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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

To Be No. 1

To Be No. 1Un inizio in medias res precipita lo spettatore in un gorgo le cui mosse vengono svelate con cinica e pervicace lentezza, ritmo necessario a dissezionare l'impeto e la gloria passeggera di un gruppo di amici di strada sul viale dell'ascesa - vale a dire sull'orlo del precipizio. To Be No. 1 è il lato oscuro e brutale di Young and Dangerous. Dimenticato ogni lucore fumettistico, trascurata ogni star di richiamo (escluso il solito Simon Yam), privati i personaggi di ogni preventiva santificazione, ne rimane un'ombra dai confini indistinti, difficile da focalizzare se non concentrandosi e guardando più da vicino. Nessun intento morale, a parte quello di raccontare la realtà nella sua grigia crudezza; perché a guardie e ladri ormai non crede più nessuno, e se la polizia non può far altro che giocare al computer per passare il tempo, i teppisti e le triadi vivono in un mondo sospeso tra la contemporaneità e le tradizioni, tra l'onore e le baruffe rissaiole da strada, tra i compromessi e le leggi non scritte della convenienza. L'unico legame ancora esistente e valido è allora quello dell'amicizia, messa alla prova e quasi torturata, costretta a sfaldarsi da un mondo esterno sospeso tra la leggerezza di un anziano boss che si finge temuto e importante, l'ambiguita di un viveur che si è adattato a leccare i piedi per non crearsi problemi e la facile via di fuga della violenza. Una violenza che deborda e invade ogni luogo, che sia un night, le affollate strade della città in pieno giorno, un bar o le assolate spiagge in estate. Come sempre succede, la storia è allora un saggio simbolico e fortemente pretestuale per mettere a nudo le contraddizioni di un mondo nel mondo: il gradino più alto, la posizione dominande, si raggiunge solo con sacrificio e sforzo. E' una lotta sfibrante e nauseante che non può non cambiare chi la intraprende. Ha sue regole fisse e stabilite che nessuno può cambiare; e se qualcuno si azzarda a provarci, non può che collassare sulle proprie intenzioni. Detta in altri termini, l'arrampicata sociale ha un prezzo ben evidente e chi non è disposto a pagarlo si sta costruendo un destino ineluttabile, anche se si rifiuta di accettarlo: o si rinuncia in partenza al tentativo, vivendo solo nei gangli del potere, nascondendosi e prosperando negli intersizi, o si deve rinunciare all'amicizia, si deve scendere a patti con la propria etica e la personale concezione del mondo. L'ascesa facile e prepotente del crimine organizzato è quindi una macchina determinista che macina e tritura i sogni con ineluttabile cecità. Vi sono altre strade, naturalmente, sono quelle del sacrificio e dello sforzo quotidiano, doppiamente lacerati dal lavoro e dalle tentazioni di una strada più semplice. Così il padre che si oppone a che il figlio lasci l'università e diventi un teppista deve lottare doppiamente, una lotta impari che ha però la valenza di rito di passaggio, superato il quale si è pronti ad entrare nella società adulta.
TO BE No.1 ha una trama consolidata; il suo limite evidente - peraltro affrontato con consapevolezza - è allora quello di non cercare strade nuove per sviscerarne le implicazioni, preferendo una struttura già testata e resistente alla prova del tempo. Se da un lato questo porta la pellicola a scelte sul limitare del deja vu, dall'altro permette di concentrare l'attenzione sugli aspetti più viscerali. La sospensione dell'incredulità che precipita nel vortice di vendetta, amicizia e onore tradito è allora basata sugli umori che trasudano tra le righe di una regia realistica e nervosa, più che sulla messa in scena sontuosa e le scelte stilistiche ricercate.

Hong Kong, 1996
Regia: Raymond Lee
Soggetto / Sceneggiatura: Nam Yin
Cast: Julian Cheung, Allen Ting , Danny Lee, Simon Yam, Ben Ng

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