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Carne da macello: attori e attrici del Cat. III

Sex and ZenSotto tanti punti di vista il Cat. III è davvero un mondo a parte, un universo parallelo. Inevitabilmente un ecosistema a sé stante, di questo tipo, finisce per essere abitato da figure particolari, capaci di adattarsi alle esigenze esclusive di un modo tutto diverso di intendere cinema e intrattenimento. Il presupposto di partenza sembrerebbe contradditorio: quasi ogni attore di Hong Kong ha all'attivo almeno un Cat. III. Il discorso si fa complesso, però, se si desidera tracciare una mappa minima degli specialisti, di quegli interpreti che nel genere si sono ritagliati uno spazio vitale, che lì hanno trovato una gloria ridotta ma rassicurante, dei caratteristi facilmente riconoscibili per la loro capacità di (ri)mettersi in gioco in un ambito completamente diverso. Il Cat. III comico, nella sua ansia di stupire, ricicla nomi e ruoli, cerca di sedurre sia interpreti famosi che di creare icone proprie da valorizzare come eroi di serie B. Nel primo caso, allora, non ci si stupisce se Kent Cheng o Wu Ma si prestano alle più assurde caratterizzazioni in Sex & Zen e Ancient Chinese Whorehouse; se Lawrence Ng, inizi promettenti alle spalle, ritrova nell'antichità del passato licenzioso una rinnovata vitalità; se Alex Fong parte dalla gavetta più infima e scopre solo successivamente la luce del sole della serie A.
Il dibattito non è semplice, come si diceva: solo per decidere a chi spetti il trono il raggio di scelte è particolarmente ampio. La prima idea sarebbe: Anthony Wong o Simon Yam? E perché non Tsui Kam-kong o Charles Cho, veterani dentro e fuori dalle lenzuola, talmente affezionati alle produzioni proibite da limitare, pur avendone le possibilità, le escursioni nel cinema maggiore? Dietro di loro si agita una selva di affamate e affezionate facce da exploitation, rigorosamente divise secondo collocazioni, attitudine e predisposizioni. Ci sono i malvagi, i criminali, gli spietati come Ben Ng, William Ho e Lee Siu-kei, volti induriti dalla loro stessa perfidia, corpi contundenti pronti a colpire, in maniera diretta o subdola. All'opposto gli eroi, i puri di spirito pronti però a cedere alle tentazioni della carne: Shu Kei Wong, Chan Kwok-bong, Tan Lap Man (prediletto dell'ultimo Li Han-hsiang, utilizzato quasi sempre in costume), il muscoloso Lam Wai Kin, Wong Hei. In mezzo i compagni di merende (Gam Biu, Tommy Wong), le spalle demenziali (Simon Loui, Lok Dat Wa, Wong Yat Fei), i playboy ingenui e improvvisati (Hugo Ng, Lee Chung Ling), gli alfieri chiaroscurali disposti a seconda delle circostanze a valicare il confine tra bene e male (Stuart Ong, Dick Lau, Ricky Yi), i brutti il cui carattere rispecchia l'imperfezione dell'aspetto (Bat Leung, Shing Fui On, Samuel Leung).
L'altra metà del cielo agisce invece in maniera differente. Quattro le distinzioni principali:
1) Le star che si abbassano a partecipare al Cat. III per propria scelta o per rinnovare una carriera in discesa (Carrie Ng; Rachel Lee; Almen Wong; Irene Wan; Charine Chan; Joyce Ngai; Teresa Mak);
2) Le regine del softcore, non necessariamente disposte al nudo e alle situazioni piccanti (Pauline Chan; Amy Yip; Diana Pang; Chingmy Yau; Lily Chung; Sherming Yiu);
3) Le starlette disposte a tutto, la cui carriera è solitamente molto breve (Isabelle Chow; la mainlander Yeung Ga Ling; Grace Lam; Suen Tong; Cammy Choi, talmente disgustata dalla sua breve esperienza nel mondo del cinema da preferire una successiva carriera come call girl nei night cinesi);
4) Le (poche) caratteriste disposte a prendersi in giro e a ridere del proprio ruolo (Yuen King-tan; Sandra Ng; Emily Kwan).
