Yip Man: una leggenda di successo

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in APPROFONDIMENTI

Yip Man

“Non esistono uomini sottomessi alle mogli, ma solo uomini che le rispettano”.

In una frase tutta la filosofia del maestro del wing chun. O quantomeno come la vulgata lo dipinge: sobrio, schivo, amante delle cose semplici, saggio in tempi di ricchezza e di povertà, di guerra e di pace, di indipendenza e di schiavismo. Yip Man - nato a Foshan nel 1893 e morto a Hong Kong nel 1972 - è stato oggetto, negli ultimi anni, di un’agiografia romanzata, che parte dal suo ruolo di maestro di Bruce Lee per arrivare a simbolo dell’identità cinese anche nelle condizioni più avverse. Non ci sono notizie sui primi anni di vita, solo qualche testimonianza di Lo Man-kam, nipote del Maestro e oggi sifu di wing chun a Taiwan.

 

E il sesso poté più dei blockbuster: l'incredibile successo di Sex and Zen 3D

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in APPROFONDIMENTI

Sex and Zen 3DLa notizia ha fatto il giro del mondo; con un risalto che non toccava più a Hong Kong e al suo cinema da tempo immemore. Sex and Zen 3D: Extreme Ecstasy ha incassato – a fronte del suo budget risibile di 300 mila euro – la bellezza di 1,53 milioni di euro in una settimana, di cui 255 mila nel primo giorno di programmazione, ben 20 mila in più di Avatar di Cameron. Per un incasso totale superiore - nell'intero 2011 e nella sola Hong Kong - ai 3,6 milioni di euro. Cifre e notizie che appartengono al passato remoto dell'ex-colonia, agli anni '80 e primissimi '90, in cui la allora terza industria cinematografica al mondo era una delle pochissime a relegare i blockbuster americani in posizioni defilate nelle classifiche del box office. Che questo ritorno di fiamma avvenga oggi, per un film erotico in 3D che rappresenta il non plus ultra in termini di exploitation, forse lascerà l'amaro in bocca agli amanti del cinema di Hong Kong che fu - dal lirismo di Wong Kar-wai al gusto per la meraviglia di Tsui Hark - ma certo rappresenta un dato incontrovertibile, di quelli che non possono essere sottovalutati.

2006/2007: Rinasce il cinema cantonese

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in APPROFONDIMENTI

Dog Bite DogQuando la morte del cinema di Hong Kong, sanzionata dai dati ufficiali del box office e dalla diminuzione dei film prodotti, era ormai un dato di fatto, questo a sorpresa dimostra un incredibile istinto di sopravvivenza e prova a rigenerarsi, anche se sotto un’altra forma. Uscito di scena dal portone principale, tra lustrini e necrologi illustri, è rientrato in punta di piedi da una porticina di servizio; e nel giro di pochi anni, rispettando una ciclicità che è propria del cinema cantonese sin dal primo dopoguerra, ha recuperato alcuni dei suoi punti di forza. Suonano la carica i bassifondi e le manovalanze, anche se il ricambio di star system e forza registica è ben lungi dall’essere completato.

