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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Bishonen

BishonenJet, gigolo, incontra Sam e al primo sguardo è subito amore. Ah Ching, collega e coinquilino di Jet, mette un annuncio personale a suo nome per rintracciare l'oggetto del desiderio per l'amico. Sam, che sembrerebbe flirtare con la bella Kana, rientra in scena e inizia a frequentare Jet, con cui nasce un'amicizia platonica ma ambigua. Nell'arco di poco tempo si incrociano i destini di Ching, Jet, Sam, un altro gigolo, Sindy, e K.S., una rockstar bohemien: tutti hanno segreti, scandali1 e bugie da nascondere, e aspirazioni e desideri irrealizzati da inseguire, primo della lista, il vero amore.
Vincitore al tredicesimo Festival Gay Lesbico di Milano e Bologna e selezionato per numerosi festival internazionali (tra cui Cannes, Deauville, Montreal) Bishonen (il titolo cinese, Mei Siu Nin Ji Luen, traducibile in Beauty, e la locandina del film traggono volutamente in inganno, facendo pensare a un triangolo mélo etero giovanile) unisce passione, sesso, disincanto, tragedia e confezione arthouse da esportazione. Nulla di nuovo, trattandosi di un film di Yonfan, apprezzato regista, autore personale e ancor prima fotografo celebrato: il poeta che è in lui ritorna sui suoi temi cari - l'amore cieco e la diversità sessuale (vista come costante e non come anomalia) -, resi disperati dalla smania dei personaggi di uscire dal proprio intimo purgatorio, oscuro e scintillante, e di trovare la vera felicità, fisica e spirituale. La facciata prevede Wong Kar-wai e Stanley Kwan, ancor più glamourizzati dalla patina da mega-spot (soprattutto nel finale iper-tragico), con il regista che esibisce tutta la sua competenza, aiutato dal bravissimo direttore della fotografia Henry Chung, alternando flashback, raccordi incrociati, macchina a scatti e non rinunciando nemmeno alla pedanteria minimalista della voce over2. Ma all'interno del guscio si intravede un (sotto)mondo vivace, credibile, movimentato, tutto al maschile, e il mélo insistito e laccato, segnato dalla musica avvolgente (nella colonna sonora c'è anche un tema struggente cantato da Coco Lee) e dai volumi architettonici della città, prende vita da solo. Yonfan tiene a mettere in risalto il fascino moderno e trasgressivo di Hong Kong, dove però le famiglie conservatrici, che senza saperlo accolgono in casa il peccato, parlano ancora in mandarino. Le troppe coincidenze sono volute e cercate: la sceneggiatura è abile a giocare con tutti i personaggi e con le molteplici possibilità d'incastro nei loro rapporti continuati, esplorando storie e universi tangenti. Un plauso ai bravissimi protagonisti, molti dei quali giovanissimi e non ancora affermati, coraggiosi nell'accettare ruoli non facili e scene molto erotiche che avrebbero potuto seriamente comprometterne il futuro inserimento nello star system.

Note:
1. Quello delle foto osé dei veri poliziotti in divisa è tratto da una storia realmente accaduta.
2. Il lento monologo, pur riassumendo il punto di vista del personaggio di Shu Qi (non doppiata quando parla in prima persona), è recitato da di Brigitte Lin.

Hong Kong, 1998
Regia: Yonfan
Soggetto / Sceneggiatura: Yonfan
Cast: Stephen Fung, Daniel Wu, Jason Tsang, Shu Qi, Terence Yin

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