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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Marco Mak

Marco MakMarco Mak è diventato, con il passare degli anni, uno dei principali montatori del cinema di Hong Kong. Dopo la necessaria gavetta, a cavallo tra anni '70 e '80, divisa tra montaggio e aiuto regia, Mak decide di concentrarsi esclusivamente su una carriera da tecnico. Grande professionista, premiato solo due volte con l'Hong Kong Film Award, per Once Upon a Time in China nel 1990 e per The Storm Raiders nel 1998, a fronte di altre sei nomination (A Chinese Ghost Story II, Swordsman 2, Once Upon a Time in China III, Full Alert, Time and Tide, The Legend of Zu).
La carriera professionale di Mak è legata a due nomi, Tsui Hark e Andrew Lau, che lo hanno eletto in periodi differenti a proprio montatore di fiducia. E' responsabile del taglio delle principali opere della Film Workshop, dirette da Tsui o da lui solo prodotte, a partire da A Better Tomorrow III fino al recente Black Mask II. La collaborazione con Lau e la sua BOB & Partners è invece cominciata più tardi, con Mean Street Story, del 1995, per proseguire fino a The Wesley's Mysterious Story. Capace, affidabile, Mak rappresenta uno degli aspetti vitali del cinema per cui lavora nell'ombra, uomo di fatica le cui intuizioni permettono però ai registi di dare senso a evoluzioni e idee, ardite o classiche che siano. Tra i suoi capolavori: riuscire a tenere sotto controllo il vorticoso turbine sentimental-fantastico di Love in the Time of Twilight, dare ritmo con tagli veloci al divertente The Chinese Feast, evitare la noia nel patinato Love Generation Hong Kong, sottolineare il brio di Your Place or Mine!, rendere ancora più frizzante il grottesco Maniacal Night. Anche quando scende di livello e approda a produzioni minori, lo standard qualitativo è altissimo: è il caso di film del calibro di Raped by an Angel 5: The Final Judgement, Fist Power o The Blacksheep Affair, nobilitati dal suo tocco. Non sempre gli riesce il miracolo, ma anche nei peggiori interventi piattezza e grossolanità non trovano posto nel suo vocabolario.
Parallelamente alla carriera da montatore, primo indiscusso amore, Marco Mak riprova, a tanti anni di distanza dalle velleità degli esordi, la strada opposta, dietro la macchina da presa. Il debutto, lo sdolcinato Love Correction, mélo scialbo con Athena Chu e Nick Cheung, non lascia il segno. Dimostrando più che altro l'incapacità di Mak di giostrare gli elementi leggeri della commedia: già il secondo film, The Blood Rules, cancella le cattive impressioni dell'esordio. E' un noir crudo, adrenalinico, con personaggi rozzi ma vitali, recitato degnamente da un cast di secondo piano (capitanato da Michael Wong e Suki Kwan) e girato con furore agonistico. E' proprio la regia propositiva, che inventa inquadrature e situazioni al limite, a colpire lo sguardo con soluzioni moderne, ritmo e tensione.
Accumulando esperienza, Mak, che cura ovviamente il montaggio di tutti i suoi lavori, riesce nel difficile compito di salire ogni volta di un gradino, sempre più in alto: Cop on a Mission è un torbido hardboiled su un undercover diviso tra carriera e corruzione; The Replacement Suspect, remake di Albino Alligator di Kevin Spacey, un riuscito esercizio di affidabilità; l'episodio dell'horror tripartito Haunted Office un tentativo di sporcare ulteriormente il proprio stile con fantasmi e brividi; il nostalgico The Wall, seppure datato, una riproposizione compiaciuta e piacevole di stereotipi classici del cinema d'azione cantonese degli anni '80. Se non è tutto oro quello che luccica, come dimostra l'orribile incidente di percorso a nome The Peeping, torbido thriller erotico patinato e prevedibile, c'è anche in faretra materiale sufficiente per un capolavoro, ancora oggi assolutamente e ingiustamente sottovalutato, A Gambler's Story. Black comedy, dramma umano, bildungsroman sui generis, è un trattato di bassa popolarità a lungo mascherato da gambler movie senza pretese. Dai tempi del più ambizioso Too Many Ways to Be No. 1 un prodotto non riusciva a colpire, sfruttando recitazione di altissimo livello (ancora Suki Kwan, spesso usata da Mak come musa, e un indimenticabile Francis Ng, perdente e sfortunato) e senso del grottesco, le corde profonde di sentimento e coinvolgimento totale. Prima dell'atteso XanDa, epica dissertazione marziale prodotta dal mentore Tsui Hark bisogna anche tenere conto di una regia in condivisione con Wong Jing, Colour of the Truth, spin-off improprio di Infernal Affairs che al film di Lau ruba uno dei protagonisti, Anthony Wong, e ne mantiene alta la dignità di poliziotto in missione, tra dialoghi calzanti e scene action di ottima fattura.

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