2003/2004: Il box office accelera, il digitale rallenta

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in APPROFONDIMENTI

Love for All SeasonsDopo due stagioni di transizione, in lieve risalita, l'annata 2003 è quella dell'impennata. Non tanto a livello quantitativo, con appena 71 pellicole prodotte approdate al cinema (in pianta stabile, si contano altrettanti film rimasti in programmazione solo pochi giorni o pensati direttamente come straight to video); piuttosto è la qualità media che sale nettamente e permette un primo sospiro di sollievo in confronto con il glorioso passato. Si comincia ovviamente con l'ennesima sfida agguerrita per la conquista del capodanno cinese, con Love for All Seasons di Johnnie To e Wai Kai-fai e My Lucky Star di Vincent Kok a darsi battaglia. Anche stavolta la spunta, di misura, il secondo: Kok, accortosi di avere per la mani una potenziale stella di talento, Ronald Cheng, subito gli cuce addosso un piccolo outsider di successo, il discontinuo Dragon Loaded, confermandosi astuto talent scout e regista sempre più affidabile. L'idea, tutta da verificare, è che Cheng diventerà il nuovo Stephen Chiau: in un anno in cui i grandi mattatori rimangono dietro le quinte (compreso Jackie Chan, che con The Medallion punta espressamente al mercato internazionale, collezionando stroncature ovunque) la scommessa porta facilmente buoni frutti. Il 2003 è soprattutto un'annata divisa in due, tra blockbuster costosissimi e piccoli progetti indipendenti. Nel primo caso il box office estivo incorona The Twins Effect, epopea digitale a base di vampiri e adolescenti, anche se il risultato è scadente; poi incensa, con maggior merito, il secondo e il terzo Infernal Affairs, sempre co-diretti da Andrew Lau e Alan Mak.
La trilogia ridà linfa al poliziesco, che torna con convinzione ad ambire a risultati di rilievo: non è tanto il caso di un noir sottotono come PTU, vero e proprio capolavoro, quanto dei più facili Heroic Duo di Benny Chan e di Colour of the Truth di Wong Jing e Marco Mak. Più curiosa la vicenda Running on Karma, sempre di To e Wai, che conferma la buona vena del duo e una maggior predisposizione al rischio, alla sperimentazione applicata alla commercialità dei generi: la pioggia di nomination e premi all'Hong Kong Film Award conferma la sintonia dei due registi con il grande pubblico e con la critica che conta (lo stesso discorso varrà qualche mese dopo per l'ambizioso ma mediocre Turn Colour of the TruthLeft, Turn Right, finanziato anche dalla Warner Bros). Il tentativo di lanciare nuove star, provando ogni strada possibile - la fiction coreana, la scena pop taiwanese -, non premia i produttori: è il caso del deludente Star Runner del redivivo Daniel Lee, con Vanness Wu e Kim Hyun-Joo. Tutto sommato va meglio a Barbara Wong, che con Truth or Dare: Sixth Floor Rear Flat azzecca una commedia giovanile, infarcita di cantanti emergenti, dal look di tendenza ma dai toni pacati, a metà tra il serial Friends e Wong Jing. Ma, con pochissime eccezioni (le Twins, Louis Koo, Eason Chan, Cecilia Cheung, che vince il suo primo premio importante per lo splendido dramma Lost in Time, diretto da Derek Yee), sono ancora le vecchie stelle a brillare maggiormente. Lau Ching-wan, Anthony Wong, Eric Tsang, Andy Lau, i due Tony Leung, Simon Yam si confermano economicamente e artisticamente affidabili, sempre amati dal pubblico.
