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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Far East Film Festival 2001

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Criminali da strapazzo
di Matteo Di Giulio

Il poliziesco di Hong Kong è stato sinora in grado di rinnovarsi continuamente. Prima il violento realismo della new wave (con pellicole come Coolie Killer e Long Arm of the Law), poi il filone heroic bloodshed iniziato da John Woo (The Killer il capolavoro assoluto), seguito a Born to Be Kingruota dai big timers, biografie di gangsters sulla falsariga di Scarface (To Be Number One di Poon Man-kit), infine i giovani cool che vivono ogni giorno la realtà delle triadi. In mezzo a tutto questo i Categoria III (beceri ma) sanguinari che in Herman Yau (per esempio con Taxi Hunter) hanno trovato il regista di punta e la parentesi capitanata dalla Milkyway di Johnnie To che ha dato nuova linfa al noir urbano con capolavori come A Hero Never Dies o Loving You. Cosa rimane oggi di questa esperienza? In quale direzione si dirige l'action movie hongkonghese? Vale la pena di prendere lo spunto dall'ultimo Far East per tracciare un percorso che permetta di comprendere le nuove tendenze e di ipotizzare degli sbocchi del futuro prossimo.
Il punto di partenza è comunque uno solo: la serie Young and Dangerous, diretta da Andrew Lau, è stata, nella seconda metà degli anni novanta, uno degli ultimi grandi successi di pubblico del cinema cantonese, e ha iniziato a mettere in primo piano le triadi e i suoi membri più giovani. Guardando dall'esterno la situazione è chiaro come la ramificazione delle produzioni porti fondamentalmente a tre diverse strade: a) i cloni, piuttosto spudorati, del film di Lau; b) i film che di quella serie smitizzano i contenuti, adottando come protagonisti o imberbi poliziotti o criminali altrettanto giovani; c) le parodie dell'intero genere poliziesco.
Tratto da un popolare fumetto, il film di Andrew Lau si concentra sulla vita e sulla scalata al potere di una serie di disadattati cui la vita ha negato un'esistenza tranquilla. Per sfuggire alla povertà gli eroi di questi film sono costretti a combattere per difendere i propri boss e a vedersela quotidianamente con nemici sempre più sadici (si parte con i traditori per arrivare a corrotti uomini politici passando per veri e propri maniaci). L'onore e il senso di appartenenza al gruppo sono i sentimenti-chiave che guidano i giovani ribelli ogni giorno. Dopo il grande successo del primo episodio sono fioriti i seguiti e le imitazioni. La serie è giunta adesso al settimo episodio con Born to Be King (e Lau, da buon capitano, non abbandona la barca neanche quando la vede affondare), dei cinque protagonisti originali ne sono rimasti solo due (Ekin Cheng e Jordan Chan) mentre per i diversi ruoli dei comprimari ruotano ciclicamente gli stessi attori (Roy Cheung e Michael Tse in primis). Gli sfigatelli sprovveduti sono cresciuti e ora iniziano a interessarsi di politica. Muovono ingenti somme di denaro e organizzano la malavita come fosse un'industria. Saranno gli effetti deleteri della new economy, ma nessuno si è reso conto che siamo alla frutta. Andrew Lau mai avrebbe immaginato di partorire una nuova caricatura sociale. Certo i malavitosi non sono mai stati estranei ai generi più disparati, ma ormai il giovane appartenente al mondo delle triadi è personaggio ricorrente in qualsiasi film, dalle commedie (le ultime con Stephen Chiau The God of Cookery e King of Comedy) ai mélo (Metade Fumaca) con risultati più o meno riusciti. Gli imitatori con meno timori di allontanarsi dall'originale nel tratteggiare gangster cool ma umani sono quelli che raggiungono i risultati migliori (Ballistic Kiss di Donnie Yen).
