free viagra 2007 jelsoft enterprises ltd cialis 20mg en pharmacie viagra and ace inhibitors dauererektion ohne viagra maureen mccormick prednisone accutane joints cialis en farmacias de madrid viagra in macau

"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

14 Blades

14 BladesIl nome di Donnie Yen è ormai assurto a sigillo di qualità per il cinema di Hong Kong, dal livello medio-artigianale in su. L’attore marziale ha saputo tenersi al riparo nel momento di peggior crisi per rientrare in scena quando le stelle ricominciavano a splendere: l’apice di questa sagacia contribuisce al rifiorire del cinema d’azione in costume. Ne è l’ennesima riconferma 14 Blades, dai valori (co)produttivi elevati, che oltre a rilanciare il wuxiapian vecchio stile rimette definitivamente in carreggiata un regista come Daniel Lee, promettente tre lustri orsono ma proveniente da diversi flop. L’aria della storia fa bene a tutti, a chi produce, a chi scrive una storia fitta di intrecci e di politica, a chi si preoccupa di coreografie, fotografia e costumi, e soprattutto a chi si posiziona indefesso di fronte alla macchina da presa in attesa del fatidico ciak, pugni levati e ginocchia flesse come si conviene prima di una sana scazzottata.

 

Donnie Yen è un jinyiwei (parola che è anche il titolo originale del film), il componente di un esercito segreto formato da assassini abilmente addestrati per difendere i potenti: messe le mani su un sigillo reale che in grinfie sbagliate scatenerebbe stragi a non finire, decide di tradire i suoi ordini per proteggere il bene della nazione e ritrovare la sua dignità. Una scelta difficile, che comporta un percorso quasi impossibile fatto di fughe, sangue e duelli contro avversari sempre più temibili. Al suo fianco, la bella e stoica figlia del capo di un’agenzia di scorte e un predone del deserto cui interessa più la gloria dell’oro.

14 Blades è un giocattolo ben oliato. Si prende sul serio quel tanto che basta per poter essere spacciato agli occhi di critica e platea come prodotto superiore al semplice intrattenimento, anche se questa è poi la sua anima specifica. Richiama l’esperienza del wuxia moderno, l’ondata di metà anni Novanta, e la fa sua con una serie di caratteristi che prestano corpi e volti alla bisogna, da Sammo Hung a Chen Kuan-tai. In più riprende dai classici Shaw quell’estetica polverosa da spaghetti-western già riverniciata dal cinema di Takashi Miike e da The Good, the Bad and the Weird (2008, di Kim Jae-Woon). Ugualmente sbrindellata ma dalla fattura piccante, la regia di Lee rielabora stilemi e canoni, ruoli chiave del genere e topoi coreografici, con rallenti e luci flou nei momenti giusti. La tattica, piaciona e superficiale quel tanto che serve per non stancare, funziona talmente bene da oscurare i debiti e difetti: tanto che il videoclip finale, con i momenti salienti a sottolineare il dramma, sa più di omaggio al passato che, per come il trucco è speso a più riprese, di marchetta kitsch per inchinarsi al pubblico nostalgico e spillare l’obolo della misericordia.

2010, Hong Kong/Cina/Singapore
Regia: Daniel Lee
Soggetto/Sceneggiatura:  Daniel Lee,  Abe Kwong, Mak Tin-sue, Lau Ho-leung, Chan Siu-cheung
Cast: Donnie Yen, Vicky Zhao, Wu Zun, Wu Ma, Kate Tsui

Free Joomla templates by L.THEME