscio che il mentore Wong Jing gli copre le spalle, Chang affoga nel super lavoro, tra un thriller del tipo «stupro & vendetta» (il terzo patinato episodio di Raped by an Angel) e un demenziale romantico vagamente venato di horror (Twilight Garden). In Body Weapon (1999), che rifà il verso a Naked Killer, si affida per l'ennesima volta alla sua musa Angie Cheung e sfodera il proprio potenziale camp per shockare il pubblico: peccato che le sequenze calde non siano all'altezza del battage pubblicitario, limitandosi all'attilato costume della procace protagonista. L'esatto contrario di quanto accade in Sex and Zen III, dove le starlette taiwanese ingaggiate si sfidano a colpi di tecniche sessuali. Rispetto alla media dell'erotico in costume è molto più spinto, ma l'assenza di nomi che contino in cartellone lo fa confondere con tanti titoli simili, tutti stereotipati verso il basso dalla mercificazione della carne venduta un tanto al chilo alla platea. Di qui in avanti si assiste ad una triste normalizzazione dello stile e dei temi prescelti, con conseguente calo sia qualitativo che, a ruota, quantitativo. Passa all'azione di serie B ma non lascia mai il segno; prova a riciclarsi nella commedia d'azione ma tutto quel che gli riesce é far partecipare, controvoglia, cinque starlette emergenti ad un improvvisato e innocuo concorso di «miss maglietta bagnata» (Cop Shop Babes). Addirittura riesce ad avere sottomano un format di sicuro successo (Conman 2002) e a non concretizzarlo al box office. Più di tanti colleghi soffre la crisi post-handover e il timore della censura cinese. Con il calare del Cat. III e del divieto ai minori non ha letteralmente più ragione d'esistere, e lentamente rientra nei ranghi della mediocrità artigianale, tappa iniziale prima dell'anonimato.

Why Wild GirlsAndy Chin | Perennemente in bilico tra ambizioni e precariato è regista vivace ma troppo discontinuo. Parte con la benedizione del cinema che conta e al debutto mette insieme star con un certo nome (Derek Yee, Joey Wong, Carol Cheng, Sandy Lam, Mark Cheng) per una commedia un po' prevedibile (Gift from Heaven, 1989). Si ripete due anni dopo con To Catch a Thief (1991), sul set del quale familiarizza con un marpione del calibro di Tony Leung Hung-wah, co-autore della sceneggiatura; quindi torna sui suoi passi e si ricorda di essere stato direttore artistico nei primi anni '80 di uno slasher brutale come Crazy Blood. Gigolo and Whore II (1992) non è titolo di cui andare fieri, eppure è uno dei suoi maggiori incassi. Probabilmente gran parte del merito va alle bollenti scene di nudo di Veronica Yip, in piscina con Simon Yam, giovane e ardente: inevitabile il divieto ai minori. Due commedie con Sandra Ng non ne smorzano l'entusiasmo: Call Girl '92 , uscito pochi mesi dopo il simile Girls without Tomorrow, porta sullo schermo le vicende di un gruppo di prostitute, senza intenzioni agiografiche. Il linguaggio schietto e il quartetto di protagonista - Veronica Yip, Sharla Cheung Man, Cecilia Yip e Carrie Ng - garantiscono il giusto contorno rosa e la visibilità sperata. Sfrutta Ng Suet-man, assurta ad un breve lampo di gloria come potenziale diva del Cat. III, in Female Internment Camp, dove deve però tirare indietro la mano per non perdere l'appoggio dei coproduttori cinesi. Il thriller stempera le potenzialità exploitation nel drammone populista dove anche i criminali hanno un cuore da melodramma che permette loro di espletare una precisa funzione sociale. Crazy Women (1994) è una farsaccia irriverente, e apre la strada ai turbamenti sentimentali di Why Wild Girls, dove l'ex lolita Rachel Lee condivide con tre amiche desideri e aspirazioni, soprattutto sessuali. Se come regista perde carne e sostanza strada facendo, è come produttore che recupera la grinta della gavetta come assistente regista: Emotional Girl - Doubt of Distress, diretto nel 1993 da Chang Wing-chiu, è un softcore per adulti dove la solita Ng Suet-man, Cecilia Yiu e la quasi pornostar July Lee si spogliano e immolano il corpo per una causa (cinematografica) che pare già persa in partenza, vista l'esiguità del copione. Tra un wuxia e una commedia scompare e riappare dall'elenco dei registi dell'anno, per riciclarsi definitivamente come produttore prima di passare al piccolo schermo, dove può riposare tranquillo come executive di lusso.

