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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

2001/2002: Timidi sorrisi

Shaolin SoccerIl 2001 è stato un anno interessante per il cinema di Hong Kong, che comincia lentamente a scuotersi dopo la grande crisi. Necessarie premesse sono l'inevitabile parzialità di una panoramica che comprende principalmente visioni domestiche accanto alle rare proiezioni in sala offerte dai festival, dalle poche uscite sui nostri schermi e dalla grande manna del Mifed. I segnali di crescita sono positivi e fanno ben sperare: se infatti il 2000 era stato l'anno del totale disamore del pubblico nei confronti del proprio cinema, a favore di titoli hollywoodiani (e in misura minore coreani e giapponesi), a livello di incassi la stagione cinematografica appena trascorsa ha fatto segnare un'inversione di tendenza. Merito dei nomi grossi, tornati alla carica con intenzioni bellicose: Jackie Chan con The Accidental Spy è rimasto sotto media ma ha compensato l'incredibile exploit di Shaolin Soccer di Stephen Chiau, miglior incasso di sempre, tanto da sbarcare anche in occidente, seppure in versione orribilmente rimaneggiata. Dietro di loro si è insediato Andy Lau, sempre più icona popolare: comunque vada il cantante-attore-produttore porta a casa il risultato utile, indipendentemente da chi lo dirige (Andrew Lau, Clarence Ford, Wong Jing) e dal genere di pellicola interpretata. I registi fanno a gara per averlo, anche perché il suo cachet non è da capogiro. Andy predilige Johnnie To e Wai Ka-fai, che ha spinto commercialmente con una serie di commedie bruttine (Love on a Diet) e con un ritorno al noir (Fulltime Killer) meno riuscito dei precedenti lavori della coppia. La sua controparte femminile è Sammi Cheng, regina assoluta della commedia, che recentemente ha ottenuto il più alto ingaggio della penisola (5,5 milioni di dollari locali, ossia l'incasso di una pellicola di livello medio).
Il ricambio generazionale sta cominciando ma sono ancora le vecchie star (Tony Leung Chiu-wai, Lau Ching-wan, Sandra Ng, Anita Mui) a tenere banco, visto che i film il cui battage pubblicitario era basato su volti nuovi (il non malvagio 2002 e il peggiore The Avenging Fist) sono stati flop clamorosi. L'atteso ritorno di Jeff Lau (Second Time Around), che dopo un lungo silenzio sforna due film in pochi mesi, nonThe Avenging Fist ha deluso. Si nota un fermento creativo che coinvolge principalmente la commedia - i pochi polizieschi usciti al cinema sono orribili o, nei casi migliori (Sharp Guns), prodotti di pura routine -, tanto da spingere autori da sempre fanatici delle pistole - Patrick Leung con il piacevole La Brassiere, Gordon Chan, Raymond Yip, Dante Lam con il divertente Runaway - a una frettolosa riconversione. Cresce la stima per Joe Ma, che come produttore è mecenate di talenti da tenere d'occhio (Alan Mak, Mak Kai-kwong, Matt Chow) e come regista dirige film dedicati ai giovani (Feel 100% II, Dummy Mommy, without a Baby, Fighting for Love e lo splendido dramma Funeral March), interpretati da divi emergenti (Miriam Yeung, Eason Chan, Nicky Chow, Charlene Choi) per cui è facile auspicare un futuro posto al sole. Accanto a lui i debuttanti di Heroes in Love, sperimentale film a episodi, e del dolcissimo Merry-Go-Round.
I film più originali (You Shoot, I Shoot, Forever and Ever) continuano a passare inosservati ma a livello sceneggiativo si sta risalendo la china. Fa storia a sé il boom di un cartone animato, genere poco frequentato a Hong Kong: My Life as McDull parte da basi forti - la popolarità del fumetto di partenza e di una serie tv molto seguita - e regge bene al botteghino. Situazione che non vale tanto per il cinema più commerciale (Wong Jing e le sue mille produzioni - fa eccezione solo il divertente My School Mate, the Barbarian, co-diretto con il promettente Billy Chung -; gli artigiani come Marco Mak - il quale a sorpresa sferra un colpo micidiale con il bellissimo A Gambler's Story, vero outsider qualitativo della stagione: non a caso ancora una commedia per un amante dell'azione -, Clarence Ford o Billy Tang; gli eccessi dei sempre più sporadici Cat. III) e in special modo per l'horror, che nonostante buoni episodi (l'intenso Horror Hotline... Big Head Monster), pare aver saturato il mercato con un'offerta eccessiva (meglio l'episodico Esprit d'amour degli ultimi terribili episodi fotocopia di Troublesome Night, che rinuncia alla pellicola e passa direttamente al formato digitale). Herman Yau, sempre attivo, raddoppia con due A Gambler's Storyfilm gemelli, uno bruttino e confuso, Nightmares in Precint 7, l'altro, Killing End, meno originale ma più incisivo; senza dimenticare il veemente From the Queen to the Chief Executive, presentato in anteprima al Far East di Udine, raro esempio di cinema d'impegno politico.
E' proprio il cinema d'autore che pare in ribasso: Stanley Kwan (Lan Yu), Yonfan (il controverso Peony Pavillion, con il momentaneo ritorno di Joey Wong) e Ann Hui (il mezzo passo falso di Visible Secret, con un seguito in arrivo) continuano a predicare nel deserto, e intanto si registrano i clamorosi tonfi di Mabel Cheung (Beijing Rocks) e Jacob Cheung. Aspettando il ritorno alla regia di Peter Chan, di Wong Kar-wai (2046, con cast all star cinese e coreano, continuamente rimandato) e il pompato Hero di Zhang Yimou, coproduzione panasiatica sulla scia di Crouching Tiger, Hidden Dragon. Vorrebbero a tutti i costi entrare nella categoria - ma hanno poche speranze - Andrew Lau, ormai sempre più re del box office, ma in piena crisi creativa (il deludente Bullets of Love, il passabile Dance of a Dream), James Yuen (Every Dog Has His Date), cui non giovano i budget elevati, e Jingle Ma, che si è montato la testa e punta troppo in alto (l'ignobile musical Para Para Sakura, Goodbye Mr. Cool).

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