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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Chinese Torture Chamber Story

Chinese Torture Chamber StoryGirato in fretta riciclando scenografie e costumi di Hail the Judge (con Stephen Chiau, sempre prodotto da Wong Jing), Chinese Torture Chamber Story riprende la mitologia della dinastia Ching in chiave erotico-grottesca, e rilancia il Cat. III di produzione medio alta al box office, dove ha incassato molto bene. Il marchio Golden Harvest non è un caso, visto che proprio la compagnia di Raymond Chow sul finire degli anni ottanta aveva lanciato la moda del softcore in costume, di grande successo commerciale, con Erotic Ghost Story e Sex and Zen. Storia esile per giustificare tante nudità e le torture del titolo, inflitte a una coppia di innamorati - lui è un letterato, lei la sua graziosa domestica - per spingerli a confessare l'omicidio del marito della donna.
Cult movie, approdato curiosamente anche dalle nostre parti (per il mercato dell'home video, in un'orribile versione pan & scan, doppiata malissimo, dal titolo La camera delle torture cinesi), Chinese Torture Chamber Story in fondo è poca cosa: non diverte, non disgusta e non eccede nell'esibizione del sesso. Piuttosto si dimostra compiacente e sopra le righe, citando e parodiando in chiave lussuriosa ogni possibile referente. Da Ghost, cui ruba (in una reinterpretazione personale della scena principale) il tema portante della colonna sonora (rifatto con strumenti tradizionali), a Cenerentola (il piede piccolo e la scarpetta persa), passando per il Judge Pao televisivo e l'intera tradizione wuxiapian. La sceneggiatura è ricca di idiozie di dubbio gusto, e non si ferma di fronte a nulla: doppi sensi volgari, allusioni scatologiche, dettagli macabri, tanta misoginia, trivialità assortite, paragoni irriverenti. Guardando in casa (i vizi orientali applicati al medioevo giudiziario cinese: il tormentone del seno piccolo; la figura del super dotato dagli istinti bestiali) e fuori (torture, oggettistica sessuale e bondage tipicamente giapponesi) Bosco Lam, esecutore senz'anima della mente Wong Jing, cerca di fare ironia spicciola e di coinvolgere lo spettatore abituato alle stesse situazioni, ma serie. Il regista, che racconta la storia a spezzoni, sfruttando flashback e mezze verità, neanche si rende conto di avere per le mani un thriller potenziale, e rovina la possibile suspense con un finale sbiadito. Parco attori discretamente assortito: il povero Lawrence Ng, buon attore, è stato costretto dal successo di Sex and Zen a ripetersi senza gloria in Cat. III in costume. La bella Yvonne Yung, icona del softcore scorretto (Can't Stop My Crazy Love for You), ha solo due espressioni - occhi serrati e bocca spalancata; occhi spalancati e bocca serrata -, da alternare a caso. Nel cast di supporto spiccano Tsui Kam-kong e Julie Lee, in un breve ma divertente accoppiamento volante che sfrutta in maniera molto originale wire-work e topoi del wuxia, e Yuen King-tan, unico personaggio di alleggerimento (comico) sopportabile.

Hong Kong, 1994
Regia: Bosco Lam
Soggetto / Sceneggiatura: Cheuk Bing
Cast: Yvonne Yung, Lawrence Ng, Tommy Wong, Yuen King-tan, Tsui Kam-kong

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