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In mezzo a un deserto si trova la dimora di Feng Ou-yang (Leslie Cheung), guerriero divenuto sicario a noleggio. Gli fanno visita diversi personaggi, ognuno con le sue storie e le sue bizzarrie: uno spadaccino che sta diventando cieco ed è pronto al suo destino (Tony Leung Chiu-wai), uno spadaccino esuberante in cerca di un'identità (Jackie Cheung), un fratello iperprotettivo e relativa sorella (Brigitte Lin), un fascinoso e solitario individuo venuto per dimenticare (Tony Leung Kar-fai).
Tutto inizia e finisce nel mare dell'oblio. Amore e memoria, amore e oblio. Amore che cresce con la lontananza dalla persona amata. Amore che muta, muore e rinasce come le stagioni che si susseguono, colorando di nuove sensazioni uomini capaci di imprese straordinarie ma minuscoli e indifesi di fronte al mistero del sentimento. Tra le tante cose che include in Ashes of Time, summa assoluta del suo pensiero, Wong Kar-wai rende palese come mai prima uno dei topoi della sua poetica: il vero amore è l'amore letterario, quello idealizzato e introiettato del dolce stil novo, che solo raramente si sposa con la concretizzazione dello stesso, ma lo supera di gran lunga per intensità e purezza (“the untasted fruit is the sweetest”). L'amore si mescola con la solitudine e con il rimpianto, mentre i vortici della passione paiono stare altrove e svolgere una mera funzione di surrogato. E pare quasi aver scelto un'ambientazione wuxia solo per poter affermare con maggior forza il concetto, senza nemmeno dover ricorrere agli strumenti prediletti della sua narrazione, quali le luci al neon, gli orologi o il fumo di sigaretta.
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L'esordio alla regia di Stanley Kwan scrive già chiaramente le coordinate del suo cinema, perfettamente ancorato alle tradizioni drammatiche cantonesi, eppure sempre febbrilmente alieno, alla costante ricerca di equilibrio tra la messa in scena spoglia e diretta della quotidianità e la minuziosa messa a nudo di particolari che consentano uno scarto rispetto alla superficie. L'oggetto d'analisi non sono semplicemente e solo le donne, come si potrebbe pensare guardando ai suoi film, che hanno bene o male sempre loro come protagoniste, ma anche, di rimando, ciò che emerge dal loro sguardo sugli uomini. Kwan guarda alle donne con una capacità analitica profonda, ritraendole nelle loro molteplici sfaccettature finalmente lontane da sessualizzazioni forzate. Tramite i loro occhi restituisce poi figure di maschi mai così fragili, vulnerabili e umanamente umani, privati del loro ruolo di guida e modello sociale.
Per operare questo doppio salto, Kwan non ha bisogno di statiche teorizzazioni: si muove docilmente entro i confini della commedia romantica briosa, a tratti persino frivola. In questo senso la storia della separazione tra l'affascinante Derek e la taciturna Bo-er, sposati con figlio, a causa dei tradimenti di lui, potrebbe essere quella di decine di altre commedie coeve. E probabilmente in altre mani lo sarebbe stata: Kwan però è più interessato ai personaggi, o meglio, alle persone, piuttosto che ai bisticci amorosi, solitamente trasformati sullo schermo in veicoli per star da imitare o su cui sognare. Il romanticismo nasce prima di tutto dalla costruzione di figure inebriate di vita, di un universo completo e conchiuso in grado di parlare allo spettatore. E' come se, con la macchina da presa sempre attenta ai particolari, Kwan riuscisse a sfondare quell'invisibile velo che separa la storia dal personaggio, facendo sprofondare chi osserva in una sensazione, prima ancora che in un'ambientazione.
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A seguito di un tragico incidente d'auto muore Tony, lasciando nella disperazione la moglie Mandy e i figli Oscar e Melody. Quest'ultima per i postumi dello stesso incidente finisce per perdere la vista. Per Mandy, Oscar e Melody, anche a distanza di anni, il trauma è impossibile da superare e così Melody pensa che l'unico modo per ricondurre la famiglia alla normalità e riportare in vita Tony sia scrivere di lui, in un universo immaginario in cui sia lui l'unico sopravvissuto dell'incidente... Con Written By Wai Ka-fai sembra volersi candidare definitivamente al ruolo di Charlie Kaufman di Hong Kong, sempre più intento a interrogarsi su potere e natura dello storytelling, quasi come un Narciso che ami rimirarsi nello specchio d'acqua. Che Wai sia un maestro della parola e un creativo inesauribile – come ci ribadisce ad ogni occasione Sua Maestà To - è fuor di dubbio; è meno certo che abbia i mezzi per tradurre questo talento in un linguaggio visivo – oltre che ritmo, direzione degli attori ecc. - all'altezza, perlomeno quando To gira altrove. Debutto di Too Many Ways to be N.1 a parte, naturalmente, ma da quel geniale precursore di Sliding Doors virato noir son passati eoni. .