Chin Man Kei | Tuttofare, supervisore della sceneggiatura, aiuto regista, parte con il piede sbagliato sul set di Ghostly Vixen, dove The Fruit Is Swellingscopre il lato oscuro della commedia horror sopra le righe. Come assistente, durante le riprese di Temptation Summary II, si sporca con l'erotismo più ciarlatano, prima di passare in serie A come braccio destro di Andrew Lau, che gli produce il primo tentativo da regista. Con 1941 Hong Kong on Fire, del 1994, inizia a tingere di rosso un dramma bellico, inserendo ammiccamenti e stupri senza troppi pudori. The Eternal Evil of Asia (1995) è un curioso ibrido di sesso e gore, con magie, superstizioni e folklore che si susseguono sul grande schermo senza soluzione di continuità, tra le risate del pubblico che apprezza le trovate irriverenti, come la testa fallica di Tsui Kam-kong o l'amplesso volante urlato a squarciagola poco prima dell'epilogo. Growing Up (1996) è l'occasione di svestire i protagonisti di Young and Dangerous del mentore Lau, compresa la giovanissima Shu Qi. Predilige i toni rozzi e nonostante la facciata patinata le sceneggiature non sono da meno, sboccate e grossolane. La consacrazione economica di Sex & Zen II (1996) lo riunisce sul set con Shu Qi, che qui oltre che nudissima è anche dotata di una crudele duplice personalità transgender. Oltraggia il genere erotico con discreta ironia per sguazzare nei bassifondi del proibito con senso del mestiere: si ripete, non accreditato, come regista ombra di The Fruit Is Swelling (1997), ufficialmente attribuito al produttore Lee Siu-kei. Qui le sequenze bollenti sono decisamente sopra la media del divieto ai minori, così come gli argomenti trattati: adulterio, pedofilia, incesto. Dopo un paio di commedie non andate troppo male al box office pare ci sia la possibilità di svoltare, e invece torna a bazzicare il sottoprodotto di pessima imitazione: The Fruit Is Ripe (1998) è un (in)degno proseguimento della saga iniziata da Loletta Lee con Crazy Love, con una nuova divetta taiwanese, Jane Fong, da buttare in pasto al pubblico. Meglio, paradossalmente, un tentativo disperato di tenere in vita il cadavere del Cat. III, con Naked Poison (2000), che ha il merito di scoprire le generose grazie di Sophie Ngan, nuova emula di Amy Yip. Dopo, il nulla, o quasi, con thriller, horror e filmetti d'azione sottopagati. Chin Man Kei, che nel frattempo ha adottato alla bisogna un doppio nome inglese, Cash o Larry, rimane oggi un mestierante capace di rovistare nella spazzatura dello star system, senza arte né parte, eppure non incapace tecnicamente né purtroppo dotato di sufficiente personalità per farsi ricordare.

Lam Yee Hung | Regista dai mille pseudonimi (Lin I-hsiung,  Lam Yi-hung,  Lin Yi-xiong), arriva giovane al cinema: già negli anni '70 si impone come schlockmeister. Maids-in-Waiting (1975), Devil Strikes (1977) e Spiteful Women (1978) non sono prodotti edulcorati, seppure non ancora particolarmente erotici o scorretti. Passa presto al poliziesco, plagiando i capolavori della New Wave senza la stessa classe, quindi dieci anni di riposo video-televisivo. Durante l'esilio mette da parte le poche, residue ambizioni e torna nel 1991 sull'onda del Erotic Ghost Story - Perfect Matchsuccesso di Sex & Zen, con filmetti fanta-erotici senza budget né pretese. Liu Jai Home for the Intimate Ghosts (1991) ripropone stancamente gli stereotipi del prototipo di Michael Mak, con fantasmi e concubine che si innamorano solo come scusa per scoprire tanti centimetri di pelle. Prolifico e capace di girare in stretta economia, Lam diventa uno specialista del softcore più spinto. Prostitute, Just Love, The Story of Lady Sue, Love Nest, tutti girati nel 1992, intervallati da uno scialbo poliziesco con Alex Fong, Killer Flower, sono sottoprodotti di imitazione, creati in fretta con l'ottica della catena di montaggio: stessi set, stessa troupe, stessi volti anonimi. Dal basso della sua situazione assolutamente artigianale Lam non può permettersi la scelta di una musa; e include nei suoi deliranti excursus a base di sesso e grottesco ciò che passa il convento, quelle attrici disposte a spogliarsi nella vana speranza di un attimo di celebrità, badando poco a cachet e portafogli. Se la politica al risparmio - vera e propria necessità - paga da un punto di vista economico, con i film che sì  incassano poco ma che quantomeno sono costati ancora meno, sul fronte qualitativo l'emergenza è evidente. Il mezzo successo di The Other Side of Dolls (1993), dove si affida alla verve sotto le lenzuola del veterane Charles Cho, non cambia lo stato delle cose. Il capitale entrato a sorpresa in cassa viene subito reinvestito in mille progetti paralleli, senza arte né parte: Forbidden Love, My Better Half, The Woman Behind sono poco riconoscibili e intercambiabili. Con O.C.T.B. - The Floating Body passa dal dramma erotico al Cat. III più violento, sfruttando un caso di cronaca nera per imitare Dr. Lamb e i suoi fratelli minori: non è una svolta ma il cambio di passo non giunge a sproposito. E' evidente, tuttavia, che il mercato sta andando in un'altra direzione, che costringe Lam a insistere sul fengyue in costume e a sfidare la censura. Erotic Ghost Story - Perfect Match, poverissimo, sfrutta il nome del popolare film con Amy Yip per speculare scendendo a patti con volgarità e nudi integrali esibiti a più non posso. Di storie o sceneggiature neanche l'ombra, purtroppo. La prossimità dell'handover spinge il regista a stringere le fila del discorso: Romance of the West Chamber (1997), Exodus from Afar (1998), ambientato in Thailandia, Severely Rape (1998), Loving Girl (1999) sono un'evidente corsa contro il tempo. Cosa rimane, dopo tanto girovagare per set sempre più scalcagnati? La professionalità e il coraggio, per aver saputo mettere insieme una filmografia composita con così poco a disposizione; la forza d'animo, anche nei momenti più bui; un'idea fissa in testa: il sesso come liberazione carnale dai tabù. Il ritorno nel nuovo millennio con l'ennesimo titolo a luci rosse, Home for Erotic Ghosts II, testimonia la testardaggine di un veterano a suo modo inarrestabile.