Continua a muoversi con intelligenza Joe Ma, salito definitivamente sull'ultimo gradino della scala gerarchica grazie al successo di The Lion Roars e Love Undercover 2: Love Mission. Non basta il mezzo passo falso di Diva - Ah Hey a metterne in discussione il talento, visto che alla prova successiva, con il sottovalutato ma intenso Sound of Colors, previo benestare della Jet Tone di Wong Kar-wai e Jeff Lau, conferma la sua maestria nell'affrontare il mélo garbato con star da valorizzare. Al suo fianco registi che hanno trovato la propria nicchia dorata, come Gordon Chan (il grande sconfitto del capodanno con l'altalenante Cat and Mouse), come il vulcanico Chan Hing-kar (di volta in volta accoppiato ad un nome diverso: Dante Lam nel divertente Cat. III Naked Ambition, Patrick Leung nel simpatico ma tutto sommato vacuo Good Times, Bed Times), come Jingle Ma (Why Me, Sweetie!? lancia definitivamente il carisma dei protagonisti Louis Koo e Cherrie Ying, divi del futuro prossimo), come Ringo Lam (tornato ai vecchi tempi con la commedia d'azione Looking for Mr. Perfect), come l'ex sceneggiatore Raymond To (Miss Du Shi Niang), come il veterano Samson Chiu (che in Golden Chicken 2 mette insieme un cast di grandissimi attori in un film dolcissimo, pur meno equilibrato del precedente). Registi, sceneggiatori, produttori e attori, indistintamente, continuano a puntare sulla commedia per famiglie, sull'universalità delle gag, su un sorridere generalista. I grandi artigiani devono però guardarsi le spalle da una serie di autori emergenti, come Aubrey Lam, Carol Lai (coccolata dai festival europei) o Edmond Pang, tutti al secondo film, o come il versatile Cheang Pou-soi, che con The Death Curse incassa più del solito ma normalizza il suo stile. E, ancora più The Death Cursein basso, dalla selva degli indipendenti emergono nomi da tenere d'occhio: i Cat. III Fu Bo e Night Corridor fanno intuire grandi cose, tanto che Wong Ching Po, regista del primo, passa subito alla serie A dirigendo un hit annunciato, Jiang Hu. Meno eclatanti Source of Love di un grande vecchio finora disperso, Stephen Shin, il cheap I Want to Get Married e Let's Love Hong Kong.
Nell'anno della leggerezza (meritano la menzione anche: Herman Yau per il coraggioso musical Give Them a Chance, il mélo dai toni soffusi Feel 100% 2003 e lo sfrenato Wong Jing dei riuscitissimi Honesty e The Spy Dad), delle coproduzioni con la Cina (come Memory of Youth o Sky of Love, remake del sudcoreano Ditto), degli effetti speciali digitali appiccicati alla realtà (non solo e non tanto The Twins Effect, ma soprattutto The Park, in 3D, e Black Mask II, entrambi dimenticabili), solo il cinema del brivido continua a non trovare neanche in minima parte il giusto percorso. Uno sbandamento confermato dal modesto Shiver, dall'orribile The Park, dai poverissimi nuovi episodi, il diciottesimo e il diciannovesimo, della serie moribonda Troublesome Night, dallo sciatto Holy Terror in the Village. Segno che il cinema hongkonghese riscopre il suo passato di allegria cantonese nella commedia, riprende l'elengaza del grande cinema mandarino nel dramma e nel noir e abbandona gradualmente quei generi nati più di recente, come l'horror e il thriller, che subiscono più di altri la concorrenza e la superiorità delle cinematografie limitrofie.

