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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Rouge

RougeCon Rouge Stanley Kwan torna alle origini dello stesso cinema cinese: non per niente il titolo rimanda a quel Yanzhi (Rossetto) di Li Beihai, 1925, tratto da un racconto di P'u Sung-ling. Alla Golden Harvest hanno fiducia nel soggetto, considerando che fantasmi e storie d'amore di solito sono ben visti dal grande pubblico: saranno ripagati ampiamente. Tratto da un romanzo di Lillian Lee, sceneggiato dalla stessa autrice con l'ausilio del prezioso Yau Dai On-ping, il film nasce, un po' a sorpresa, grazie soprattutto all'apporto economico del mecenate Jackie Chan. Costretto a scritturare, controvoglia, la protagonista Anita Mui, che riuscirà però a farlo ricredere con una delle sue migliori interpretazioni, e scelto come suo partner l'efebico Leslie Cheung, Kwan (che incredibilmente neanche oggi apprezza particolarmente l'opera) comincia a lavorare su testo e immagini.
Prendendo a modello referenti più o meno illustri, come The Enchanting Shadow di Li Han-hsiang (1960), I racconti della luna pallida d'agosto di Kenji Mizoguchi (1953) o il poco noto La lunga notte di Veronique di Gianni Vernuccio (1966). I temi sono tradizionali, ma rielaborati per evidenziare il contrasto tra modernità, tradizione e contraddizioni di una società in piena evoluzione socio-economica. Il parallelo tra passato e presente non è foriero di un giudizio sommario, ma piuttosto compartecipe di una memoria storica che rende più vive e romantiche le proprie radici. E' naturale, allora, che la ghost-story sappia di già vissuto, con un fantasma che a cinquant'anni di distanza dal suicidio torna a Hong Kong per ritrovare il suo antico amore, che non ha avuto lo stesso coraggio e vive oggi sconvolto dal rimorso.
Rosso, come il sangue, ma ancora di più come rappresentazione della carnalità dell'amor fou. La caratterizzazione iconografica dello spettro non lascia dubbi sulle sue motivazioni: il viso pallido e le labbra di un colore intenso stordiscono e ammaliano. Allo stesso modo il confronto tra lo sbiadito presente e il colorato passato - a base di opera cinese e bordelli, con la cornice di una morale troppo rigida per le menti libere dei giovani ribelli - è un vero colpo al cuore. Sfruttando aneddoti e flashback, Kwan si schiera a favore di un'epoca lontanissima (agendo più a livello mentale che cronologico e richiamando il vecchio splendido cinema di Shanghai) quando la vita era vissuta fino in fondo, oltre la follia del momento e la paura di responsabilità e conseguenze. I due giornalisti che aiutano Fleur nel suo tentativo di ricongiungersi con il debole dodicesimo maestro Chan Chen-pang sono fotocopie incolori dei precedenti epigoni: sono loro i primi a rendersene conto e a farsene pragmaticamente una ragione. Due epoche, due stili di vita, due modi di pensare agli antipodi: da un lato il trasporto senza freni inibitori, dall'altro la repressione controllata delle emozioni troppo forti (non solo l'amore, anche la paura).
Perno di un simile gioco di rimandi è in fondo la superiorità della donna sul maschio debole, figura tipica del cinema cinese degli anni '50 e '60. Spicca per la sua assenza di personalità, scolaro galante, imbelle e incapace, che di rimando rafforza tragicamente lo spirito di una figura di basso rango che domina situazioni (sia antiche che contemporanee) e avversari, senza timori reverenziali. La patina di verismo, eredità della seconda New Wave cui Kwan di diritto appartiene, prevale sull'elemento fantastico, ma non ne rende inutile la presenza. Il coté iper-realista sublima infatti l'improbabile love story e ne rafforza commozione, fruizione e coinvolgimento da parte dello spettatore.

Hong Kong, 1988
Regia: Stanley Kwan
Soggetto: Lillian Lee
Sceneggiatura: Lillian Lee, Yau Dai On-ping
Cast: Anita Mui, Leslie Cheung, Alex Man, Emily Chu, Tam Tsi-hung

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