Ivan Lai | E' un promettente aiuto regista nei primi anni '80, al fianco di Dennis Yu e Kirk Wong. Quando passa in prima persona a dirigere, dopo una lunga ed esaustiva gavetta che prevede anche la produzione e la bassa manovalanza, Ivan Lai sceglie il genere più in voga, il poliziesco al femminile, con Angel. E' il 1987, il primo bollino Cat. III non è ancora stato emesso e le possibilità di scelta per un giovane regista sono tante. La strada che porta al peccato è dietro l'angolo: al terzo, «difficile» film Lai scende a patti con la coscienza e si butta nel torbido: The Blue Jeans Monster (1991) è divertente e irriverente. Ibrido come pochi altri gioca tra azione, fantasmi, horror e commedia, con Shing Fui On mattatore e tante scene assurde a base di sesso, compresa un'esplosione involontaria del seno di Amy Yip vestita da coniglietta. Erotic Ghost Story III sancisce la definitiva presa di posizione in favore del divieto ai minori. Dei tre episodi è il più osé, grazie alla generosità di Pauline Chan e Rena Otomo. Anche in questa circostanza i momenti surreli e comici spettano a Shing Fui On, monaco che si rimpicciolisce per entrare nella olezzante caverna femminile di una strega e sconfiggerla dall'interno. Armato di pochi scrupoli e di un un gusto sarcastico amorale Lai fa anche di peggio con Daughter of Darkness, del 1993, con un seguito l'anno seguente, thriller dove serial killer e poliziotti sporcaccioni  si inseguono in un perverso gioco al massacro. E' famosa la scena del detective interpretato da Anthony The ImpWong che sul luogo del delitto palpa il seno di uno dei cadaveri e commenta ad alta voce la sua approvazione mettendo in imbarazzo la sorella della vittima. A Fake Pretty Woman è un trascurabile tentativo di incassare facendo il verso a Julia Roberts e Veronica Yip, rispettivamente protagoniste dell'originale americano e dell'omonimo hongkonghese. Con The Imp (1996), anch'esso dal titolo ingannevole, dimostra di prediligere le atmosfere dark del thriller ai confini dell'horror, ambientando in Thailandia, luogo di oscure superstizioni, una tetra vicenda dove morti cruente, sesso e ambiguità sono all'ordine del giorno. The Peeping Tom è uno dei colpi di coda del genere rape n' revenge, con un maniaco che amputa le gambe delle sue prede: ad una sensuale poliziotta il compito di braccarlo. God.com (1998), pallida imitazione di Il silenzio degli innocenti, segna il rientro sul terreno della normalità mainstream, seppure a basso budget. Ha il merito di scoprire e lanciare Grace Lam, futura diva del softcore straight-to-video con My Horny Girlfriend e Crime of a Beast II. Finito nella prigione della B&S Film Distribution Company di Takkie Yeung sforna cinque film in pochi mesi, ma il mordente e l'ironia del passato sembrano persi per strada. Dopo il flop di Boxer's Story (2004), dramma di arti marziali coreografato da Chin Kar-lok con Yuen Biao primo attore, scompare nell'oblìo. Ma, ne siamo sicuri, prima o poi potrebbe tornare dal nulla a graffiare come in passato sapeva fare.