Come John Woo, il quale nel recente passato cercò di porre rimedio ai criminali pieni di fascino di A Better Tomorrow con i due poliziotti eroici di Hard Boiled, allo stesso modo è il cinema cantonese, dal suo interno, che spontaneamente cerca la chiave per ridurre l'impatto sui giovani della serie dei giovani e pericolosi. Il primo è stato Cha Chuen-yee, che con i due Once Upon a Time in Triad Society smitizza questa visione trendy delle triadi. Wong Jing, produttore della serie, invece di difendere la sua creatura, gira uno dei suoi film più sentiti, A True Mob Story, con cui attacca la degenerazione della criminalità attraverso lo splendido loser interpretato da Andy Lau. Mongkok Story di Wilson Yip ne riprende e rilancia il tema della pirateria dei video-cd e colpisce con spietato cinismo il trend cinematografico del momento. Ancora più convinti sono i protagonisti di opere come Gen-X Cops (blockbuster di Benny Chan prodotto da Jackie Chan e distribuito anche nelle sale americane) giovani fin troppo intelligenti e tecnologizzati che, sulla linea di confine tra bene e male, scelgono di diventare poliziotti. Grande successo e subito un nuovo trend di successo, con giovani eroi che sventano complotti criminali degni delle menti fumettistiche più ingegnose. Purple Storm, Gen-Y Cops, Hot War sono gli apici di questo filone che, occhieggiando a occidente, nasce e cresce asfittico. A questo punto sono paradossalmente più interessanti i super macho cui presta volto e fisico Michael Wong nei film sulle task force. Specialista del sotto-genere è Gordon Chan (coadiuvato dal fido Dante Lam), e film come Option Zero, pur puntando tutto sulla spettacolarità, non riescono ad evitare di risultare stereotipati. Niente di nuovo sotto il sole ma tanto onesto mestiere. Lo stesso mestiere che porta al tentativo di un Marooned di sondare il lato umano dei tutori della legge. Sempre facce carine acqua e sapone, e uno smielato mix di azione e love story. Incredibile ma vero, stavolta neanche il pubblico ha abboccato all'amo.
Il 2000 ha visto un'ulteriore controtendenza, quella della presa in giro. La parodia dei gangster di Jiang Hu: The Triad Zone, colpisce l'epico lirismo di The Mission e, pur senza riuscire completamente nel suo intento, è una boccata d'aria fresca. Francamente divertente il Maroonedmodo con cui vengono messi alla berlina, senza timori reverenziali, molti punti cardine del poliziesco che fu, in primo luogo l'amicizia con tendenze omosessuali tra criminali. L'umorismo è di scarsa raffinatezza e il prodotto non è memorabile, ma è lodevole il tentativo di cambiare le carte in tavola. Prima di riuscire a emulare il grottesco vertice di Too Many Ways to Be No. 1 di Wai Ka-fai passerà molta acqua sotto i ponti, ma già il fatto che ci sia voglia di sfuggire ai clichés è sintomo di intelligenza. La verità, per chi non se n'è accorto, è che la crisi parte dalla mancanza di idee. E dall'assenza di sceneggiatori capaci e affidabili. Il poliziesco è il primo genere che risente di una simile morìa di talenti e finisce nella banalità. Ad eccezione di alcuni prodotti totalmente atipici che hanno invece il coraggio e la capacità di scostarsi dai binari predefiniti e di rischiare discorsi nuovi. Bullets Over Summer e Juliet in Love di Wilson Yip (il cui Skyline Cruisers è solo un modesto riadattamento di Mission: Impossible 2) utilizzano un pretesto noir per contaminarsi con diversi generi, così come Task Force di Patrick Leung, riuscito mélo in salsa rosso sangue o To Where He Belongs di Ally Wong. Senza dimenticare gli autori alla Fruit Chan, che solo i festival internazionali accolgono a braccia aperte. Purtroppo manca un pubblico che apprezzi e valorizzi questi tentativi, salvandoli dall'insuccesso.
Rimangono a questo punto i grandi vecchi, visto che gli artigiani continuano a sfornare film tutti uguali. Jackie Chan fa lo stesso film da almeno dieci anni e le sue ultime prove sono una stanca riproposizone del suo concetto di fisicità, ma almeno riesce a divertire. Ringo Lam è passato dalle sparatorie al thriller, con buoni risultati, ma la mente è ancora rivolta oltreoceano dove ritroverà Van Damme. John Woo non si sposta più da Hollywood (e come biasimarlo?). Le speranze cadono quindi su Tsui Hark, che annuncia il quartoA Better Tomorrow, stavolta tutto al femminile, e rispolvera il suo passato per Time and Tide, che inizia in maniera moderna e si conclude nel peggiore dei modi, copiando a man bassa dai suoi stessi capolavori. Johnnie To, nonostante il buon successo di pubblico di Running Out of Time e di critica di Where a Good Man Goes, è tornato alla commedia, e almeno per una volta riesce a riportare a casa i soldi che ha speso.

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