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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Black Cat

Black CatIl successo di Nikita di Luc Besson è lo spunto per Black Cat, con Anne Parillaud sostituita dall'esordiente ex modella Jade Leung - cinese, nata in Svizzera e cresciuta a Hong Kong - e la regia affidata alle capaci mani del veterano Stephen Shin. L'operazione è finanziata da Dickson Poon per la sua D&B, la casa di produzione che qualche anno prima aveva lanciato il filone donne con pistole (cui Black Cat può per sommi capi essere ascritto) e la stella assoluta di Michelle Yeoh.
I tre sceneggiatori coinvolti decidono di puntare tutto su azione e spettacolarità. Riescono persino ad avere l'approvazione della protagonista, che incurante della propria incolumità non si tira indietro di fronte a nulla e sceglie coraggiosamente di girare senza controfigura tutti gli stunt previsti dal copione. Accanto a lei Simon Yam, nel ruolo di un agente della C.I.A. che la costringe a rinunciare alla sua vita precedente per salvarsi da una condanna penale riservatale da quelle strane circostanze dove sfortuna e ingiustizia incidono in pari misura. Il subdolo ufficiale governativo sfrutta il suo fascino per ottenere la fiducia della donna e dopo un addestramento duro - il trattamento comprende anche un microchip impiantato a tradimento nel cervello necessario a monitorare la comunque ribelle ex galeotta - incomincia ad affidarle missioni segrete sempre più delicate. Gli omicidi, di questo si tratta, sono eseguiti con precisione e determinazione, e solo con la comparsa di una seconda figura maschile, a cui la gatta nera si affeziona troppo, le cose precipitano.
La messa in scena è immaginifica quando si tratta di orchestrare inseguimenti, sparatorie o rese dei conti, ma abbastanza monocorde nel momento in cui dai fatti si torna alle parole. Emerge un dato: il budget serve per esplosioni, macchine distrutte, sangue finto e armi in dotazione alla troupe, per tutte le sequenze di raccordo ci si deve accontentare del poco che avanza. Shin si adegua con mestiere e confeziona quanto richiestogli come fosse un esercizio e finisce per mancare in personalità. La pellicola ne risulta di conseguenza asettica e priva di quell'intelligenza che aveva contraddistinto i migliori lavori del regista. Il pronosticato successo interno e una certa fama guadagnata all'estero presso una critica troppo accondiscendente1 hanno permesso la realizzazione di un sequel ufficiale (Black Cat II, girato in Russia) e di uno solo nominale (Black Cat in Jail). E hanno altresì consentito ad un'attrice poco dotata come Jade Leung di ripetere lo stereotipo in una decina di film di qualità variante tra il mediocre e il discreto e di rischiare la vita in un incidente occorso sul set di uno di questi (Satin Steel).

Note:
1. «Un film incredibilmente violento e estremamente soddisfacente [...] con alcune scene indimenticabili. E sotto molti aspetti [...] superiore all'originale.» Thomas Weisser - Asian Cult Cinema (Boulevard Books, 1997).

Hong Kong, 1991
Regia: Stephen Shin
Soggetto / Sceneggiatura: Lam Wai Lun, Chan Bo Sun, Lam Dan Ping
Cast: Jade Leung, Simon Yam, Lam Cho Fai

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