La nuda verità. Il porno e i limiti del mostrabile

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in SEX AND ZEN

Chinese Erotic Ghost StoryCat. III e pornografia sono due definizioni estremamente differenti. Spesso vengono fatte coincidere, per comodità, in un parallelo forzato tra il famigerato bollino hongkonghese e l'idea occidentale di divieto ai minori. Per cui, traducendo un concetto in realtà molto distante, si arriva ad un'ipotetica corrispondenza tra hardcore, dove le scene di sesso sono effettive, e soft-core, dove la finzione prova ad eguagliare, attraverso la simulazione, la realtà1. E' un discorso che non vale solo per il cinema erotico ma, in misura minore, e generalizzando, anche nell'esplicitazione della violenza. Esula dall'argomento che qui ci interessa, per esempio, un filone evidentemente a parte come i fantomatici snuff movies2, proibiti tanto in oriente quanto in occidente. Per questo motivo il discorso rimarrà pressoché in pianta stabile incentrato su eros e carnalità, poco casualmente più universali quanto a pulsioni e strategie (cinematografiche e economiche).
Occorre però partire da una base incontestabile: il porno, così com'è inteso comunemente, a Hong Kong è illegale. Il che non esclude importazioni parallele, perlopiù di pellicole occidentali, e la produzione clandestina autoctona di video amatoriali o semi-professionali, girati in digitale e magari messi sul mercato, previo consenso delle triadi, in clandestinità tramite venditori ambulanti o accondiscendenti trattative sottobanco. L'alternativa lecita sono i video osé, ma è più il fumo dell'arrosto3, provenienti dai paesi limitrofi, dalla Sud Corea, dalla Thailandia e soprattutto dal Giappone. I filmini (spesso non si tratta di lungometraggi, ma di videoclip pensati per il piccolo schermo, inferiori all'ora, con la pin up di turno che si mette in mostra, da sola o in compagnia) di quest'ultimo paese offrono almeno la possibilità di uno spettacolo potenzialmente privo di inibizioni ma, tranne rari casi, con l'unico limite della digitalizzazione degli organi sessuali e, di conseguenza, con il relativo oscuramento della copula, dell'atto sessuale vero e proprio.
E' diversa anche la concezione che l'industria ha di questo genere: il mercato giapponese è fiorente, incassa tantissimo e ha un bacino di (aspiranti) dive ampio e variegato4. A Hong Kong accade il contrario: le attrici, già restìe al nudo integrale, non si prestano a scene non simulate, men che meno se queste prevedono preliminari o eiaculazione in bell'evidenza (un tabù, quest'ultimo, non solo hongkonghese, infranto di recente dalla ricca produzione straight to video che sta gradualmente accennando una netta inversione di tendenza nell'erosione dei limiti del mostrabile5). I produttori più scaltri sfruttano la sostanza dei Cat. III, dove la trama ha un valore specifico, e l'intraprendenza di comparse ingaggiate apposta per approntare, tramite inserti (solitamente ben palesi), versioni più spinte esclusivamente per il mercato internazionale. E' il caso dei due A Trilogy of Lust - non a caso il secondo è co-prodotto da un businessman europeo, Thomas Freitag -, usciti sul mercato video tedesco in forma decisamente più schietta. Paradossalmente anche nei film maggiormente coraggiosi la rappresentazione dell'amplesso è pudica e tradizionalmente limitata a quella dialettica campo (il mezzobusto maschile ripreso dal basso) e controcampo (il mezzobusto femminile ripreso disteso, dall'alto) indiscutibilmente comoda perché in molti frangenti non necessita nemmeno Trilogy of Lust 2della compresenza dei due partecipanti sullo stesso set nel medesimo momento.

Note:
1. Spesso una simile coincidenza è sfruttata con fantasia, anche attraverso la parodia e l'esasperazione ironica delle situazioni: in Chinese Erotic Ghost Story il povero Ronald Wong è costretto a travestirsi da pene e a sputare latte durante l'orgasmo; in Erotic Ghost Story III tocca a Shing Fui On, rimpicciolito per l'occasione, esplorare la vagina di una strega, antro maleodorante e misterioso. Tranne poche eccezioni calcolate (un autore come Stanley Kwan in Lan Yu e all'opposto un softcore cheap come Naked Party, che offre anche il nudo frontale di un travestito) il pene maschile rimane sempre coperto da indumenti e veli provvidenziali, mentre il pube femminile viene mostrato senza troppi indugi già nella seconda metà degli anni '70 in pellicole erotiche mainstream.
2. «[...] In Men Behind the Sun un classico montaggio proibito raccorda: il volto di un ragazzino (vivo), un'operazione a cuore aperto (vera) e un corpo (finto) pieno di viscere di maiale [...]». Alberto Pezzotta - Tutto il cinema di Hong Kong (Baldini & Castoldi, 1999 - pag. 184).
3. Compresi i finti documentari sulla vita notturna, sul turismo sessuale e le video-guide su luoghi di divertimento e prostituzione sulla falsariga di James Wong in Japan and Korea o Hong Kong Night Guide.
4. Tanto che a livello di speculazione genera un fenomeno di imitazione, con foto album anche piuttosto spinti: ne sono protagoniste attrici emergenti e affermate, star televisive e aspiranti modelle straniere, dalla taiwanese Shu Qi alla mainlander Yeung Ga Ling fino Feel... Christy Chung, ultimo exploit sexy della matura Christy Chung.
5. Con il nuovo millennio il Cat. III sposta i suoi confini e approda stabilmente sul mercato home video. Il fenomeno inizia in sordina e, grazie ai profitti immediati dovuti ai costi limitati (si gira in digitale, senza copione e con una troupe ridotta), attira anche starlette in qualche modo conosciute, perlopiù come comparse a giustificare il nome in cartellone: è il caso delle varie Pinky Cheung, Grace Lam, Sophie Ngan e Teresa Mak.

