Piaceri inconfessati: 10 «perle» del peccato

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in SEX AND ZEN

Dieci perle del peccato, probabilmente prive di saggezza ma mai banali. Dieci titoli da scoprire con occhio non meno critico da parte di chi voglia analizzare un sottobosco fiorente e selvaggio qual è il Cat. III, in questa circostanza non solo comico. Dieci pellicole, per certi versi orribili, per altri geniali, che di sicuro non sono piatte o prevedibili, anzi: dieci modi di shockare e di dimostrare come fantasia e scorrettezza possano nobilitare, in qualche modo, un Girls Unbuttonfilone talmente irriverente da apparire (solo) a priori indifendibile. Non sono necessariamente classici del genere, ma film da vedere per un motivo ben preciso: sono apripista o fuoriclasse, precursori o imitatori, tutti con specificità e particolarità che meritano di essere sottolineate.

Red to Kill (1994) | Già a partire dalle prime battute Billy Tang insegna dalla sua cattedra di agitatore come dare davvero fastidio. Non è tanto lo stupro in sé, né la figura del maniaco nerboruto, ma l’attenzione morbosa alla vittima, che non a caso è una disabile. L’insieme è talmento nocivo da lasciare senza fiato; complice un sistema giudiziario imbelle che invece di condannare un colpevole rinvia a giudizio le intenzioni dei comuni cittadini, portati sul banco degli imputati e privati di ogni diritto di difesa. Capace di suscitare emozioni controverse, su una scala che idealmente parte dal disgusto e arriva sparata fino alla disapprovazione, Red to Kill è, a livello di concezione, il peggior Cat. III possibile. Lo stile asciutto, le poche pennellate di cattiveria e la pressoché totale assenza dalla facciata del professionismo, celato però in ogni angolo, sono rasoiate violente e consapevoli. Tang sa come fare male, sa come ferire, e lo fa con un gusto oggettivo che spaventa. Il risultato che ne deriva è allo stesso uno spaccato troppo verosimile per non farvi affidamento e un incubo da cancellare immediatamente ma che è praticamente impossibile dimenticare.

Girls Unbutton (1994) | Il film di Taylor Wong è sinonimo, senza mezzi termini, di una decadenza in atto. La cinematografia nobile di Hong Kong, rappresentata da uno dei suoi illustri alfieri, un regista cresciuto a pane e Shaw e abituato alle produzioni importanti, scende volutamente di livello e si sporca le mani con la provocazione. Girls Unbutton è, allo stesso modo, un tour de force esplicativo per capire il perché dell’esistenza della porno-divette, le attrici che si abbassano a spogliarsi per denaro. In questo caso il ruolo della libertina tocca a Rachel Lee – ma allora nei crediti era Loletta, quando ancora non si vergognava della nuova piega presa dal suo curriculum –, che offre il proprio corpo, sempre nudissimo, all’occhio impertinente del pubblico, che fin da metà anni ’80, quando ne aveva ammirato charme e sorriso in innocue commedie per famiglie, sperava in uno sgarbo alla censura (e alle morale bacchettona) da parte di un’attrice blasonata. In tempi in cui il percorso per il successo era di solito inverso – dalle stalle del Cat. III alle stelle dello star system: vedi Veronica Yip – l’odissea senzaDiary of a Serial Killer veli di una ragazzina in cerca di fama immediata (o forse solo di certezze, anche economiche) risulta credibile sia nella vita vera che nella variante/metafora predisposta su grande schermo.

Diary of a Serial Killer (1995) |
E' tristemente nota la storia del tassista omicida che ha davvero impazzato ad Hong Kong, di notte, mietendo vittime e fotografandone i cadaveri. Della sua follia sono state girate diverse versioni. Quella di Otto Chan non è la più nota, rispetto per esempio al celebre Dr. Lamb, eppure nasconde diversi spunti. In primis il cambio di location, dalla metropoli alienante alla campagna mainlander, ugualmente priva di certezze, quasi a voler suggerire una traslazione politica delle ansie dell’handover prossimo venturo. La violenza, insistita, morbosa, sempre dettagliata, sembra qui meno gratuita; se non addirittura necessaria per esplicitare la ribellione folle del proagonista, che squarta le sue prede per sfuggire all’inquadramento sociale del regime. Il tassista represso ha tutti i motivi di essere felice: casa, famiglia, moglie; eppure sfugge ad ogni classificazione e cerca nel sangue la propria realizzazione personale. Più che un efferato delitto fine a se stesso il suo gesto insano rientra allora sotto l’egida del grido d’aiuto. Un urlo tanto lacerante quanto doloroso, se si pensa alla confezione volutamente sciatta e a un clima di sensualità diffusa – ma rigorosamente frustrata – che aleggia e serpeggia ovunque, tentando ogni santo verso la via del male.