2004/2005: Un passo avanti

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in APPROFONDIMENTI

Kung Fu HustleIl cinema di Hong Kong, nella stagione 2004-2005, parte dalle sue certezze e punta su quei nomi forti che negli ultimi anni hanno saputo imporsi. E' il caso innanzitutto di Stephen Chiau, capace di sbancare il box office interno con Kung Fu Hustle e di presentarsi come antagonista credibile anche oltreoceano, Italia compresa, previo beneplacito dell'onnipresente Miramax. Il comico è riuscito finalmente a sfondare oltre i confini nazionali e a rimpiazzare Jackie Chan, il cui New Police Story è però molto piacevole, nell'immaginario comune dello spettatore occidentale abituato a cercare, nel cinema cantonese, stupore, tecnica e originalità. Il mercato interno continua a premiare Johnnie To, con (Yesterday Once More) o senza (Throw Down, Election, passato in concorso a Cannes) l'aiuto del fido Wai Ka-fai che da solo non bissa, con il ridicolo Himalaya Singh, la geniale follia di Fantasia. Dal nulla, con gli ottimi Lost in Time e One Nite in Mongkok, riemergono il talento e la versatilità di Derek Yee.
Questi, ex protagonista dei film di arti marziali di Chor Yuen negli anni '70, ex regista prodigio nei due decenni successivi (C'est la vie mon cheri; People's Hero), con l'avvento del nuovo millennio smette i panni del produttore per il pupillo Law Chi-leung - in netta discesa, si veda il deludente Koma, giunto anche nei nostri lidi - e riprende in mano la sua carriera, tornando ad essere mattatore. Alla cerimonia di consegna degli ultimi Hong Kong Film Awards contende a Wong Kar-wai gran parte delle statuette in palio. Con 2 Young torna a lavorare con giovani popstar emergenti, mentre il recentissimo Drink, Drank, Drunk coltiva a dovere l'estro ironico di Miriam Yeung e Louis Koo in una commedia briosa e frizzante. Anche l'appannato Benny Chan, dopo il deludente Heroic Duo, recupera smalto e si conferma, con Divergence, l'unico antagonista valido, vista la defezione del sempre più deludente Jingle Ma (Silver Hawk, Seoul Raiders, uno più brutto dell'altro), allo strapotere della coppia Andrew Lau / Alan Mak, che dopo i fasti dei tre Infernal Affairs confezionano l'ennesimo blockbuster in pompa magna traendo da un manga giapponese il motoristico Initial D.
Un gradino sotto il gotha si posizionano gli eterni outsider Joe Ma e Vincent Kok. Il secondo insiste con la comicità già irrancidità di RonaldSuper Model Cheng, sempre più emulo di Stephen Chiau e sempre più fuori ruolo come fenomeno da baraccone da vendere alle masse nelle vesti di principale clown cinematografico del ventunesimo secolo. Super Model è un remake insipido di Zoolander; Dragon Reloaded, noioso, il sequel di uno sleeper hit del 2003. Paradossalmente è proprio Joe Ma, in coppia a sorpresa con Cheang Pou-soi (tanti horror alle spalle e un noir di rilievo come Love Battlefield, che ha diviso), che riesce forse per la prima volta a tirar fuori il meglio del folle Ronald, con Hidden Heroes, una tragicommedia ricca d'azione e di fantascienza con l'immaginaria benedizione del miglior Jeff Lau. Sulla stessa scia si muove l'estroso Matt Chow, attore, sceneggiatore e tuttofare del miglior cinema di Hong Kong degli anni novanta: prima azzecca il colpo con la sophisticated comedy Itchy Heart, quindi con lo spumeggiante The Attractive One continua a cavalcare la verve di Lau Ching-wan uscendone ancora una volta vincitore.
In attesa dei grandi ritorni di Peter Chan e Tsui Hark, entrambi ospiti al festival di Venezia, persi per strada Wilson Yip (meglio The White Dragon del banale Leaving Me, Loving You) e Lee Chi-ngai (Magic Kitchen, prevedibile), appurato che quello dei fratelli Pang (The Eye 2, Leave Me Alone, Abnormal Beauty, The Eye 10: nessuno dei quali degno di nota) è un bluff costruito a tavolino, cosa rimane? Un cinema medio, artigianale, tuttora alla ricerca di se stesso e dei fasti passati. Wong Jing ne rimane padre e padrone. Sforna un titolo dietro l'altro, inventa remake e spin-off, costruisce parodie, e traendo ispirazione da qualunque fonte possibile immagazzina pellicole a iosa. Moving Targets riprende una serie tv con la grinta del poliziesco old school; Love Is a Many Stupid Thing coglie in fallo Infernal Affairs e fa ridere parecchio con i suoi giochi intertestuali a volte stupidi ma non sempre superficiali; Sex and the Beauties è un gossip in salsa rosa, diviso tra belle donne e gag di routine.