I racconti immorali di Liao. L'erotico in costume

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in SEX AND ZEN

Erotic Ghost StoryL'introduzione delle categorie, nel 1988, crea subito una corsa all'oro: bisogna sfruttare immediatamente il momento e far parlare di sé, ad ogni costo. Ottenere il bollino del divieto significa inconsciamente promettere soddisfazioni negate, rimosse, regalare l'idea di una trasgressione finora solo concepita con la fantasia. In realtà i primi tentativi non aggiungono granché alle passate divagazioni nella medesima sfera. Quello che colpisce, invece, è la predilezione verso tematiche di ambientazione passata: il recupero di un classicismo perduto che riprende il successo di A Chinese Ghost Story e in un'unica soluzione rinviene l'opera letteraria del folklore locale.
Pochi i sussulti prima del patinato Sex & Zen e del fantasy Erotic Ghost Story, entrambi animati dalle grazie di Amy Yip. Tutti e due i film riprendono miti e leggende cinesi e li sporcano, dimostrano che sacro e profano si sposano a meraviglia se supportati da produzioni adeguate. Al contrario degli esordi autoriali di registi del calibro di Li Han-hsiang o Ho Fan, che nella traslazione storica cercano una satira dei valori confuciani, il proseguio prevede solo una comicità grezza senza sottotesti morali o filosofici ma piuttosto pensata come imitazione pedissequa di modelli di successo - o come variante erotica di pellicole simili ma ben più caste - per appagare la voglia di eccessi gratuiti del pubblico. Il calderone non fa sconti: riporta in auge tanto P'u Sung-ling quanto Li Yu, senza preoccuparsi della credibilità delle situazioni proposte.
E' lo stesso impulso che due decadi addietro spingeva i nostri cineasti a fondare il filone decamerotico basandosi su fonti più o meno illustri. Le novelle licenziose delle cortigiane cinesi diventano presto la moda imperante: poco importa che il film di Michael Mak, gustoso ma non particolarmente spinto, nient'altro fosse che un remake del più fedele - il testo di partenza è Il tappeto da preghiera di carne - Yu Pui Tsuen; o che il film di Nam Nai Choi tutto sommato sia un rattoppato pasticcio di fantastico, erotismo, con una patina di morbosità non trascendente. Tutti si buttano a capofitto nell'affare: le ricostruzioni sono proporzionate agli scarsi budget, gli attori inespressivi, le circostanze narrative trite e ripetute fino alla nausea.
Gli stessi personaggi e gli stessi attori (non solo le star, come Amy Yip, Yvonne Yung o Pauline Chan, ma anche i beneficiati di secondo piano, come il luciferino Tam Lap Man o l'eterno caratterista Guk Fung) si moltiplicano in decine di pellicole tutte uguali, senza poche eccezioni. Non mancano mai: la nobildama costretta dall'indigenza alla carriera di meretrice; la cortigiana vessata dalla sfortuna e da un marito ricco incapace di soddisfarla; il padrone arrogante e dispotico, soprattutto in faccende amorose; il giovane letterato squattrinato ma di bell'aspetto; il manovale ignorante ma ben dotato, solitamente relegato al ruolo di amante animalesco; lo stregone capace di venire a patti con la magia nera; spadaccini invincibili di ogni genere, razza e sesso.
Dal nulla la profilerazione incontrollata porta dai prototipi a serie che faticano a rinnovarsi: Erotic Ghost Story II va ricordato per il demone Sex & Zen IIdalla coda fallica cui presta le fattezze Anthony Wong; Erotic Ghost Story III per una confezione manierata e le scene decisamente osé. Stesso discorso per Sex & Zen II, dove le bellissime Rachel Lee e Shu Qi si scontrano a colpi di tecniche passionali, e per il terzo episodio della saga, nobilitato da una serie di divette emergenti dalla straripante bellezza. Non si fanno attendere, di conseguenze, i cloni dei cloni: Chinese Erotic Ghost Story, abbastanza gradevole, è un'ironica ripresa del tema dell'impotenza curata con metodi fuori dall'ordinario; Erotic Ghost Story - Perfect Match è semplicemente il fratello povero delle pellicole quasi omonime; il secondo e il terzo Yu Pui Tsuen una bieca variazione del modello originale.
Il denominatore comune di un sottogenere che, con gli immaginabili alti e bassi dei diversi periodi, non perde mai del tutto il proprio appeal presso un pubblico in costante riduzione, è l'immaginazione degli sceneggiatori, che mescolano senza alcun ritegno elementi fantasy, ardite posizioni degne del kamasutra e una dose sempre maggiore di virulenza e sadismo. Sguazza in questa melma un produttore astuto come Wong Jing, che spesso ricicla i set dei suoi film importanti per produzioni affrettate, girate negli scampoli di tempo con materiale (umano e non) di scarto: nascono in questo modo due Chinese Torture Chamber Story - il primo è più intrigante, il secondo molto meno fine -, Sex and the Emperor, Ancient Chinese Whorehouse e il patinato Lover of the Last Empress.
Molte delle figuranti che vi prendono parte usufruiscono di una seconda chance e vengono ingaggiate come primedonne assolute in pellicole di rilievo ancor minore. In questo modo carriere di consistenza periferica impazzano nei vari Empress Wu, Slave of the Sword, Snake Beauty, Water Margin: Heroes' Sex Stories, Liu Jai Home for Intimate Ghosts, Romance of the West Chamber e in decine di prodotti praticamente identici. L'offerta satura il mercato a tal punto che la miniera preziosa (il pubblico pagante) va vicino all'esaurimento: la crisi passeggera dell'intero fenomeno Cat. III non può non coinvolgere uno dei suoi filoni più redditizi. Contemporaneamente diverse dame vanno in pensione o rifiutano di proseguire ulteriormente nei panni lisi di un tempo.
Per le nuove generazioni c'è un unico ripiego possibile, il digitale. Che fagocita in un solo boccone un intero mondo e lo retrocede, in condizioni economiche di partenza ancora più precarie, al mercato dell'home video. Lì registi senza arte e pulzelle senza pudore alcuno - perlopiù straniere; ma non manca qualche illustre personalità in decadenza, attirata da poche inquadrature remunerate piuttosto bene: Grace Lam, Sophie Ngan, Teresa Mak - si incontrano tra scenografie palesemente finte, costumi orribilmente confezionati e contorno tecnico di consistenza prossima allo zero. Non pare difficile tracciare una linea di distinzione, aldilà della quale film come Fox Ghost, Battle of Love, i due Erotic Agent o la serie a puntate Quest for Sex, liber(tin)amente tratta da Il viaggio in Occidente, non possono neanche lontanamente fregiarsi dell'appellativo cinema.