Eternal Evil of Asia (1995) | Erotic Ghost Story, quasi un decennio dopo. Stessa potenza di fuoco, uguale il risvolto tragicomico, ancora più visionario e onirico. Ambientato in Thailandia riporta contemporaneamente in auge il sottofilone dei primi anni ’80 incentrato sugli sfigati hongkonghesi in trasferta, puniti con la magia nera per la loro arroganza, e uno stile videoclipparo fatto di tagli velocissimi, fotografia dalle mille luci selvagge e montaggio serrato. Fa ridere in più occasioni e raramente annoia, anche quando il déjà-vu potrebbe guastare le sorprese preparate per un pubblico oltremodo esigente. Autoreferenziale, citazionista, metacinematografico, riesce quasi ad essere un exploit(ation) d’autore per come non teme il confronto con il ridicolo, abbassandosi addirittura, poco prima dell’epilogo, ad un amplesso mimato che è più reale di quelli – triti e ritriti – con la coppia protagonista. Non pago, il regista Chin Man-kei insiste e fa combattere due stregoni in aria, nudi, volando di palo in frasca e accoppiandosi ferocemente. Gli amanti del kitsch saranno invece appagati dal look a testa Eternal Evil of Asiadi pene di Tsui Kam-kong, in una delle sue prove esteticamente più imbarazzanti.

Viva Erotica (1996) | Autoreferenziale riflessione sul modo del cinema, dipinto dal suo interno, Viva Erotica è l’unico modo possibile, per Derek Yee e per il suo pupillo Law Chi-leung, di concepire un softcore d'autore. Lontano anni luci dagli esperimenti stilizzati di Ho Fan e dalla decadenza autobiografica di Li Han-hsiang (Passing Flickers) è una dichiarazione d’amore, a tutto tondo, nei confronti del mondo di celluloide, senza distinzioni di cultura, classe o genere. Se i protagonisti introducono lo spettatore alla storia con le loro smanie introspettive sono poi i comprimari a palesare un sottobosco di notevole umanità che a dispetto delle apparenze non è popolato solo da mostri. Tsui Kam-kong, sempre lui!, e Shu Qi sono vulnerabili icone intrappolate in ruoli che sembrano quasi autobiografici: l’orco cattivo che invece di mangiarsi la bambina persa tra i pericoli cittadini la vezzeggia con la delicatezza di un padre apprensivo. Di maniera le invenzioni registiche, il montaggio pop, la colonna sonora furente e la fotografia colorata se a monte non ci fosse la sostanza di un dietro le quinte preventivato e sempre consapevole del discorso da trasmettere.

Intruder (1997) | Diretto da un prestigioso sceneggiatore questo thriller breve e intenso è la dimostrazione di come il non visto possa infastidire e colpire più dell'epifania del dettaglio grand guignol. Wayne Lai, tassista puttaniere, carica la persona sbagliata, che lo sequestra in casa e lo mutila. Dietro al suo piano la paura della Cina, della violenza improvvisa e imprevista sui propri cari (una bambina costantenemente a rischio di assistentato sociale), del nuovo che avanza. Wu Chien-lien, dallo sguardo imperturbabile e dalla bellezza raffinata, concede una delle sue migliori interpretazioni. Risalta lo stacco, per contrasto, tra persona e personaggio, tra la situazione immaginata e il poco dettaglio concesso: l’immaginazione e la realizzazione di quanto la realtà possa poi essere peggio della fantasia portano alla follia e al sangue. Non vederne le dirette conseguenze costringe a riflettere. Da cui il divieto ai minori imposto da parte di chi preferisce offrire al pubblico uno spettacolo anche truculento purché prevedibile che destabilizzarne le paranoie in maniera del tutto imprevista. Quel che resta in mente, alla fine dei Chinese Erotic Ghost Storyconti, è l’impassibilità, la tendenza a subire, la negazione della volontà: degli attori, dei caratteri, della storia, delle conseguenze. Il fatto che sia tratto da una storiaccia vera non fa che acuire il disagio.

Chinese Erotic Ghost Story (1998) | E’ senza mezzi termini il vero, unico erede di Sex and Zen, ovverosia del precursore dell’erotico in costume. Grossolano, farsesco, irriverente, ha lo stesso spirito sarcastico del capostipite, di cui condivide un approccio materiale alla sostanza. Il pene che si anima e dona immensa potenza sessuale ad un altrimenti inetto dongiovanni è infatti la palese concentrazione, in un unico punto di vista, di superstizioni, folklore e credi più mistici che religiosi. Insieme ai fantasmi, ai mostri e agli esorcismi messi in piedi dal monaco Tsui Kam-kong si collocano le improbabili performance infinite del protagonista, che insignito di tanta grazia amatoriale non sa controllarsi ed esagera, pagandone care le conseguenze. Dick Cho, la cui regia è a tratti molto acuta, non perde occasione di smitizzare la leggenda dell’uomo infallibile, smontando pezzo per pezzo la tesi secondo cui lo stallone vince, sempre.