In più il vecchio volpone produce e tiene banco, spesso in coabitazione: al fianco di Marco Mak e di Billy Chung non si risparmia. Colour of the Loyalty è un poliziesco nerissimo dove le triadi tornano in primo piano; Kung Fu Mahjong la tipica caricatura basata sul gioco Slim Till Deathd'azzardo; Slim Till Death un claustrofobico pastiche thriller; Set to Kill un low budget non privo di spunti intriganti. Continuano indefessi a lavorare senza soluzioni di continuità tanto Sam Leong, il cui Explosive City è un piacevole excursus tra fanta-politica e action serrato, quanto l'infaticabile Steve Cheng. Per un pugno di registi che non paiono più in grado di ritrovare il proprio stile passato - Dante Lam, Patrick Leung, Riley Yip, reduce del pazzesco tonfo di Elixir of Love -, ci sono le inaspettate riconferme di chi si credeva perduto per strada. Come James Yuen: Drive Miss Wealthy incuriosisce quanto basta e apre la strada al personale Crazy N' the City, sentito omaggio alla città di Hong Kong e al suo ecosistema di persone e personaggi. Come Herman Yau, altalenante nel proporre thriller e horror indecenti, Dating Death e Astonishing, e una piccola gemma passata ingiustamente sotto silenzio qual è Herbal Tea, mélo toccante e ben recitato.
Il caso più eclatante è quello di Gordon Chan, che mette in scena una piéce di grande effetto come A-1, rifacendo il verso al miglior Johnnie To e rielaborandone le atmosfere con un manierismo linguistico di enorme spessore tecnico e tattico. Se Chan è un venerando operaio che risorge dalle sue ceneri, Edmond Pang, già sugli altari con Men Suddenly in Black, presto nei nostri cinema con il roboante vortice dei sensi di Beyond Our Ken, ne è la controparte meno strombazzata. Anche un progetto evidentemente minore come AV, proto-porno-finto-Categoria-III-commedia-sexy-softcore-osé, dimostra che l'originalità e la libertà di espressione non sono un lusso superfluo di questi tempi.
Ma il 2005 è soprattutto l'anno degli emergenti, di chi approda al primo o al secondo film con il cipiglio e la brama di mettersi in luce del tirocinante ansioso di bruciare le tappe. Wong Ching-po passa dal digitale indipendente del prezioso Fu Bo al prestigoso Jiang Hu: cast prepotente (Andy Lau e il redivivo Jacky Cheung) e aspirazioni innegabili. Ben diverso il pedigree di Stephen Fung e Simon Loui. Il primo è attor giovane di rilievo, protagonista di tanti successi ma bramoso quanto basta per scegliere di cimentarsi dietro la macchina da presa con costanza invidiabile. Dopo Enter the Phoenix è il turno di House of Fury, popolato di stelle e, seppur non convincente in tutto e per tutto, frizzante e al passo coi tempi: un remix action in salsa cantonese dei trend del cinema panasiatico in auge. Sottovalutato anche se di valore, Escape from Hong Kong Island di Loui, caratterista e scrittore, è una black comedy irreverente interamente basata su Jordan Chan, grande mesteriante in cerca di ruoli degni della propria intelligenza interpretativa. Un Tutto in una notte ancor più rocambolesco e cinico, senza peli sulla lingua e privo di scrupoli di coscienza, perfetto ritratto dell'hongkonghese medio, affarista e sfruttatore, ma in fondo di buonEscape from Hong Kong Island cuore. Il principale difetto di Barbara Wong, potenziale capostipite di una nuova generazione di mini-autori vivaci, carichi di grinta e idee, è la mancanza di continuità. Protégé de la Rose Noire è un confusionario ibrido a base di smorfie, icone pop, squilibrio formale e sostanziale; al contrario Six Strong Guys colpisce per la maturità dello sguardo applicato ad una storia che per quanto banale colpisce e attrae spettatori d'ogni età.
Parallelamente crescono i festivalieri, atipici per eccellenza nel paradosso commerciale costituito dall'ex colonia britannica, costretti a mediare tra intellettualismo e generi. Mak Yan-yan (ieri Ge Ge oggi Butterfly), Yonfan (il discusso Colour Blossoms, estremamente erotico), Wong Sau-ping (When Beckham Met Owen), tutti dietro ai mostri sacri: Stanley Kwan, Fruit Chan (rilevante il suo Dumplings, sia nella versione breve contenuta in Three… Extremes, sia in quella lunga uscita a sé nei cinema) e Wong Kar-wai (l'attesissimo 2046, che ne conferma lo status). Ann Hui (Goddess of Mercy) e Sylvia Chang (20:30:40), insieme a Aubrey Lam (il pregevole Hidden Track), tengono in vita un cinema d'impegno socio-sentimentale tutto al femminile.
Il CEPA, l'accordo di coproduzioni tra la nuova S.A.R. e la madrepatria Cina, non produce gli effetti sperati: né piccoli esperimenti poetici quali Memory of Youth, prodotto da Johnnie To, né tantomeno gli ammazza-incassi a tavolino come lo scialbo The Twins Effect II, edulcorato per evitare la censura, o The Death Curse, horror assolutamente privo di brividi e colpi di scena, testimoniano in favore di un progetto politicamente corretto ma il cui impatto quantitativo e qualitativo è ancora tutto da valutare.
Lo star system comincia il rinnovamento, partendo dalle divismo giovanilista nella commedia: nuovi nomi si fanno strada. Il sopracitato Ronald Cheng, Daniel Wu, le due Twins, Shawn Yue, Karena Lam, Edison Chen, Angelica Lee, Wong You Nam, Lawrence Chou sono ormai icone affidabili. I vecchi leoni non demordono, capitanati da un Anthony Wong sempre più bravo e poliedrico e dal fascino maturo dei due Tony Leung, indiscussi padroni degli incassi insieme al monumento nazionale Andy Lau. Un divo che da solo o al fianco della simpatica Sammi Cheng rimane il simbolo di un panorama artistico che nonostante i tanti bassi continua a sfornare cinema di classe elevata, ammirabile e finalmente di nuovo de-globalizzato.

