The Mermaid

Scritto da Sergio Di Lino. Postato in FILM

The Mermaid

Tra gli ultimi a capitolare di fronte alle lusinghe delle grandi corporation cinematografiche della Mainland, Stephen Chow è assurto per una breve stagione a ultimo bastione del cinema cantonese, ormai quasi completamente inglobato nella vorace industria mandarina. Si era nei primi anni Duemila, e a fronte del “tradimento” dell'altra star dell'action-slapstick hongkonghese Jackie Chan, tanto lesto quanto privo di rimorsi nel riciclarsi impavido patriota al servizio di Pechino, Chow provava a resistere, tenendosi stretta la propria identità e, di riflesso, quella di una comunità cinematografica sottoposta a una severa diaspora di ritorno.

E se già Kung Fu Hustle si concedeva - non solo per ragioni drammaturgiche - di caricarsi sulle spalle un poco agile compromesso cultural-idiomatico (il film era parlato parte in mandarino e parte in cantonese), è stato solo con i successivi CJ7 - girato quasi interamente in mandarino ma distribuito a Hong Kong e in larga parte del mondo in versione doppiata in cantonese - e Journey to the West: Conquering the Demons - girato e distribuito interamente in mandarino, e prontamente premiato al botteghino dal pubblico di casa - che l'ormai solitaria resistenza di Chow è venuta meno e il suo assorbimento nell'industria cinematografica cinese si è definitivamente compiuto.

Guerre fredde, cuori spezzati, ma la Cucinotta chi se l'aspetta?

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in IL VISIONARIO

Cold War 2Il cinema spesso agisce come un anticorpo. Più mette in scena la violenza nelle strade e più queste restano sicure. Al di là di facili slogan, come quello che campeggia nella stazione di polizia di Cold War 2, “Asia’s Safest City”, Hong Kong è sostanzialmente una città sicura. Ma non lo si può certo dedurre dal film di Longman Leung e Sunny Luk, ultimo di una lunga tradizione di polizieschi catastrofici in cui la sicurezza sembra non esistere, di fronte a criminali ubiqui e onnipotenti.

Nella saga di Cold War, però, i criminali non sono dei fuorilegge qualsiasi: il gioco di guardie e ladri è in realtà più di guardie e guardie, esasperazione di una lotta di potere tutta interna alla polizia che lascia dietro di sé una ragguardevole scia di sangue.

A Tale of Three Cities

Scritto da Sergio Di Lino. Postato in FILM

ATO3C

Dietro la parafrasi dickensiana del titolo, c’è un progetto accarezzato per molti anni da almeno tre persone. Le prime due sono Mabel Cheung e Alex Law, marito e moglie e al tempo stesso saldo sodalizio cinematografico, fattosi strada a suon di successi di pubblico e critica sin dagli anni Ottanta. Oggi è soprattutto Alex il regista di casa, mentre Mabel – che si è già fatta valere dietro la macchina da presa soprattutto prima del Duemila, vedi alle voci An Autumn’s Tale (1987) e The Soong Sisters (1997) – si occupa principalmente di produzione.

Con le dovute eccezioni, ovviamente: nel 2003 Mabel Cheung ha diretto il documentario Traces of a Dragon, ritratto entusiasta ma non agiografico di Jackie Chan e della sua famiglia. Proprio Jackie Chan è la terza persona che aveva a cuore il progetto A Tale of Three Cities, dal momento che il film è in sostanza la duplice biografia – neanche troppo romanzata, stando alle rassicurazioni di Jackie – dei genitori dell’attore e regista di Hong Kong.

Ten Years

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in FILM

Ten Years

Come potrebbe essere Hong Kong tra dieci anni? È ciò su cui si interroga Ten Years, un omnibus composto da cinque episodi, differenti per stile e contenuto, ma accomunati dall'esigenza di risvegliare le coscienze assopite dell'ex colonia britannica. In Extras, di Zune Kwok, due delinquentelli vengono assoldati per attentare alla vita di due politici e far così credere che l'omicidio, voluto da membri filo-governativi, abbia una matrice terroristica. In Season of the End di Wong Fei-pang, una coppia è perseguitata da incubi apocalittici e trascorre l'esistenza ad utilizzare la tassidermia per classificare e studiare le specie viventi sopravvissute. In Dialect di Jevons Au, un tassista che parla solo cantonese e fatica a imparare il Putonghua è emarginato fino al punto di perdere il lavoro, in una Hong Kong alle prese con un'evoluzione forzata anche linguistica. Self-immolator di Chow Kwun-wai è invece un mockumentary su Au-yeung, un ribelle che ha cercato di richiamare l'attenzione del Regno Unito sugli accordi disattesi con la Cina, fino a morire in seguito a un lungo sciopero della fame. Infine, in Local Egg di Ng Ka-leung una fattoria chiude in seguito a nuovi regolamenti e guardie rosse minorenni verificano che le attività commerciali non vendano nulla che rientri nella lista delle merci proibite dal governo.

Trivisa

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in FILM

Trivisa

I tre "Re dei Ladri" sono uniti da un destino invisibile nella Hong Kong 1997, che si appresta a ritornare in seno alla Cina. Stanchi dei compromessi a cui sono costretti dal nuovo scenario politico, i tre decidono di unire le proprie forze.
Trivisa indica i tre "veleni" del buddhismo: Illusione, Furia e Avidità, incarnati dalle personalità di Cheuk, Kwai e Yip. Un film che per i suoi contenuti potrebbe sembrare una scheggia di anni '90 proiettata in un'altra epoca, un messaggio in una bottiglia lasciato per qualche alieno di passaggio, a indicare come fosse Hong Kong prima del 1997. Ma che su un piano più profondo dimostra la sua collocazione nel terzo millennio e il suo sguardo à rebours verso l'handover dell'ex colonia.

Ip Man 3

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in FILM

Ip Man 3

Non ci credeva più nessuno a un seguito della saga di Ip Man. Troppi i film succedutisi sul personaggio, troppi i problemi tra Raymond Wong e il duo Wilson Yip-Donnie Yen, superati solo da quelli sui diritti di utilizzo dell’immagine di Bruce Lee, per cui era prevista una resurrezione in computer graphics. Ma ha prevalso la voglia (e il cash-in ad essa correlato) di rivedere su grande schermo l’eroe più amato del cinema recente di Hong Kong e di assistere forse all’ultimo ruolo da protagonista di Donnie Yen in un film di arti marziali. Oltre allo scontro già reso mitico dai trailer tra Donnie e Mike Tyson, uomo dal pugno realmente di ferro.

Ancor più degli episodi precedenti, Ip Man 3 non è un biopic ma un’opera di fantasia. Gli anacronismi e le “libere interpretazioni” della vita del Maestro – un figlio che non invecchia mai, una moglie da cui non si separa mai, un Bruce Lee che non parte mai per gli Stati Uniti – ormai non si contano più, ma è chiaro come ormai quella di Ip Man sia una figura essenzialmente di celluloide (o di pixel, oggi), che ha abbondantemente superato per numero di imprese e importanza identitaria quella reale.

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