Lady in Heat (1999) | Diviso in due parti, è un film sporco, che aggredisce il pubblico per nascondere le proprie enormi pecche. Kevin Chu, regista promiscuo, è capace di passare da una commedia per famiglie a questo dramma verisone lesbo, e poi a ritornare al via come se nulla fosse incensando di digitale una superstar del pop alla moda (Kung Fu Dunk, 2008). Due spezzoni, come se non ci fossero sufficienti idee per un unico lungometraggio, due anime, riunite forzatamente in un corpo filmico irregolare. Il nudo patinato, insistito, con raccordi da videoamatore alle prese con il primo montaggio della sua vita portano ad un’idea di cinema casalingo. In questo senso le pulsioni erotiche delle due metà coincidono: da un lato due coppie felici che si scambiano e scoprono di essere, nella nuova forma, ancora più contente; dall’altro un incubo giallo con cadaveri e lunghe scene saffiche, per un colpo a sorpresa finale che poco convince (e poco importa). L’ardore della messinscena, piatta, televisiva, decisamente poco ispirata, è nel buttare la macchina da presa contro i corpi, e martoriarli con uno sguardo ginecologico, insistente, molesto, e perciò disturbante. La commedia e l’orrore collimano quando sono dietro la lente di un microscopio, che invece di studiarli in profondità cerca solo di metterne a fuoco i movimenti basilari. Incompetente ma a suo modo necessario per esorcizzare un tabù arrogante e rigidamente eterosessuale sbattendo in faccia ai virili fruitori del sesso, con veemenza ugualmente maschilista, un nuovo modo di concepire il gusto del proibito.

Human Pork ChopHuman Pork Chop (2001) | Meno incisivo di The Untold Story (1993), di cui ricalca in qualche modo la struttura da docudramma programmatico, ne é la becera incarnazione nel secondo millennio, in un periodo in cui di Cat. III era quasi vietato parlare. Spoglio di qualsiasi sensazionalismo è una dimostrazione scientifica dell'abiezione cui può scendere un'umanità disastrata, popolata di sfruttatori e tormentatori, bravi solo a vessare. Nella circostanza i carnefici, come ragni predatori, catturano nella loro tela una povera donna comune e la segregano in casa loro, costringendola ad abusi e degradazioni, fino alla resa dei conti. Ma lo showdown finale altro non è che il rifiuto del reietto, sotto forma di vendetta: chi è la vera vittima? La risposta è ardua quanto la domanda, quantomeno scomoda. Perché se è vero che i colpevoli sono facili da identificare il problema di fondo sono le cause dell'inferno di cui si accontentano. Senza tirare in ballo Rousseau o Hobbes, poco adatti ad un regista di bassa lega come il Benny Chan minore, produttore dalle ambizioni spicciole, le vertenze su cui dibattere restano tante, in primis il divario socio-culturale tra due strati della civiltà tanto diversi eppure costretti a coesistere. Che si arrivi a una guerra di posizione, prima o poi, è dunque più che scontato.

AV (2005) | Cat. III e porno, un dibattito ancora aperto. Edmond Pang, memore del buon risultato del non dissimile – per intenti – Naked Ambition di Dante Lam e Chan Hing-kar, prova a riadattare alle idiosincrasie moderne i parametri del proibito, che da almeno un lustro richiedono una revisione. Basta omicidi, sangue e budella in primo piano; basta docce spiate dalla serrature: al tempo di internet e dei telegiornali fin troppo realistici è tutto sorpassato. Un buon modo, allora, per tentare un discorso compiuto è mandare il porno a scuola, dove un gruppo di ragazzini, prima di tutto grandi amici, si improvvisa imprenditore e ingaggia una AV girl dal Giappone. La scusa è girare un filmino amatoriale, la sostanza è approcciarsi al sesso in maniera netta, decisa, adulta. Una generazione che ne ha già viste di tutti i colori fin dall’adolescenza deve per forza compiere un passo clamoroso, spingersi ben oltre i limiti del lecito: qui ci sono conseguenze umane, morali, penali, economiche. Nella Hong Kong ormai riannessa, e in crisi finanziaria, la risposta degli imberbi scolaretti, che da par loro hanno le idee ben chiare, è più disturbante, a ragionarci su, di qualunque eccesso irrazionale e in quanto isolato poco credibile. Questa è la gioventù dei cellulari, della banda larga, del do it yourself, che cerca una via di fuga attraverso il sogno di una libertà, attraverso la stessa identica idea che un pioniere come Patrick Tam aveva sbandierato in Nomad: la ricerca del Giappone, patria di vizi e culture che il popolo cinese ancora vede come irraggiungibili. Il finale dolce smorza i toni ma non la sostanza: andare a letto con una pornodiva è un’ambizione di tanti; innamorarsene, ricambiato, un sogno veramente sconcio.

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