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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Morte (apparente) a Venezia: cose turche

 Toc, toc, è tornato Il Visionario. Per l'occasione si è trasferito al Lido, dove è certo che il materiale non manchi. Faide, ritorsioni, le aspesi, i rondi e tanto altri ancora. Ai blocchi di partenza il popolo della Mostra non ha perso occasione per sparlare di Müller e quindi del cinema orientale e quindi di certi autori, eccetera eccetera. Ad nauseam. Nei fatti è stata l'edizione con meno film dell'estremo oriente della gestione Müller e forse la più fragile, ma l'hanno massacrata ugualmente, giusto per non smentirsi. E se di momenti inspiegabili se ne sono contati diversi – un inginocchiante Werner Schroeter, un corpo estraneo come Jerichow: possibile che non ci fosse spazio che so, per un coreano? – in fondo il livello dei film, specie per quanto riguarda Usa e Giappone, si è mantenuto piuttosto alto.

Si segnala una ripresa della tendenza perniciosa verso il neorealismo terzomondista che chiaramente non uscirà mai dal circuito dell'essai estremo e che ben difficilmente lascerà un segno indelebile negli anni a venire. Roba da festival. Nutrivo speranze, invece, per il turco Süt, che mi ha permesso di conseguire un dubbio primato, quello di rapporto sonno-visione: titoli di testa con simbolismo a sfondo mistico a base di serpenti – collasso del vostro cronista in un profondo sonno senza sogni durato 1h15' (!!!) – incidente di moto del protagonista (o almeno credo che lo fosse) – nuovo abbiocco – titoli di coda. Non posso dire di aver visto Süt, ma sto con il buon Kezich e con la sua teoria sui film «dormiti». A Schroeter tutti avrebbero voluto dormire, ma era un orario infelice e così hanno pensato bene di dedicarsi ad altro, ad attività più appaganti, tipo quella intrapresa dal topo di Bressane nel (bellissimo quanto imperscrutabile) A Erva do Rato.
Grazie al piccolo contributo del FEFF la nostra iniezione di trash non si è fatta mancare, con lo spassosissimo Monster X Strikes Back Attack the G8 Summit: un godzillone di terza classe si abbatte sul G8 e semina il panico in un consesso di leader da operetta, con l'italiano che vede pizza e Vesuvio ovunque e Sarkozy che insegue gonnelle à go-go. Molto meglio della mega-produzione thai di Queens of Langkasuka, il Pirati dei Caraibi vs. Signore degli anelli di quelle lande bizzarre. Suona come una ripetizione, visto l'esito del Far East, ma è ancora il Giappone a dirci le cose migliori: Kitano (Achilles and the Tortoise) conclude la trilogia più autodistruttiva e meno compresa del mondo con una struggente elegia sull'arte, Miyazaki (Ponyo on the Cliff by the Sea) – seppur con un film minore – incanta ancora e Mamoru Oshii (The Sky Crawlers) regala un complesso dramma d'animazione bellico-filosofico destinato a lasciare il segno. Il raffronto Oshii-Bigelow, su due diversi modi di intendere la guerra come necessità (nel primo caso necessità di business, nel secondo necessità di vita), è forse stata la chiave più importante della Mostra.
Da segnalare pure il potenziale del malese Yeo Joonhan, che in Sell Out! si rifà ai Monty Python e mette una discreta ipoteca sul suo futuro come genietto del surreal-demenziale. Poi vedi i 51 minuti di Masahiro Makino e capisci che lui aveva capito prima di tutti gli altri (samurai ubriachi e slapstick insistito, come in un Drunken Master ante litteram in salsa jidaigeki). Sì, una Mostra molto migliore di come l'hanno dipinta i soloni che contano.

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