Sex Is Comedy

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in SEX AND ZEN

«I film [Cat. III] non hanno l'importanza sociale o politica dei pink o dei post-bomba filippini. I soft hongkonghesi sembrano inglobare nel genere il desiderio degli asiatici più affini all'occidente, di far ridere. I protagonisti si arrampicano, saltano, dondolano, mangiano, facendo sesso. Un'ironia che non ha frontiere, che si propone di far sorridere anche coloro ai quali (poveri loro) "queste cose" fanno schifo.»1

Il passaggio dagli anni '60 al decennio successivo porta grandi cambiamenti. Tra i tanti una maturazione eccessiva dei toni della commedia popolare, che a partire da The Lucky Seven inizia ad ammiccare al pubblico. Anche se non si può parlare di vera e propria ironia sexy fino agli exploit al box office di Li Han-hsiang. La vecchia volpe sfodera un mutato talento per il racconto breve e con il dittico The Legend of Mr. Wai-GoCheating / Cheating Panorama imbarbarisce i toni della narrazione per premiare il pubblico non più pago della semplicità del cinema cui era abituato. I toni si sporcano ulteriormente e compaiono i primi nudi insistiti: con That's Adultery! Li dipinge un ritratto grottesco dell'infedeltà coniugale; con Illicit Desire si sposta nel passato per rifare a modo suo le novelle della tradizione classica; con Legends of Lust prende di mira tre avvenenti prostitute e i loro clienti. Lui Kei prova a stargli dietro con il rocambolesco 36 Secrets of Courtship, satira erotica del gongfupian di formazione: il risultato è altrettanto divertente. Archiviati i primi spogliarelli delle varie Wu Gam, Tim Lei e Chan Ping, stuzzicanti oggetti del desiderio pubblico, la commedia cede il passo prima ai residui comici del kung fu, quindi all'intolleranza sovversiva delle due New Wave.
Prima di Sex & Zen - un uomo si fa trapiantare il gigantesco pene di un cavallo per improvvisarsi casanova di professione: le risate sono garantite da una conduzione all'altezza dello stravagante spunto di partenza -, alfiere del nuovo Cat. III, c'è poco da raccontare: subito dopo il boom del film di Michael Mak, al contrario, è una pioggia ininterrotta di docce, strip-tease, guardoni, stalloni insaziabili e pupe da conquistare. A differenza di quanto potrebbe sembrare il referente principale non è esterofilo, ma prettamente autoctono. La celebrata commedia scollacciata all'italiana viene citata solo di striscio, come eccezione - in particolar modo da Aman Chang in Tricky King e nel più licenzioso Mr. Wai-Go -, al pari degli epigoni americani, tipo Porky's - Questi pazzi pazzi porcelloni o La rivincita dei nerd, poco adatti ad un arrangiamento orientale per i precisi rimandi alla cultura occidentale. La commedia piccante hongkonghese cerca di rivitalizzare miti propri, come il testo tradizionale Jin Pin Mei, portato su schermo numerose volte (New Jin Pin Mei; Golden Lotus "Love and Desire"), ogni volta con grande infusione di spirito libertario e aspirazione a impressionare con pose erotiche fuori dall'ordinario.
In ambientazione moderna il discorso non cambia: la presa in giro prende di mira il cittadino medio, colto in fallo sia in casa che altrettanto spesso sul luogo di lavoro o nei night club, le sue passioni (l'andare a prostitute; il desiderio di adulterio; la libido mal repressa) e i suoi vizi (il gioco d'azzardo; la gola; l'attaccamento al denaro). Non sconcerta un'intera collezione di situazioni sui vitelloni in giro per conquiste a Hong Kong e nei dintorni (James Wong in Japan and Korea; Picking Up Girls; Rich Man), né il bordello come principale luogo di perdizione (Gigolo Club; Rebekah; lo spigliato Electrical Girl). Sia nel passato che nel presente le ragazze sono disinibite, in cerca di marito e di affetti particolari, come nei sogni proibiti dell'immaginario maschile (Girls Unbutton; Crazy Love; le studentesse di Screwball '94, versione osé di Happy Ghost). La misoginia è ovviamente di casa: le donne sono oggetto di turbamento senza voce in capitolo e con un'unica alternativa, cedere alle lusinghe maschili o respingere gli assalti dei playboy insaziabili.
Scopo unico dei cineasti è glorificare l'ego virile e concedergli come premio il nudo muliebre. Anche nei rari casi in cui sia una donna adGirls Unbutton avere le redini (The Mistress) o in cui l'argomento devii dal percorso principale (le relazioni lesbiche di My Wife's Lover e del secondo episodio di Lady in Heat) la situazione cambia poco. Piuttosto si sceglie la via più semplice, quella che assicura al tempo stesso risata facile e buone probabilità di poter offrire situazioni piccanti senza scadere in banalità o gratuità. La prima parte di Lady in Heat riscopre la pochade classica e gioca su equivoci e scambi di coppie; idem per The Fruit Is Ripe, tendente al dramma. Maggiormente originale il discorso tentato da Lee Siu-kei con il lolitesco The Fruit Is Swelling: una bambina diventa adulta e scopre le gioie del sesso. Il discorso della trasformazione, della reincarnazione o dello scambio di corpi non è isolato: ritornano sul tema sia Take Me di Cha Chuen Yee che False Lady, dove un uomo si ritrova in panni femminili e seduce l'amico di sempre. Segno che il Cat. III abbozza una satira primigenia e sgraziata sulla religione e i suoi fondamenti spirituali.
Ancor più sovente il cinema riflette su se stesso e parla in prima persona: Naked Party, Viva Erotica e il secondo Temptation Summary sintetizzano croce e delizia della Hollywood d'oriente, come, in maniera più blanda, facevano il già citato Mr. Wai-Go e Love and Sex in the Eastern Hollywood, tempio del gossip mondano. Ma d'altronde, chiudendo il cerchio, proprio Li Han-hsiang aveva proposto nel 1982 un ritratto feroce, satirico, dirompente, del mondo in cui ha vissuto per oltre trent'anni, nell'imprescinbile Passing Flickers, dove produttori maneggioni, registi arroganti, protagonisti boriosi e attricette facili - con il pelo posticcio attaccato ad hoc per ingannare la fantasia dell'audience - convivono in un universo allusivo e di perdizione assoluta.

