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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Peace Hotel

Peace HotelIn attesa di ritrovarsi a Hollywood dopo tanti successi, John Woo, in veste di produttore, e Chow Yun Fat riescono nuovamente a intrecciare le rispettive carriere in Peace Hotel, scritto e diretto da Wai Ka-fai. Niente di meno che un esperimento, mascherato da western, classico epitaffio di un'epoca con tanto di cavalli e cowboys. Finisce l'epopea dell'heroic bloodshed, dell'hardboiled, dell'onore e degli eroi, si chiude idealmente il furore pirotecnico di Woo e dei suoi compagni noir della seconda New Wave e si aprono nuovi spiragli: verso un'idea di cinema totalmente nuova, più aggressiva nella forma e meno retorica nei contenuti. La transizione segna il punto di non ritorno, e non a caso non si tratta di un action metropolitano ma dell'esplicitazione fisica - e al tempo stesso metaforica - di tanti riferimenti accumulati a più non posso in un decennio di iper-produttività di alta qualità. Storia banale - un cavaliere invincibile dall'anima sporca, killer leggendario che si è ritirato per aprire un albergo dove dare rifugio ai disperati, si immola per tenere in vita un gruppo e un'ideale, e per concedere una seconda chance a una misteriosa donna combinaguai -, realizzazione deflagrante.
Wai parte da presupposti implicitamente irriverenti, nel mettere insieme l'epica wooiana si permette più volte di sbeffeggiare il suo produttore - le colombe, le piroette nei duelli, il ricorso continuato al montaggio parallelo - e il taciturno anti-eroe - significativamente soprannominato The Killer e reso ancor più statico da step-framing e flash fotografici -; ma allo stesso modo ne glorifica il coraggio e le fonti, unendo in un colpo solo wuxiapian, bullet ballet e western crepuscolare. Alla catarsi segue la riflessione, immediatamente preceduta dall'astrazione estetica, la stessa di Too Many Ways to Be No. 1 e di The Blade di Tsui Hark (il massacro finale, ripreso da ogni possibile angolazione), solo a tratti più razionale. Sarebbe facile citare Leone, Morricone - le splendide musiche di Cacine Wong e Healthy Poon che riempiono gli spazi e colorano di vita i momenti di stasi apparente - o John Ford (il mito che supera ampiamente la portata mor(t)ale dell'individuo), con il rischio di non accorgersi dell'influenza di Anthony Mann (la solitudine dell'uomo in missione) o delle nostalgiche citazioni da Monsieur VerdouxMio padre mi ha insegnato che se uccidi due o tre uomini sei un criminale, ma se ne uccidi tanti sei un eroe»).
Volutamente i personaggi risultano dei magnifici perdenti, come nei film di Peckinpah, irrecuperabili canaglie, nessuno dei quali con sufficiente carisma per ottenere perdono e simpatie del pubblico. Il contrasto umano è acuito dai piccati duetti tra un'ex puttanta doppiogiochista e un ex assassino imperfetto e sentimentalmente fragile. Prima di riprendersi il proscenio a colpi di spada e pistola, Chow si fa mangiare su due piedi dall'incredibile Cecilia Yip, fiammeggiante signora del peccato, irresistibile first lady, puledra di razza capace di convogliare su di sé ogni attenzione.
Ingiustamente maltrattato e sottovalutato, Peace Hotel rappresenta un'interessante incursione nella popolarità dei generi di un autore allora (non snobisticamente) alla ricerca di nuovi linguaggi cinematografici. E paradossalmente il punto di incontro tra esibizioni stilistiche e concessioni alle esigenze commerciali con incassi stratosferici e tante nomination agli Hong Kong Film Award (e un unico premio: alla canzone portante, cantata da Cass Pheng). Curiosità a margine: la sequenza in cui Chow, mitragliatrice in mano, stende gran parte dei suoi avversari non era stata originariamente inserita nel film ma è stata rimessa al suo posto solo nell'edizione video, che difatti dura un paio di minuti in più.

Hong Kong, 1995
Regia: Wai Ka-fai
Soggetto / Sceneggiatura: Wai Ka-fai
Cast: Chow Yun Fat, Cecilia Yip, Chin Ho, Lau Shun, Annabelle Lau

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