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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Zodiac Killers

Zodiac KillersZodiac Killers è uno yakuza eiga pessimista con controllate incursioni nel mélo noir patriottico (gli assassini in motocicletta che sfoggiano orgogliosi le bandiere nazionali): per quanto potesse essere difficile ipotizzarlo in potenza, Ann Hui riesce a coniugare la propria personalissima autorialità alla vena exploitation (non gratuita) di grossi calibri quali Ishii Takashi, Miike Takashi (senza eccessi) o Ishii Sogo. Non solo per l'insolita ambientazione nipponica o per la trama di per sé polifunzionale (fino all'epilogo è aperta ad ogni possibile apertura e ad ogni soluzione desiderabile), quanto più per le atmosfere tese, da thriller cruento, e per i personaggi complessi. Come in The Story of Woo Viet, di cui ripesca la struttura e l'inquadratura finale, la Hui torna ad occuparsi con partecipazione di emigranti in difficoltà, e qui prova addirittura a sfatare un mito imperante preconfezionato, il Giappone (con la stessa veemenza di Patrick Tam in Nomad), che affascina più che mai i cinesi cerebralmente alla moda. Non c'è invece alcuna speranza di conciliazione: dei caratteri in gioco, tutti poveri e tutt'altro che affascinati, nessuno è abbastanza in gamba o troppo fortunato per potersela cavare. Né la marionetta principale, Ben, innamorato di Tien-lan, una club girl taciturna legata a un criminale in fuga; né chi lo circonda: un suo amico, studente come lui e cameriere, in cerca della fidanzata scomparsa (e forse farebbe meglio a non sapere mai in che razza di giro è entrata); un ragazzo ambizioso e ricco, in procinto di imparentarsi con un potente clan yakuza (un errore che pagherà caro); una studentessa, coinquilina di Tien-lan, depressa e mantenuta da un poco di buono (senza possibilità di tornare indietro); una mamasan troppe volte vedova consolabile (senza rispetto per il lutto); un gangster idealista e generoso braccato e in cerca di vendetta (che darà il via, quasi senza volerlo, ad un tremendo bagno di sangue). La sceneggiatura amara prevede un percorso di partenza, una storia dominante e tante sottotrame che acuiscono il malessere esistenziale degli esuli, in terra straniera o in patria, senza troppe differenze. Non potendo (o meglio, non volendo) spingere troppo sul pedale della violenza e della patina del genere, la regista, alla ricerca della perfezione tecnica della messinscena - efficaci la colonna sonora misurata, la fotografia scura di David Chung e la direzione artistica autorevole e raffinata di Hai Chung Man -, sfiora l'algida inconsistenza stilistica, fermandosi per fortuna un passo prima della sterile esibizione di bravura senza sostanza. Come contraltare ha il pregio di saper valorizzare a dovere i due protagonisti - Andy Lau che ripropone la sua miglior caratterizzazione, il loser di buon cuore, e una taciturna Cherie Chung in procinto di ritirarsi dalle scene: questo sarà il suo ultimo ruolo -, di farli sfiorare senza mai scoprirne le pulsioni, costringendoli sempre a trattenersi e a soffrire in silenzio.

Hong Kong, 1991
Regia: Ann Hui
Soggetto / Sceneggiatura: Raymond To, Ng Lim Jan
Cast: Andy Lau, Cherie Chung, Suen Fook, Tou Chung-wah, Yasuaki Kurata

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