Note:
Martina Palaskov Begov - Estremo oriente: poco estremo, molto soft (Fucine Mute Webmagazine)

Sesso in vendita: i precursori dell'era Shaw

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in SEX AND ZEN

The Lucky SevenIl cinema di Hong Kong, abituato soprattutto a risate, storie romantiche, canzoni e, solo nel peggiore dei casi, alle uccisioni dei wuxia o alla disperazione dei drammi cantonesi degli anni '40 e '50, perde definitivamente la sua innocenza negli anni '70. I prodromi sociali dei film di Lung Kong (Call Girls, Teddy Girls, Story of Discharged Prisoner), di Chor Yuen (Joys and Sorrows of Youth), della commedia sexy (The Lucky Seven, O.K., oltre al sino-americano Sampan) si manifestano in tutta la loro virulenza dopo la caduta del cinema popolare cantonese, in un periodo di ordinaria confusione, che nel giro di tre anni, grazie a Bruce Lee e alla violenza implicita dei suoi duelli, passa dalla ripetizione meccanica del gongfupian dozzinale al tentativo di spostare l'attenzione dai corpi maschili a quelli femminili, vera e propria merce di scambio in un mercato sull'orlo del collasso per eccesso d'offerta.
La nuova ascesa del cinema e soprattutto dell'intrattenimento televisivo in cantonese spinge registi e produttori di casa Shaw a tentare nuove strade, a sperimentare su forme e contenuti, a osare maggiormente, anche a costo di sfidare la rigida censura dei tempi. I risultati al box office indicano che la via è quella giusta: Legends of Lust e Illicit Desire, rispettivamente nel 1972 e 1973, fanno registrare il quinto incasso stagionale. L'anno dopo Sinful Confessions, con Michael Hui, scala una posizione e si piazza subito dietro a Kidnap di Ching Gong, uno dei primi thriller macabri ricchi di tensione e violenza, e di poco davanti a The Golden Lotus. Se si vanno a controllare le statistiche degli introiti annuali, si noterà come ogni anno ci sia almeno un film exploitation / erotico ben piazzato nella top ten: la voglia di proibito colpisce subito l'immaginario collettivo e dopo decenni di finto perbenismo si scatena apertamente il desiderio di infrangere le regole.
Ad aprire le danze è Li Han-hsiang, disilluso dopo il fallimento taiwanese e di nuovo in auge dopo il successo a sorpresa della commediola Legends of Cheating. Pellicole come Love Swindlers o Crazy Sex sono da un lato estremamente ingenue, dall'altro maliziose, provocatorie. Nel riadattare storie popolari, spesso tre o quattro in un'unica situazione, magari con un tema comune (come That's Adultery, basato sul tradimento), Li tesse un ritratto grottesco della società in cui vive, sfruttando sia miti del passato (il Jin Pin Mei, portato su grande schermo numerose volte) che i vizi del presente (anche in coppia con Michael Hui, lanciato in film decisamente ammiccanti).
Sulla sua scia si muovono due ex attori convertiti alla regia: Ho Fan e Lui Kei. Il primo, che comincia come autore impegnato con cortometraggi intellettuali e ambiziosi (come Lost, co-diretto con Sun Bao-ling), si auto-proclama, con The Girl with the Long Hair e Adventure in Denmark, esteta del cinema erotico. Già nella tetralogia diretta da Ho Meng Hua e tratta da Il viaggio in Occidente, Ho Fan, che rivestiva i panni di uno dei protagonisti, il monaco Tang, bramato da diverse donne, lascia intendere che anche nella figura mitica da luiIllicit Desire rappresentata coesistono sottotesti erotici chiari ed espliciti. E' un'esperienza, questa, di cui farà tesoro nel suo desiderio recondito di scoprire