A parte:
1) Le poche interpreti che riescono a invertire il percorso e che dal basso arrivano ai vertici dello star system per rinnegare, implicitamente, il proprio passato di perdizione (Shu Qi; Vivian Hsu; Veronica Yip; in misura minore Ellen Chan e Yvonne Yung);
2) Le professioniste ai limiti dell'hardcore, capitanate dalla battagliera Julie Lee (e un gradino sotto da attricette sempre esposte come Chin Gwan e Sophie Ngan), che vivono a lungo in un'unica dimensione, costi quel che costi e senza nessunaPretty Woman vergogna;
3) Le divette straniere, perlopiù le scatenate taiwanesi (Jane Chun; Karen Yeung; Yeung Fan) e le inarrivabili giapponesi (Madoka Ozawa, Yuki Maiko, Miho Nomoto, Rena Murakami, Rena Otomo, Chikako Aoyama), semi-sconosciute in patria e capaci anche solo con il nome esotico di offrire brividi di piacere proibito.
La differenza nell'uso (e nel consumo mediatico) dei corpi femminili è duplice: da un lato il guardare-non-toccare delle bombe sexy acqua e sapone, delle donne bellissime da copertina, famose e arrivate; dall'altro la generosità, che spesso sfocia nella volgarità più estrema, del mare magnum di oscure pin up in potenza, valide alternative erotiche, controfigure usa & getta delle più celebrate colleghe, immagini di popolare accessibilità e di sensualità alla portata di tutti. Il Cat. III è un cinema carnale, che non può prescindere dalla fisiognomica di volti e corpi maschili e dalla avvenzenza e lascivia di quelli femminili. Tutti i protagonisti del filone arrivano dunque ad essere mercificati in base alla prestanza, alla simpatia, al carisma e alle doti fisiche. Da cui un'offerta addirittura superiore alla domanda, a seconda dei gusti personali e del momento, e una capacità del mercato di generare (e di mettere da parte, una volta finito il proprio scopo: ma spesso sono proprio attrici e attori che decidono di darci un taglio e di provare tutt'altra vita) nuove stelle marginali a getto continuo, per qualsiasi ambito siano esse necessarie.
In ambito leggero il discorso si infittisce. Perché è vero che la prima discriminante è quella fisica ma ci sono attori che nel contesto hanno una loro dignità ironica. Seguendo la prima ipotesi si arriva a identificare eroi improbabili, assolutamente non attraenti e privi di virtù: non a caso è la loro inadeguatezza, fisica o mentale, a costituire la base del soggetto demenziale o della gag. L’amplesso tra un uomo grasso e un’avvenente fanciulla costruisce un ossimoro che sì equivale a rivalsa sociale del meno attraente, dell’uomo comune, ma soprattutto fa ridere se è accompagnato da un contorno di smorfie e posizioni che mal si addicono ad almeno una delle due figure in gioco. Ad un livello più inconscio, e se vogliamo freudiano, agisce la psicopatologia sessuale, che vede nel pene l’agente principale: se questo è piccolo, animato, enorme o comunque fuori dalla norma la situazione di per sé è paradossale e pronta a scatenare ilarità. Quel che è diverso, razzisticamente, viene deriso, e schernito è anche, metaforicamente e a livello di morale conclusiva, il suo desiderio di pervenire, in qualsiasi modo, alla normalità: ad un fine spassoso è contrapposto sovente il mezzo catarticamente delirante, strambo, incredibile e folle. Per cui non ci si stupisce di fronte a trapianti di peni equini piuttosto che a vere e proprie apologie di farmaci quali il viagra, molto più famoso e chiacchierato in oriente che non dalle nostre parti.
La seconda istanza arriva invece a delineare una precisa dinamica del ridicolo, perlopiù dialettica, che pur non prescindendo dal significato corporale e materiale dello sketch proposto, solitamente lo oltrepassa e ne supera le convenzioni. Sentire due prostitute che battibeccano e si prendono a male parole, magari nude, è il simbolo di una popolanità recondita nell’ideale collettivo. Idem il fatto che una cortigiana sia più Sex and Zen IIIintelligente e più scafata di un nobile, e che riesca a raggirarlo senza problemi per fare i propri comodi. Quando come contorno c’è anche il cinismo si arriva ad una critica morale che non è mai fine a se stessa. A tutto ciò si può aggiungere un’intertestualità di attori che si camuffano nei loro personaggi e, chissà quanto volutamente, autorizzano rimandi e citazioni: è il caso clamoroso di Ronald Wong, pene vivente in Chinese Erotic Ghost Story e subito dopo (in Sex and Zen III), con lo stesso identico look, cicisbeo superdotato al servizio di un timido scolaro. Il fenomeno funziona talmente bene che attori e attrici si confondono con i loro ruoli, spesso finiscono nella vita reale per ispirare un parallelo che alla fine, come dimostrano anche su grande schermo gli onnipresenti Tsui Kam-kong (Viva Erotica) e Anthony Wong (Mr. Wai-Go), è un controsenso ovviamente parodistico.

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