Kung Fu HustleUn sempliciotto che si vuole far passare per gangster a tutti i costi scoprirà sulla sua pelle cosa significa sfidare combattenti più potenti di lui e criminali incalliti. La perseveranza sulla strada sbagliata, la vicinanza di un unico amico, grasso e dal volto perennemente triste, e il ricordo di un amore di infanzia lo spingeranno a cercare il suo talento marziale per scontrarsi con un sifu folle e in rovina ma dalla tecnica portentosa. In mezzo, un'umanità improbabile: un villaggio che resiste alle prime avvisaglie di triadi, dei sicari che uccidono a suon di musica, marito e moglie assurdamente appaiati per colpire a bruciapelo e una piccola delicata storia d'amore destinata, chissà come e chissà quando, a sbocciare.

Con Kung Fu Hustle (in italiano uscito come Kung Fusion) Stephen Chow smorza i toni e nell'accontentare, in maniera non ruffiana, i gusti del pubblico retrocede, dimostrandosi in fase di inevitabile involuzione. Il genio del moleitau spersonalizza il suo talento comico a fronte della ricerca dell'effetto speciale digitalizzato e di una perfezione estetica e stilistica non necessarie, a sminuirne la carica demenziale. L'attore-ormai-regista immola dunque il suo umorismo immediato, divertente, politicamente scorretto. E pur non abbandonando i temi cari (le arti marziali; il mito del perdente, dell'idiot savant che si riscatta; il gusto per il grottesco nella caratterizzazione dei personaggi), gli ultimi incontri professionali proficui (Tenky Tin, Lam Tse Tung, ma anche un grandissimo Yueh Wa, già al suo fianco in passato con risultati eccellenti) e la violenza catartica, in dosi massicce e mostrata nel dettaglio grafico, finisce per caricarsi di un peso extra-cinematografico di idolo e figura guida di un'intera industria. Stephen Chow si autoelegge oggi a predestinato, al pari di un Jackie Chan, e allo stesso modo inverte la rotta e timidamente si mostra reticente a osare come ai bei vecchi tempi, ad abbandonarsi alla farsa scatenata fregandosene della forma, quando l'oltraggio non era di maniera bensì fantasioso e spregiudicato, tanto nei toni (grezzi) quanto nei contenuti.

Ottime coreografie, citazioni a bizzeffe, da Gangs of New York al più pregnante House of 72 Tenants, e attori dai volti stralunati e sempre in parte (molti sono guest star eccellenti) alleviano quanto basta la delusione di chi si aspetta meno dal regista e molto di più dall'autore comico. Con solo una scena, a base di coltelli, da incorniciare, da ricordare ridendoci su e da raccontare agli amici, Kung Fu Hustle, il cui ignobile titolo italiano, Kung Fusion, è purtroppo profetico circa i dubbi della sceneggiatura e degli artefici in fase di costruzione dell'opera, è lo Stephen Chiau meno spiazzante e più disfunzionale degli ultimi anni. In parole povere: il sorriso è di circostanza e la riflessione si ferma alla superficie dei fatti.

Hong Kong, Cina, 2004
Regia: Stephen Chow
Soggetto / Sceneggiatura: Stephen Chow, Tsang Kan-cheung, Chan Man-keung, Lola Huo
Cast: Stephen Chow, Yuen Wah, Yuen Qiu, Lam Tze-chung, Dung Chi Wa

 

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