le grazie altrui: il neo-regista, soprattutto rimanendo ai suoi esordi impegnati e personali, è tanto attento alla forma e al mezzo come potenziale comunicativo da permettere il paragone con il nostro Tinto Brass. Al pari del regista veneziano associa carne, corpi e messaggi sociali, come lui finirà disilluso, nel finale di carriera (Hidden Desire e ancor di più i due Temptation Summary ambientati, e non è un caso, nel mondo del cinema) a ritrarre la bellezza femminile come unico atto d'amore e unica possibile forma d'espressione cinematografica. Non c'è traccia del cinismo di Li Han-hsiang - si veda per esempio l'audace Yu Pui Tsuen, decisamente fuori tempo e fuori luogo eppure divertito (ma non divertente) - ma semplicemente la ricerca della scatologia e del doppio senso malizioso che non può non scaturire nell'amplesso.
Il secondo della coppia sopra citata, forse senza neanche volerlo per davvero, diventa autore sui generis. Con film come Starlets for Sale, Women of Desire o il divertente 36 Secrets of Courtship, Lui Kei si fa alfiere di un cinema erotico al femminile, in cui i raccordi piccanti non sono necessari alla storia ma semplici concessioni alla platea. Sexy Girls of Denmark torna al mito comune del Nord Europa come luogo di perdizione e vi trasporta le paranoie e le ipocrisie dei cinesi alto-borghesi, che da un lato guardano i super-8 importati di nascosto e dall'altro negano al figlio il benestare per un matrimonio inter-razziale. Ancora più significativo è Adultery, Chinese Style, che è quanto di più simile si possa pensare ad una variante erotica dei musicarelli leggerissimi di Wong Yiu - di cui l'attore era stretto collaboratore in diverse fasi della realizzazione delle pellicole -, con Lui protagonista al fianco di Connie Chan. Il regista, scottato da uno scandalo personale, richiama al suo fianco gli amici di una volta - Wu Fung, Alan Tang, oltre alla amata Ai Ti, cui spetta sempre il ruolo positivo principale - e li fa ballare, ridere, cantare (il secondo episodio non è che un godibilissimo e delicato musical di pochi minuti), senza rimorsi. La fase ultima di Lui Kei regista non rispetta le attese: il senso dell'umorismo grossolano affossa le sue opere (Man Intimate Confessions of a Chinese CourtesanCrazy; Sexy Career Girls) nel momento in cui decide di rimpiazzare il sesso, optional già in precedenza tranquillamente decontestualizzabile, con un sarcasmo greve e fuori luogo.
Parallelamente alcuni cineasti, primariamente Kuei Chi-hung, Ho Meng Hua e Ching Gong, a partire dall'esito positivo di Intimate Confessions of a Chinese Courtesan di Chor Yuen (il quale non lesina mai nudi e sangue, si vedano in proposito le seduzioni offuscate di The Bastard, ottimo esempio di contrasto tra commedia e violenza), sviluppano un discorso a parte che mixa generi e trasgressione. Si tratta perlopiù di opere morbose, sovraccariche, volutamente eccessive e profondamente misogine, dove dramma e ironia si tangono per non negare nulla al pubblico onnivoro. The Call Girl di Ching Gong, Carry on Con Men di Wong Fung, Crazy Bumpkins di Zhang Yang e John Law Ma, anticipano per schiettezza e lucida amoralità gli ultimi vagiti della casa di Sir Run Run, come How to Pick Up Girls di Wong Jing, dove il sesso è sulla carta il piatto principale eppure è appena accennato, o Maybe It's Love di Angela Chan, in cui l'esibizione del corpo (vestito) della reginetta di bellezza Cherie Chung è un mero pretesto per attirare la platea al cinema.

Joomla SEF URLs by Artio