2002/2003: Orrore, risate e poliziotti

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in APPROFONDIMENTI

Il cinema di Hong Kong nella stagione 2002 continua a risalire la china. Lentamente, gli incassi riprendono quota e al box office aumenta la Horror Hotline... Big Head Monsterpercentuale di prodotti nazionali in classifica. Scende però la produzione in pellicola, sale quella in digitale (al 35%), pensata perlopiù per lo sfruttamento in home video, che esce in un numero limitato di sale per poco tempo al solo scopo di ottenere il visto censura e poter essere rivenduta a maggior prezzo alle case video. Si tratta ovviamente di progetti ultra-low budget, girati in fretta, senza troppi scrupoli, riciclando i set, i costumi e coinvolgendo, anche solo per brevi apparizioni, starlettes del momento destinate a breve carriera e vecchie glorie in cerca di (minima) visibilità. Caso clamoroso è quello di The New Option, portato al cinema con l'unico fine di pubblicizzare una serie di spin-off usciti direttamente in video-cd e girati in 8mm. Il Cat. III e l'erotico passano in pianta stabile in mano a piccole case indipendenti, specializzate nello scritturare attrici, spesso giapponesi, senza troppi timori reverenziali di fronte a nudi e volgarità (come Sophie Ngan o Grace Lam, attuali reginette del soft-core). Resiste, a fatica, in pellicola, l'horror: con l'eccezione di rilievo della miriade di produzioni sotterranee patrocinate dalla B&S Film Workshop di Takkie Yeung, che rileva dalla Mandarin la popolare serie Troublesome Night e la moltiplica al ritmo di cinque / sei episodi, tutti inevitabilmente mediocri, all'anno. Non mancano gli exploit di rilievo, al di fuori dalla serializzazione programmatica: New Blood del talentoso Cheang Pou-soi, che si ripete dopo l'ottimo Horror Hotline… Big Head Monster e si conferma come autore giovane da tenere d'occhio; Haunted Office, tradizionale e tripartito; Inner Senses, con Leslie Cheung; la co-produzione a episodi Three; The Eye, dei fratelli Oxide e Danny Pang, arrivato anche in Italia e patrocinato da Peter Chan.
Il 2002 convalida soprattutto il trend della commedia, vincente al botteghino: riparte dopo qualche anno di pausa la sfida per il capodannoDragon Loaded 2003 cinese tra pellicole all star pensate esclusivamente per le famiglie. Tra il favoritissimo Fat Choi Spirit, Chinese Odyssey 2002 del redivivo Jeff Lau (due film in pochi mesi: oltre a questo il movimentato Second Time Around) e l'outsider Marry a Rich Man è proprio quest'ultimo, a sorpresa, ad aggiudicarsi il primo posto. Il vincitore morale della sfida è Vincent Kok, che acquista credito di regista affidabile anche per prodotti di alto livello: non a caso gli saranno dati in consegna un comico emergente, Ronald Cheng, con il preciso scopo di lanciarlo presso il grande pubblico (Dragon Loaded 2003), e una commedia (My Lucky Star) fondata sulle due superstar Tony Leung Chiu-wai e Miriam Yeung (in fortissima ascesa anche grazie a Dry Wood Fierce Fire di Wilson Yip). Un gradino dietro rimangono gli inossidabili Johnnie To e Wai Ka-fai, che continuano a fare centro al box office sfruttando la redditizia immagine di Andy Lau e Sammi Cheng (meglio se in coppia), alternandosi tra commedia (Fat Choi Spirit, My Left Eye Sees Ghosts) e noir (Running Out of Time 2). Anche il padrino di Kok, Joe Ma, fa grandi passi in avanti: con Love Undercover e The Lion Roars rende più popolare e commerciabile la sua abituale vena ironica dedicata ai giovani e garbata nei toni e nella forma. Sulla scia di Ma, con il piacevole My Wife Is 18, James Yuen costruisce un piccolo monumento alla verve della scatenata Charlene Choi, già immortalata con la compagna musicale Gillian Chung in Summer Breeze of Love. In questo mare magnum di grandi produzioni si ritaglia uno spazio il poco costoso Fighting for Love di Dayo Wong, surreale esercizio di comicità e nonsense.