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Dopo due anni dall’ascesa di Lok (Simon Yam) ai vertici della triade Wo Sing, arriva il tempo di scegliere un successore. Election 2 – Harmony is a Virtue riprende la strada lasciata con il finale di Election e lo fa con un passo più politico e meno didascalico, tratteggiando le dinamiche del potere triadico alle prese con le ambizioni alla normalità di Jimmy (Louis Koo), che diventa il candidato prescelto a raccogliere il testimone di Lok. La questione è che il Lok che esce dai due anni di reggenza non ha intenzione di rinunciare, e Jimmy, seppur riluttante in principio, si rivela un avversario più pericoloso del Big D interpretato da Tony Leung Ka-fai nel primo film.
Il destino non si cambia e per ogni azione ci sono conseguenze da affrontare: chi le sa accettare e riesce ad adattarsi al substrato degli eventi sopravvive, chi nega la forma del mondo per tracotanza d'imposizione della propria volontà soccombe. L'armonia è davvero una virtù, ma nella Hong Kong del dopo handover, il termine armonia ha cambiato significato, e nella scena finale di Election 2 Johnnie To ci spiega i suoi perché.
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Oltre a essere il cuore del business internazionale di Hong Kong, Wan Chai è anche, con ogni probabilità, uno dei distretti più densamente popolati e al tempo stesso meno turbolenti della metropoli asiatica. A dispetto di una schizofrenia urbanistica che accosta – più che in altre zone della città – senza soluzione di continuità avveniristici grattacieli (quelli al cui primo piano si sviluppa, tramite una fitta rete di viali sopraelevati, un vero e proprio “secondo strato” del tessuto urbano, denso di esercizi commerciali e uffici) e fatiscenti palazzoni diroccati, pare che il tasso di criminalità della zona sia tra i più bassi dell'intera area urbana; al punto che i poliziotti hanno il loro da fare soprattutto quando si tratta di soccorrere bimbette smarrite, recuperare gattini dalle sommità di qualche albero o aiutare una vecchietta ad attraversare la strada.
Questo è almeno il giudizio che pare trasparire da Crazy N'the City, decima regia del veterano sceneggiatore James Yuen, dal momento che il suo film racconta, ostinatamente e con pochissime deroghe, l'ordinaria routine professionale dei poliziotti di ronda nel distretto.
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Lau Ching-wan è una guardia del corpo debitamente scoglionata ma dal cuore buono, che si trova a fare da autista per Gigi Leung, viziatissima figlia di un riccone, nel suo quotidiano tour dello shopping, in macchina e/o elicottero. All’inizio sarà dura, ma poi riesce a prendere le misure dei capricci della rampolla, e approfittando della fiducia acquisita si rende artefice di un complotto di famiglia per farla crescere e prendersi carico delle sue responsabilità. La situazione però gli sfugge di mano, i sentimenti prendono il sopravvento e sarà dura tornare sui propri passi.
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The Brain (Louis Koo) è impeccabile nell'inscenare incidenti per mascherare quelli che in realtà sono delitti su commissione e per farlo si serve di un collaudatissimo team di professionisti. Quando il membro più anziano comincia a perdere colpi e qualcosa va storto, The Brain non accetta il fatto che possa trattarsi di una coincidenza e crede fermamente in un complotto ai suoi danni, ordito dall'agente assicurativo Fong (Richie Ren), perseguendo il suo progetto fino all'esasperazione.
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Da un viaggio dall'ufficio a casa nell'auto del capufficio Tom (Ekin Cheng) emergono le dinamiche relazionali tra i colleghi: l'attrazione non corrisposta del timido John (Derek Tsang) verso la vanesia e sbarazzina Jewel (Chucky Woo), ma soprattutto la relazione più matura ma non meno problematica tra Pearl e lo stesso Tom, sposato e padre di due figli.
Le aspettative di fronte al debutto della sceneggiatrice di una pietra miliare del melò come Comrades, Almost a Love Story e di un altro gioiello come Goddess of Mercy erano elevatissime; e Claustrophobia, a suo modo e senza tanti clamori, le rispetta. I primi venti minuti del film - complice la strepitosa fotografia di Mark Lee Ping Bing, abituale direttore della fotografia per Hou Hsiao-hsien – sono pura manna dal cielo per ogni amante del cinema di Hong Kong. L'introduzione ai personaggi e ai fili che sottilmente li uniscono e li dividono avviene nel mezzo del traffico cittadino, con taxi e semafori a giocare il ruolo di coro greco, contrappunto visivo ed emozionale dei sentimenti in gioco. Pigiando sui tasti giusti, Ivy, maestra assoluta in faccende d'amore, riesce a coinvolgere in un plot che, anche consistesse in un unico McGuffin, affascina inesorabilmente per lo stile della narrazione e per la verosimiglianza insita nella sua incompiutezza e insoddisfazione.
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