Risate e buoni incassi spingono la coppia Chan Hing-kar (co-regista, sceneggiatore e produttore) / Patrick Leung (regista) - più Amy Chin, produttrice - a riproporre cast e atmosfere del brillante La Brassiere nel seguito Mighty Baby, meno riuscito. Sorrisi e nostalgia la fanno Just One Lookda padrone anche in due hit stagionali quali Golden Chicken e Just One Look, che recuperano nel passato recente e nell'autoreferezialità alcuni stimoli ormai perduti dal cinema di Hong Kong. In un certo senso il 2002 può essere visto come l'anno dei ritorni: quello di Derek Chiu con due film in pochi mesi, Frugal Game, memore dei fasti della Cinema City, e il tragico Time 4 Hope; quello di Sylvia Chang dietro la macchina da presa con il sottovalutato Princess D, interessante mix di live action e animazione computerizzata; quello di Ann Hui ai vecchi splendori con l'eccellente dramma familiare July Rhapsody, che lancia nell'Olimpo dello stardom la giovanissima Karena Lam e ripropone in ruoli convincenti gli ormai veterani Jacky Cheung e Anita Mui (oltre e far dimenticare la mezza delusione di Visibile Secret II, horror ambizioso solo prodotto dalla Hui per la regia dello sceneggiatore Abe Gwong). Dante Lam, prima di impegnarsi nel blockbuster The Twins Effect, riesce a sfornare lo sfilacciato Tiramisu, mélo giovanile ricco di effetti speciali, uno degli ultimi film interpretati da Nicholas Tse prima di un momentaneo ritiro dovuto a uno scandalo giudiziario. Anche Cecilia Cheung fa parlare di sé a causa di un brutto infortunio che la tiene a lungo lontana dai set. Emergono prepotentemente Daniel Wu, Louis Koo (ormai comico a tempo pieno), Shawn Yue, Eason Chan e Edison Chen, quest'ultimo spesso abbinato, come i colleghi cantanti Shine e il rinato Ekin Cheng, al duo pop Twins; ma lo scettro di Andy Lau e Tony Leung Chiu-wai è ancora lontano. Cadono malamente i divi di statura media, come Nick Cheung, Jordan Chan, Kenny Bee, Alex To, Dave Wong, scaricati e senza ruoli adatti alle loro capacità. Ritornano invece in auge i comprimari affidabili, come Anthony Wong, Lam Suet, il folletto Chapman To e Eric Tsang.
In ambito poliziesco si distingue il solido Infernal Affairs, vero mattatore di fine anno: espone al grande pubblico l'indiscutibile talento del co-regista Alan Mak e rimpolpa le finanze dell'astuto Andrew Lau (che così si riprende dai clamorosi fiaschi del tecnologizzato The Wesley's Mysterious File, con la rediviva Rosamund Kwan, e dello sbiadito Women from Mars, girato per aiutare l'amico Frankie Ng in gravi So Closedifficoltà economiche). In men che non si dica sul successo del prototipo in mezza Asia, Cina compresa - anche se con un finale addolcito -, il co-regista e produttore, insieme all'inseparabile Manfred Wong, costruisce una stratosferica campagna promozionale mettendo in cantiere un prequel e un sequel in rapidissima successione. La flessione riguarda gli altri film d'azione, o troppo poveri (Interactive Murders, Memento, The Wall, questi ultimi girati direttamente in digitale) o troppo globalizzati. Impazzano grandi co-produzioni internazionali, quasi tutte destinate all'insuccesso nonostante le sbandierate premesse e capitali ingenti: The Touch di Peter Pau, che vede di nuovo Michelle Yeoh nei panni dell'eroina spericolata; The Hidden Enforcers con Sammo Hung; So Close di Corey Yuen (altro atteso ritorno) con Vicky Zhao, Shu Qi e Karen Mok. E' molto più conveniente girare in Cina, per risparmiare, per provare a farsi amici i futuri padroni - magari anche solo incensando Hero di Zhang Yimou - e aprirsi nuovi sbocchi economici: il polpettone bellico-buonista May & August e il mélo Loving Him sono girati direttamente in mandarino. Il thriller trasgressivo è oramai annacquato, scivola sempre di più nella maniera, nella presunzione e nel finto politicamente scorretto. Ching Siu-tung promette brividi e grandi combattimenti con il patinato Naked Weapon, girato interamente in inglese e poi doppiato in cantonese, ma regala solo sbadigli e piattume kitsch; Marco Mak è costretto a sforbiciare pesantemente l'insulso The Peeping, tratto da un vero scandalo taiwanese, per passare dal divieto ai minori al più accettabile, per i produttori, Cat. IIb: rispetto a metà anni '90, quando si spingeva in senso opposto, è la totale inversione di tendenza. Gli unici che mantengono ironia e competenza tecnica sono Leong Tak-sam, il cui frizzante The Stewardess diverte e ripropone il tema a lui caro sul confronto tra cinesi e giapponesi, e lo sperimentale The Runaway Pistol.

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